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Home Letterature

Illuminare tutto, chiarire nulla: Jan Brokken, La scoperta dell’Olanda

Elio BaldidiElio Baldi
30 Giugno 2025
in Letterature, Naufragi
1
Illuminare tutto, chiarire nulla: Jan Brokken, La scoperta dell’Olanda

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La scoperta dell’Olanda è il titolo dell’ultimo libro tradotto dello scrittore olandese Jan Brokken, tradotto da Claudia Cozzi per Iperborea e nella cinquina del Premio Strega Europeo di quest’anno. Il titolo intriga (di solito non si ‘scoprono’ i paesi dell’Europa occidentale) e necessita subito di una didascalia: anche se in italiano i Paesi Bassi e l’Olanda sono sinonimi, in olandese non lo sono (più). Holland è la parte più ricca, densa e culturalmente dominante, che contiene le grandi città di Amsterdam, L’Aia e Rotterdam e che si divide tra Noord- e Zuid-Holland. È quella l’Olanda che scopriamo con Brokken e, più specificamente, un paese piccolo che tra fine Ottocento e inizio Novecento ha un successo inatteso: Volendam.

Brokken, che viene da Leida, e perciò sia dai Paesi Bassi che dall’Olanda, ha 76 anni ed è uno degli scrittori olandesi più rinomati, noto soprattutto per i suoi racconti di viaggio e la sua attenzione a tutte le forme artistiche, dalla musica alla pittura. I suoi (tanti) libri spaziano tra vari continenti, tra cui l’Africa (con quattro libri di viaggio), l’America Latina e l’Asia. Non manca l’Italia, inclusa ad esempio in L’anima della città, apparso nel 2021, con capitoli su Giorgio Morandi e Bologna, Vincenzo Bellini e Venezia ed Eva Mameli Calvino e Cagliari. Come si può apprezzare da questo breve elenco, le scelte di Brokken non sono mai scontate, e il suo libro di maggior successo, Anime baltiche (prima edizione italiana nel 2014), ne è la prova. Per Brokken «scrivere è vivere mille vite» (92). In La scoperta dell’Olanda, Brokken indirizza lo sguardo verso il proprio paese, perché, scrive, lo si conosce sempre troppo poco. Le storie che ha ‘pescato’ a Volendam dimostrano quanta storia (anche con la s maiuscola) si nasconda dentro i microcosmi.

Il racconto di Brokken ha dell’incredibile, anche per un lettore olandese: Volendam, un posto di meno di 3000 abitanti intorno al 1900, difficilmente raggiungibile via terra fino alla Prima guerra mondiale, a fine Ottocento diventa una meta d’obbligo per migliaia di artisti e soprattutto pittori (secondo la ricostruzione di Brokken i pittori sono 1863 nei decenni intorno al 1900). Pittori da tutta l’Europa e dagli Stati Uniti, tra cui anche un grande numero di pittrici, vanno e spesso tornano, innamorandosi di questo paesino di pescatori. La maggior parte di loro alloggia all’Hotel Spaander, il centro attorno a cui gravita la narrazione di Brokken. Volendam e Spaander sono il punto di partenza e arrivo di tante vite di pittori, ma lo scrittore di viaggio non si lascia mai troppo ancorare a Volendam e vaga anche lontano. Per questo eterno vagare di Brokken, sulle onde del Zuiderzee (il mare al centro dell’Olanda) come su mari lontani, il libro non risulta mai eccessivamente folkloristico o angusto. Piuttosto è vero l’opposto: Brokken tende ad accumulare storie su storie e dettaglio dopo dettaglio, raccontando pazientemente tante vite che a volte si intrecciano ma che più spesso sono passate in rassegna in sequenza, senza la pretesa di trovare la chiave per leggerle tutte. Per certi versi, le descrizioni di vite di Brokken, che si sofferma su dettagli che sfuggirebbero alla maggior parte degli osservatori, possono far pensare ai libri di Eugenio Baroncelli, ambedue sempre in cerca di essenze di vite al plurale, piuttosto che di una reductio ad unum. Brokken non è quindi tanto un tessitore di tappeti, ma piuttosto di un mosaico multicolore (nomen omen, Brokken significa ‘pezzi’ in olandese).

