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Il primo desiderio: uomini e animali nei racconti di Rossella Milone

Giacomo RaccisdiGiacomo Raccis
4 Luglio 2025
in Letterature
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Il primo desiderio: uomini e animali nei racconti di Rossella Milone

C’è un filo conduttore, scoperto e anzi continuamente esplicitato, che unisce gli otto pannelli che compongono Il primo desiderio, l’ultimo lavoro di Rossella Milone. Una fatica che l’editore, Neri Pozza, definisce romanzo, un’etichetta su cui evidentemente si dovrà spendere qualche parola, dal momento che Milone è scrittrice di racconti per eccellenza. Non solo per il suo ormai più che decennale impegno nell’animare Cattedrale. Osservatorio sul racconto, quanto per i suoi libri, tutti riconducibili – con la sola eccezione di Poche parole, moltissime cose (Einaudi 2013) e Cattiva (Einaudi 2018) – alla raccolta di narrazioni brevi, più o meno intrecciate tra loro. In un caso, Nella pancia, sulla schiena, tra le mani (Contromano Laterza 2011), la voce narrante della protagonista riconduce a un’unità di contenitore e anche di intreccio i diversi racconti che, tuttavia, potrebbero anche sopravvivere autonomamente; più frequentemente però, come nell’esordio di Prendetevi cura delle bambine (Avagliano 2007) o nel Silenzio del lottatore (minimum fax 2015), la trama viene filata in maniera discreta, attraverso situazioni relazionali, agnizioni emotive ma anche un simbolismo degli affetti che risuonano da un racconto all’altro, delineando una piacevole camera dell’eco che dà a chi legge l’impressione di scoprire tante storie diverse che appartengono però a un coerente e uniforme universo narrativo.

A questa coerenza di situazioni e simboli ritorna anche Il primo desiderio, il cui filo conduttore sono gli animali. Fin dal primo racconto, Il custode dei randagi,che ha per protagonista Mario, un esperto ornitologo impegnato in una missione di censimento in un grande parco naturale del Kenya, il mondo animale è chiamato a riflettere la vera natura dei sentimenti dei personaggi, che altrimenti rischia di essere occultata o addirittura tradita dall’opacità delle loro coscienze. La difficoltà di mantenere l’attenzione necessaria agli avvistamenti a causa degli scrupoli che provoca nell’uomo l’atteggiamento enigmatico e sfrontato della figlia adolescente, Isabel, trova conferma nell’apparizione finale, non di un uccello, bensì di una leonessa, maestosa e impenetrabile («il suo sguardo aperto e sfrontato») anche nel momento in cui si abbevera osservando i propri cuccioli, allegoria di una giovane donna – la figlia appunto – il cui carattere potrebbe essersi forgiato proprio nelle oscure esperienze fatte nel bush, lontana dagli sguardi dei genitori.

Come già succedeva in racconti della precedente produzione – penso ancora agli uccelli e alla “luscegnola” di Leucosia, prima narrazione della Memoria dei vivi (Einaudi 2008) – il mondo animale (ora precisamente rappresentato, ora invece solo evocato) serve a Milone da termine di confronto con quello degli uomini, per dimostrare come i sentimenti e le reazioni siano più facilmente decifrabili quando ci si relaziona con esseri apparentemente enigmatici e irrazionali, mentre le persone, soprattutto le più prossime, conservano sempre un residuo di mistero, risultano refrattarie a una completa comprensibilità. Così Bianca, la figlia di Isabel, in Miglio d’oro, ambientato diversi anni dopo il primo racconto, trova molto più facile avvicinarsi a un pitone nel suo terrario, per “stuzzicarlo” a vantaggio dei visitatori di una fiera espositiva, che entrare nella stanza del nonno Mario, ridotto a letto e ormai agli ultimi giorni di vita, per un timore di “toccarlo” che cela la paura di fare i conti con il trauma che sarà.

