“There’s no discharge in the war” recita una poesia del famoso scrittore britannico Rudyard Kipling, dal titolo Boots, che racconta l’alienante marcia dei soldati di Sua Maestà nella campagna d’Africa di fine ottocento. Il regista Danny Boyle ne inserisce una versione cupissima all’inizio del film 28 anni dopo, terzo capitolo della saga zombie, nata nel 2002, e che vedrà l’uscita di altri due sequel negli anni a venire. La poesia di Kipling – nella versione remixata degli Young Fathers – sintetizza perfettamente l’atmosfera del film, ovvero quella di una vita scandita dal regime militaresco, scelta obbligata di fronte alla minaccia costante delle orde di infetti, che premono fuori dalla zona protetta. Ma è innegabile che il suono di quegli stivali di soldati in marcia, richiami allo stesso tempo i venti di guerra che soffiano minacciosi in questi giorni, su un mondo sempre più vicino alla mezzanotte nucleare.
Quello del cinema horror come genere in grado di catturare lo spirito del tempo, raccontare attraverso metafore da incubo il mondo in cui viviamo, è un adagio che conosciamo più o meno dai tempi de La notte dei morti viventi di George A. Romero. La vena politica di questi film si manifesta principalmente quando la storia pone al centro la società e le sue reazioni di fronte al caos, a un elemento che ne mina e altera le fondamenta irreparabilmente. In gioco c’è quasi sempre non solo la sopravvivenza del genere umano, ma il senso stesso di umanità. Ci sono però horror che, non solo offrono una chiave di lettura del contemporaneo, ma profetizzano l’oscuro futuro prossimo. Quando nel 2002 uscì 28 giorni dopo, Danny Boyle e lo sceneggiatore Alex Garland diedero nuova linfa allo zombie-movie, adeguando personaggi e linguaggio visivo al nuovo millennio e dando maggiore spazio all’ambientazione. Iconica è infatti una delle sequenze iniziali, in cui il protagonista (Cillian Murphy) si risveglia dal coma in un ospedale abbandonato e vaga per le vie di una Londra deserta. Per fare un’esempio di quanto questa pellicola sia considerata un classico, la stessa sequenza verrà ripresa dal successivo e altrettanto fortunato prodotto televisivo (nonché graphic novel) The Walking Dead. Le innovazioni di 28 giorni dopo non si fermavano qui: la minaccia non era più rappresentata sotto forma di un lento e moribondo zombie, ma di un infetto scattante e in preda a una rabbia omicida. Fu così che il film girato all’indomani del crollo delle torri gemelle, non fotografava solo la recente paura di un collasso della civiltà occidentale, ma forniva il perfetto immaginario per la catastrofe successiva del covid 19, tanto da diventare, anni dopo, uno dei film più memabili sulla pandemia. Il film rilanciò il fenomeno survival zombie, che inondò le produzioni degli anni successivi, dai vari Shawn of the Dead a Dead Set, per passare al già citato The Walking Dead, e in parte anche il pluripremiato videogioco The Last of Us. C’è anche spazio per un sequel del film, 28 settimane dopo, nel 2007, che però vede l’assenza alla scrittura di Alex Garland e Danny Boyle solo come produttore esecutivo. I due infatti, all’epoca, erano al lavoro su un altro film, Sunshine, sottovalutato capolavoro di fantascienza del nuovo millennio, che mescola elementi di genere classici con un’affascinante deriva mistica. Da quella collaborazione, i due non hanno più lavorato insieme fino alla decisione di riprendere in mano i loro infetti, con questo 28 anni dopo.
Fin da subito, è chiaro come il film, per stile di regia – primissimi piani intervallati da campi lunghissimi, uso degli Iphone e inquadrature da posizioni imprevedibili – e concept, decida di obliterare quanto accaduto nel secondo apocrifo capitolo diretto da Juan Carlos Fresnadillo, per riallacciarsi poeticamente al primo “originale”. Sono passati appunto 28 anni dall’inizio del contagio, L’Inghilterra non ha saputo contenere il virus e ora l’intero Paese è territorio selvaggio infestato da infetti, mentre il resto del mondo pare non essere stato contagiato e ha isolato il territorio britannico in una quarantena senza speranza. I pochi sopravvissuti hanno dato vita a una comunità alternativa, di stampo pseudo-medievale, sulla Holy Island (realmente esistente), separata dalla terraferma da una lingua di sabbia che scompare ciclicamente con l’alta marea. Protagonista della storia è Spike, un ragazzino del villaggio, in procinto di affrontare il rito di iniziazione: andare sulla terraferma con il padre a cacciare infetti. L’intento del film è fin da subito quello di confondere le acque, o meglio fondere i generi. Oltre a sembrare una coming-of-age story, con un giovane protagonista alle prese col passaggio definitivo alla vita adulta e alla scoperta della morte, la pellicola presenta un’atmosfera più da folk-horror che da zombie survival classico, quasi a voler prendere le distanze da un filone esausto, per intraprendere strade nuove. Il formidabile duo Boyle – Garland, del resto, dimostra di non aver perso lo smalto e di avere accumulato, in questi anni di lavori individuali, nuovi stimoli e fonti di ispirazione. In particolare Garland ha intrapreso da tempo un percorso creativo molto personale, testimoniato dallo splendido folk horror Men e dall’ultimo successo di critica Civil War, a cui poi vanno aggiunti l’interesse per i videogiochi con gameplay basato sulla narrazione – lo sceneggiatore ha dichiarato di aver finito due volte il gioco The Last of Us – e di anime come l’Attacco dei Giganti, tratto dall’omonimo manga. Quest’ultimo in particolare sembra alla base dell’evoluzione del design degli infetti, che da indistinti invasati con ancora addosso brandelli dei loro abiti civili in 28 giorni dopo, sono ora creature ferine completamente nude, che cacciano in piccoli branchi e sono dotate di diversi livelli di intelligenza: proprio come i giganti del fumetto di Isayama. Sempre come in L’Attacco dei Giganti, la minaccia giunge misteriosa dalla sterminata terra che l’umanità ha dovuto abbandonare, arretrando progressivamente, isolandosi in un villaggio-fortezza fermo nel tempo. L’unica soluzione per ribaltare le sorti è quella di affrontare l’ignoto, cercare di studiarlo sul suo terreno. Come fa Kelson (Ralph Fiennes), stralunato dottore che ha deciso di vivere nelle terre degli infetti, circondato dalle migliaia di ossa dei defunti. Simile al Kurtz di Heart of Darkness, ma con modi più compassionevoli, Kelson rappresenterà per il giovane Spike un tassello fondamentale per prendere consapevolezza del suo nuovo cammino. 28 anni dopo aspira dunque a superare il mero schema del survival horror, con l’ambizione di generare un prodotto nuovo, ibrido, innestando elementi narrativi eterodossi, provenienti da fonti molto diverse da loro, dal gaming al fumetto, senza trascurare la carica politico/filosofica che contraddistingue i lavori di Garland. Se con il primo film della saga il contagio era iniziato, con 28 anni dopo il morbo sta evolvendo, e con esso il modo di raccontare le storie, infettate da nuovi linguaggi. Per coraggio visivo, montaggio, ritmo e originalità, uno dei film migliori dell’anno in corso, senza ombra di dubbio.