Una chiara ragione per l’attrazione dei pittori verso Volendam traspare in tante parti del libro: la luce. Nonostante il sole non tramonti sul mare a Volendam, gli artisti erano attratti dalla luce che, sempre secondo Tentije, «illumina tutto ma non chiarisce nulla» (15). Abbassando l’orizzonte sui loro quadri (in assenza di montagne o persino colline da dipingere in Holland, dove ci sono al massimo dune) si lasciava più spazio possibile ai cieli olandesi e alle tante sfumature offerte dalla danza tra luce e nuvole. Pittori come il belga Maurice Sijs diventano pittori della luce in tutte le sue varianti, filtrata dai cieli nuvolosi e attenuata dal cielo della sera. La domanda che Brokken pone però giustamente – citando il documentario Hollands Licht di Jan Dibbets (2016) – è: cosa nasce prima, la particolare qualità della luce olandese o la pittura che la immortala e diffonde? Sapremmo apprezzare allo stesso modo la luce olandese senza Vermeer e Van Ruisdael?

Luce e cielo erano diversi, particolari, rapidamente mutevoli, intensi e delicati allo stesso tempo, ma non trovavano subito il modo di coglierli. Questo era il terreno dei pittori olandesi: Jan Toorop, per esempio, che mentre era per strada verso Volendam colse sopra Broek in Waterland un cielo rosa, giallo, grigio e blu che si rifletteva nei fossi e nei canali, e nel 1889 ne fece un dipinto quasi astratto […] Era come se Toorop, nato nella città indonesiana di Purworejo e vissuto a Giava fino ai nove anni, si fosse improvvisamente reso conto di quanto fosse unica la luce nei polder dell’Olanda settentrionale, e delle possibilità che gli offriva. (49-50)

Alla base del successo di Volendam, Brokken individua poi un libro del 1874 e un quadro del 1876. Il libro è dello storico francese Henry Havard, che trova i villaggi ‘morti’ intorno allo Zuiderzee di particolare interesse filosofico ed etnografico e su di essi scrive un saggio di grande popolarità col titolo emblematico e promettente La Hollande pittoresque. Voyage aux villes mortes du Zuiderzée (aggiungendo un accento francese nella parola olandese per mare, ‘zee’). In quella terra strappata agli elementi, «plasmato dal genio umano» (33), Havard trova un fascino senza pari. Quel mare sarà sempre più domato, fino a diventare lago nel 1932 con la costruzione della famosa diga Afsluitdijk, che connette Noord-Holland alla Frisia. In quell’anno, gli abitanti di Volendam diventano «pescatori di un mare che non c’era più» (151). Questo è il periodo descritto da Brokken (soprattutto prima del 1914): decenni di successo inaudito per Volendam.

Presto la promessa di villaggi ‘pittoreschi’ attira tanti pittori. Il primo tra questi ad accendere ulteriormente il fervore degli artisti per Volendam è l’inglese George Clausen, con la sua Messa solenne in un villaggio di pescatori sullo Zuiderzee. Il quadro contiene già molti elementi del fascino di Volendam: le donne e i bambini inginocchiati davanti alla chiesa in costume tradizionale rappresentano la tradizione e il pietismo, mentre sullo sfondo una coppia passeggia lungo il canale senza mostrare interesse per la messa – coppia che Brokken interpreta come il lato ‘peccaminoso’ e dei piaceri terreni che si trovano anche a Volendam. Il fatto che la chiesa raffigurata sia quella di Monnickendam e non di Volendam non cambia il successo del quadro: in fondo, la pittura esiste proprio anche per ricreare la realtà. Dopo poco tempo tanti colleghi di Clausen iniziano ad arrivare a Volendam, dove, nelle parole del poeta olandese Hans Tentije, «il passato sonnecchia, irraggiungibilmente vicino» (171). Arrivano in Olanda anche per ammirare Rembrandt e Frans Hals – pittori per cui c’è un forte picco di interesse in quel momento storico – e Vermeer, praticamente sconosciuto fino a quel periodo, e a Volendam ritrovano le atmosfere e la luce dei maestri olandesi.