Come già si è accennato, queste resistenze e queste incomprensioni si addensano quanto più i rapporti personali si fanno stretti o addirittura sanguinei. Al contrario, quando entrano in contatto persone appartenenti a mondi diversi, scattano meccanismi impliciti e intuitivi che possono generare impreviste intese. È il caso di Rosa, protagonista della Donna civetta, per metà un racconto di camorra e per metà racconto di agnizione: nonostante provenga da un contesto degradato – seppur sempre dignitoso e consapevole –, la donna riesce a stringere un silenzioso quanto intenso rapporto (ancora una volta) con Isabel, la figlia dei signori da cui va a fare le pulizie.

Era una bambina selvatica, che poteva assomigliare, col suo viso spigoloso e sfacciato, a una strega; e nonostante i privilegi in cui cresceva, le accortezze con cui i genitori la instradavano verso il futuro, le scuole in pieno centro in cui la mandavano per allontanarla dalla periferia, aveva qualcosa di primitivo e feroce che apparteneva alla provincia, che – Rosa ne era convinta – l’avrebbe aiutata sempre (127).

Quello che per il padre Mario era un mistero – il carattere di Isabel, i suoi desideri e le sue resistenze – risulta invece improvvisamente trasparente per una donna che ha con lei un rapporto quasi subordinato, in ogni caso distaccato e discreto, che forse proprio per questo lascia spazio all’intuizione, alla sintonia epidermica: «Isabel le si avvicinò, le si arrampicò lungo il fianco per poi addormentarsi con la bocca spalancata sulla sua spalla» (135). Conferma questa legge, per converso, Il grido del daino, in cui un’anziana donna, Matilde, va a trovare il figlio Luca, che da anni si è trasferito in Irlanda, dove vive con la moglie Carmen e la figlia Coraline. Il tempo passato lontani ha scavato un abisso tra un figlio e una madre che non si conoscono e non si capiscono; e non basta la presenza di una nipotina a ricucire quella distanza: «Matilde e Luca si guardavano scoprendo che né la genitorialità, né la figliolanza potevano garantirgli una forma di salvezza, ma che, anzi, li strattonava di continuo dalle loro piccole, inutili sicurezze» (211). Questa consapevolezza trova conferma nel momento in cui Matilde scopre che a comprendere davvero il proprio figlio, a rilevarne davvero l’anima, è stata un’estranea, Carmen, moglie straniera con cui – è facile intuirlo – lei non ha mai legato.

D’altra parte il carattere di Matilde è secco e arcigno, forgiato, in qualche modo, da presagi di sventura che hanno a che fare ancora con altri animali, benché “finti”. Sono gli Animaletti del secondo racconto, ambientato in un periodo di qualche decennio precedente; il titolo fa riferimento alle figure zoomorfe di ceramica che decorano le bomboniere del suo matrimonio insieme a Cori. Questi animaletti, scelti insieme alla futura suocera, sono il sigillo messo su una relazione che ha vissuto, lungo l’adolescenza, di pause e riprese continue – pause in cui Cori tornava puntualmente da Isabel –, ma che ha trovato ora una propria stabilità e che deve quindi essere degnamente celebrato. Ma la fragilità delle ceramiche è il correlativo oggettivo di quella che caratterizza le relazioni tra le persone, ancora una volta; e come il collo di un cigno può facilmente spezzarsi, così anche l’equilibrio che regge sul filo della cordialità i rapporti di vicinato improvvisamente collassa, lasciando fuoriuscire rancori e non detti da sempre covati: «La madre di Cori alza lo sguardo su di lei e le dice: “Sono contenta che te ne sei andata”» (71).

