Di Groenlandia si sente parlare sempre più spesso. Terra lontana e colonia, da sempre contesa per le sue risorse naturali. L’identità dell’isola, così precisamente definita dai suoi confini naturali, è il frutto di influenze imposte, talvolta imperialiste, che ne hanno riscritto usanze, tradizioni e abitudini.
Una notte a Nuuk di Nivak Korneliussen (Iperborea, 2025) si interroga sulla costruzione dell’identità di mezzo e allarga le sue maglie alla queerness, in una nazione che conta quasi 57.000 abitanti. Cinque protagonisti dalle vite intrecciate, cinque ragazzi che appartengono alla comunità LGBTQ+. Un ritratto magnetico, alle volte straniante, ma sempre piacevolissimo da leggere proprio perché la curiosità per mondi così distanti dal nostro solletica lo sguardo occidentale. E forse è anche questo parte del problema: poter sbirciare in punta di piedi con i nostri bias e pregiudizi un luogo che cerca di autodeterminarsi e di costruirsi.
Ciascun capitolo è dedicato a uno dei protagonisti e porta il titolo di una canzone. E qui inizia la prima spia di una forte dipendenza dal mondo anglosassone: sono tutte canzoni in inglese. Ma non solo, nella prima storia, quella di Fia, giovane che dopo una relazione insoddisfacente con un uomo si innamora di Sara, le incursioni in lingua inglese sono massicce, quasi fastidiose nella loro insistenza. Quella di Fia è un’identità in divenire, che si riflette nella sua sessualità, nella sua lingua. Esprime il suo conflitto interiore in inglese, quasi a volersi distaccare dalle sue parole, dai suoi pensieri, come se volesse renderli meno reali, in modo da minare la potenza intrinseca delle parole: «Oh my fucking God. What the hell am I going to do? What the fuck am I supposed to do?».
Uno stato di confusione e disancoramento perenne che trova il suo rifugio nell’alcol, per Fia come per gli altri. Per non pensare alla propria vita, al proprio isolamento, ci si getta a capofitto nelle feste e nei drink, fingendo che siano le soluzioni a vuoti sempre più impellenti che non si riescono a colmare. Ma quando si trova l’amore, vero e semplice nei suoi sviluppi, Fia pensa: «What a day to realize I am not dead».
Korneliussen sperimenta con registri linguistici e tipi di narrazione: il romanzo è un patchwork ricco di dipinti dalle tecniche diverse, che restituiscono l’immagine e il carattere di ciascuno dei personaggi. La struggente storia di Inuk, fratello di Fia che fugge in Danimarca dopo che la sua relazione con un parlamentare groenlandese viene scoperta, è raccontata con uno scambio epistolare tra il ragazzo, la sorella e l’amica Arnaq. In quello che è un crescendo emotivo, ricostruiamo pian piano la vita di Inuk e della prigione in cui si sente oppresso, la sua sessualità. Il climax culmina con il coming out del ragazzo: anche il lettore riesce a tirare un sospiro di sollievo perché Inuk si è liberato dei suoi demoni e può iniziare, finalmente, la sua vita senza sensi di colpa soffocanti.
Ma la sua è un’identità strappata, negata, alla costante riproposizione di un mancato senso di appartenenza, all’estenuante ricerca della risposta a una domanda: «Perché sono groenlandese?» Inuk si interroga: perché non è danese? Se fosse stato tra i colonizzatori sarebbe stato tutto più facile, senza scissioni e risentimenti. Il ragazzo disprezza tutto ciò che ha a che fare con la sua terra natale, con i suoi «figli marci». Parte del problema è da ricercarsi anche – e soprattutto – nell’accettazione della sessualità e nella percezione che essa ha nella mente di Inuk. Fino a quando la sua madrepatria non riconoscerà la comunità queer, non potrà perdonarsi per il suo orientamento perché «nell’isola della rabbia», come la chiama lui, si covano un risentimento e una doppiezza che hanno molto a che fare con l’omofobia e la repressione del sé.
Il percorso di emancipazione della persona, quindi, è lungo e tortuoso e riflette quello della comunità queer. Le periferie diventano indipendenti dal centro colonizzatore – che inevitabilmente le influenza – e cercano nuove strade per accettare e accogliere le loro diversità. Il diritto all’esistenza delle persone LGBTQ+ groenlandesi diviene una rivendicazione delle proprie peculiarità, in un cammino slegato da quello imposto dalle colonie. Proprio come nella storia di Ivinnquag, che si autodetermina e finalmente nasce «per la seconda volta» come Ivik quando capisce di essere transgender.
È difficile entrare nella mente del personaggio, scostante e disallineato rispetto ai suoi desideri. La sua transizione – mentale, prima che fisica – è faticosa da leggere, quasi scomoda: Korneliussen è ruvida nei dialoghi e negli sms tra i personaggi. Non esistono sconti e raffinatezze “politically correct”, il linguaggio plasma le nostre identità e quelle dei protagonisti sono ancora embrionali, quasi prive di tatto. Sara, la ragazza di Ivik, capisce prima di tutti che è trans e, con una schiettezza quasi crudele, gli dice: «Siccome mi piacciono le donne, non posso stare con un uomo».
La narrazione è spezzata – ciascuna delle storie può essere letta come un racconto a sé stante – ma simultaneamente interconnessa: i piani temporali delle storie di ciascun personaggio si intersecano attraverso salti avanti e indietro nel tempo, prospettive e punti di vista diversi. Le scelte compositive di Korneliussen si riflettono in un andamento frammentato, incompleto, che non lascia spazio all’empatia. Il lettore percepisce un senso di distacco con i protagonisti, che è incolmabile soprattutto in virtù di un’incompiutezza delle loro identità – ma anche di una scrittura piana e senza lirismi, che si articola in uno stile asciutto e ruvido.
Questa durezza a cui non siamo così abituati nasconde in realtà una tendenza verso un amore totalizzante, giovanile, a volte acerbo e immaturo, a volte più sofferto, ma sempre veritiero. L’ambizione che muove i cinque protagonisti è una sola: la ricerca di un amore che riesca ad essere accolto con la stessa intensità di quello che si prova. In questo senso, l’accettazione della propria sessualità diventa universale e si scopre più ottimistica rispetto all’assenza di una comunità strutturata. Come trapela dalle parole di Sara: «La bambina mi ha dato così tanto amore che me ne rimane una scorta da donare agli altri. Distribuisco amore perché ne ho il cuore stracolmo». E per viverlo, questo amore, non ci resta che donarlo. Agli altri, la sola responsabilità di accettarlo o meno. Forse, banalmente, si costruisce così una comunità nelle periferie: senza imposizioni esterne, ma con il cuore colmo della forza primigenia che ci avvicina all’altro.

Niviaq Korneliussen, Una notte a Nuuk, trad. F. Turri, Iperborea, Milano 2025, 224 pp. 18,00€