Parte del grande piacere offerto dal libro di Brokken sono le tante immagini di quadri incluse nel volume, così come i molti quadri che vengono soltanto menzionati, offrendo a chi legge la possibilità di ricordarli, cercarli o immaginarli da soli. Il catalogo di Brokken include pittori noti e meno noti: leggiamo di Paul Signac, Theo van Rijsselberghe, Elizabeth Nourse, Pierre-Auguste Renoir (che riparte quasi subito da Volendam a causa di un severo attacco reumatico), Augustin Hanicotte (che dipinge una Volendam sempre più mediterranea prima di partire per il sud), e ognuno «vede in ciò che osserva una parte di sé» (161). Dopo i pittori, arrivano anche i non-pittori, come il futuro imperatore giapponese Hirohito, il Kaiser tedesco, Edvard Grieg, Pablo Casals, Alfred Dreyfus, Eleanor Roosevelt, Robert Baden-Powell, Marcel Proust, Maurice Ravel, Josephine Baker, Walt Disney, Elizabeth Taylor, Muhammad Ali e Johan Cruijff (subito dopo la famosa Coppa del mondo persa in finale nel 1974). Parte del mistero che Brokken descrive – e che non svela veramente – è come un paese piccolo come Volendam, dove ormai la maggioranza vota PVV (il partito di estrema destra di Geert Wilders) abbia accolto una grande varietà di tedeschi, fiamminghi e francesi che litigano tra di loro all’hotel durante la Prima guerra mondiale, ma anche artisti ebrei e pittrici, spiriti liberi ed emancipati (come Nourse).

L’attrazione della luce olandese si abbina a un particolare apprezzamento per i colori del paesaggio e delle persone. Dal blu in tutte le sue gradazioni («dall’azzurro pallido al blu scuro, dal blu slavato del mare agli occhi grigioazzurri delle ragazze», 210) al grigio (il «grigio perlato» dello Zuiderzee, un tipico mare nordico, ma anche il grigio nei cieli e degli abiti di raso, 210), fino al «blu grigiastro dell’ardesia» che affascinava così tanto il pittore americano Henry Ward Ranger, e, soprattutto, al magenta, colore che torna in tanti quadri, del francese Jules Benoit-Lévy  e dell’americano Charles Herbert Woodbury. Il designer americano Edward Penfield ne fu addirittura ossessionato: «Guardavi con gli occhi socchiusi la strada larga e venivi sopraffatto dal magenta. Lo vedevi nei coppi rossi delle case, nelle camicie degli uomini, affiorava dai ciottoli delle strade e la leggera foschia sull’orizzonte ne faceva risaltare le tonalità. Il blu e il nero dei vestiti delle ragazze e il blu verde delle facciate servivano solo a dare ancora più risalto a quell’unico colore» (211).