Le parole della donna sono rivolte a Isabel, che costituisce il vero centro gravitazionale di questa raccolta di racconti, che cuciono storie e vite avanti e indietro nel tempo, spaziando dalle pendici del Vesuvio (San Giorgio a Cremano) fino all’Africa nera. La figura di Isabel è presente in tutte le parti della storia, ora nella sua gioventù, ora invece nell’età adulta, ora con un ruolo centrale – nel racconto di apertura, ma anche in Istruzioni per te – ora come fugace evocazione, sufficiente però a ribadirne l’eccezionalità. Una qualità che, nel lessico caratteriale di Milone, rima con libertà. Così anche nel racconto più distante da lei, Sabotaggi, che ha per protagonista Bianca, la seconda figlia di Matilde, Isabel appare, improvvisamente, come inafferrabile modello di un modo di stare al mondo privo di vincoli, naturale e per questo rarissimo:

Mi pareva la creatura più libera che avessi mai conosciuto. Mi spaventava la libertà che sprigionava, era un suo potere, una maestosa capacità di piegare il tempo e lo spazio semplicemente esistendo (167).

Isabel è la cifra di quella impossibilità di comprendere fino in fondo i sentimenti di chi ci sta più vicino, di cui si diceva sopra. Ed è forse per questa sua refrattarietà alle definizioni che Milone decide di collocare l’unico racconto che la vede realmente protagonista in conclusione del libro, quando incontriamo una Isabel ormai anziana, intenta a sistemare una vecchia casa di villeggiatura dove spendere la parte finale della sua vita.

Per concludere, si dovrà dire che nel Primo desiderio Rossella Milone riesce a lavorare su uno spartito di stilemi ormai consolidati nella sua scrittura breve: incipit in medias res e narrazioni a più piani narrativi che progressivamente “riempiono” i buchi della storia, dando al racconto la forma di una quête; simmetrie simboliche scoperte quanto efficaci nel restituire nodi emotivi e relazionali altrimenti difficilmente dicibili; personaggi molto forti, potenzialmente controversi, in maggior parte femminili e più di una volta anche anziani (tratto non consueto). Il repertorio è però arricchito da una serie di altri caratteri che rendono questa raccolta la più riuscita e matura di Milone: la dinamica centrifuga, che da Isabel e da San Giorgio a Cremano estende il perimetro del mondo narrativo, tematizzando la dialettica restare-partire, ma pure ancorando ogni storia a una trama che si svela progressivamente; un repertorio di personaggi che si arricchisce di figure maschili convincenti al pari di quelle femminili (è il caso di Mario, di Luca, un po’ meno di Cori, meno ancora dei personaggi secondari, più facilmente ridotti a stereotipi); un simbolismo espanso sulla scala non più del singolo racconto, ma dell’intera raccolta, che dà così profondità e complessità ai significati evocati, facendoli risuonare tra le pagine del libro e nella mente di chi legge.

Il merito è di una scelta solo apparentemente facile: quella di lavorare sulla forma del “romanzo di racconti” e di adottare, di questa forma, la configurazione più ricca e complessa; non quella che ne fa una stampella per una vocazione narrativa intermittente (solitamente innestata su un personaggio protagonista che lega assieme tutte le parti), bensì quella che sfrutta la camera di risonanza di una narrazione a più livelli per far risuonare i tanti significati che la forma breve sempre sollecita. Arrivati alla fine del Primo desiderio abbiamol’impressione di aver accompagnato Isabel attraverso una vita intera e di aver capito, forse, grazie ai tanti sguardi che ce ne hanno restituito l’immagine, qualcosa, una piccola parte, del suo irriducibile, affascinante mistero.


Rossella Milone, Il primo desiderio, Neri Pozza, Vicenza 2025, 304 pp. 20,00€

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Tags: animaliIl primo desiderioMiloneraccontiromanzo
Giacomo Raccis

Giacomo Raccis

Insegna lettere in un istituto tecnico di Milano. Ha svolto ricerca all'Università di Bergamo. Ha pubblicato "Una nuova sintassi per il mondo" (Quodlibet 2018) e "La trama" (Carocci 2018). Tra i fondatori della Balena Bianca.

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