In altre parole: ogni pittore distilla dal quadro mobile di Volendam il colore e l’atmosfera che preferisce. C’è chi, come Ivar Kamke, dopo aver conosciuto la moglie nella Dachau del periodo precedente la Seconda guerra mondiale, dipinge i pescatori di Volendam e anni dopo fa dei famigerati ritratti di Benito Mussolini. C’è invece chi, come Colin Campbell Cooper, prima di essere definito dal New York Times «the skyscraper artist par excellence», inizia la sua carriera dipingendo le modeste casette sulla diga di Volendam (189). Altri trovano a Volendam il contrasto col proprio mondo, come i pittori viennesi che dipingevano donne nude nella Vienna mondana e centro culturale dell’Europa, e donne pie a Volendam. C’è chi invece vede il «sangue meridionale e la tarantella nelle gambe» delle donne di Volendam, e c’è anche chi, inevitabilmente, a Volendam trova un po’ di Venezia (136). Poi c’è la categoria di chi arriva a Volendam ma non la dipinge, o i cui dipinti sono andati persi (Brokken menziona Émile Bernard, Henry van der Velde, Jules Adler).

Leggere in traduzione un libro di viaggio sul proprio paese provoca una leggera alienazione, esattamente l’effetto a cui mira lo stesso Brokken: i dettagli della quotidianità acquistano un sapore mitico attraverso la loro trasposizione in prosa, poesia o pittura. Come i suoi pittori e le sue pittrici, per Brokken conta la ricerca della bellezza nel quotidiano. Lo fa in frasi brevi, di cui la sintassi a volte è più vicina al parlato. Non sono frasi complesse, ma la scelta del lessico è molto specifica, così come lo è l’ambiente con i polder olandesi, i botter (le barche) e le tante altre parole che Cozzi lascia in corsivo perché intraducibili, a volte accompagnandole con una nota. Nella versione italiana ci imbattiamo quindi spesso in parole che introducono un sapore e un suono olandese nell’italiano. Laddove Cozzi predilige fornire una traduzione del lessico specifico, c’è una (forse) inevitabile perdita di specificità delle parole. Mentre Brokken usa regolarmente un lessico legato all’ambiente dei pescatori di fine Ottocento e inizio Novecento, usando diversi registri, inserendo una lingua più volgare, locale e storica, Cozzi tende a scegliere una forma più comune e media (ad esempio per indumenti d’epoca). È una scelta che produce una traduzione altamente leggibile e che forse si addice alle scelte di Brokken, che non pone mai un’enfasi esagerata sull’esotico. Parte degli effetti di suono che Brokken e Tentije creano attraverso la scelta di parole sono però persi, e a volte Cozzi fraintende un termine arcaico o dialettale (come quando traduce het stikkie olandese con ‘il bastoncino’, mentre si tratta di un riferimento al bordo ricamato di un grembiule che è ‘gestikt’ in olandese: per l’appunto ricamato, 46). Altre volte, però, l’italiano di Cozzi rende bene il ritmo dell’olandese, pur attraverso la scelta di parole più comuni, come quando il principe Hendrik viene descritto come un «drinkebroer, pierewaaier, rokkenjager, geldverkwister en mopperkont» (133). Qui l’italiano segue il movimento suggerito da queste parole dinamiche ed evocative: «ubriacone, festaiolo, donnaiolo, spendaccione e scorbutico» (139).

La traduzione di Cozzi si muove quindi tra i poli dell’avvicinamento e dell’alienazione, proprio come fa Brokken. Chi viaggia in sua compagnia vede aprirsi davanti frammenti di vite e mondi inaspettati, in un movimento dinamico tra ambienti mondani e lontani e il nucleo narrativo, vicino e modesto, a cui approdano e da cui partono le navi della sua esplorazione. Brokken sa anche mantenere il giusto mezzo tra svelamento di informazioni e fiducia nell’immaginazione del lettore: non tende a voler sciogliere tutti gli enigmi, preferendo lasciare lo spazio che alimenta la curiosità e la voglia di scoprire questi luoghi veri e dipinti. Come la luce olandese, Brokken illumina tanti dettagli senza chiarirli.


Jan Brokken, La scoperta dell’Olanda, traduzione di Claudia Cozzi, Milano, Iperborea 2025, € 21, 384 pp.

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Tags: arteIperboreaJan BrokkenOlandapitturaVolendam
Elio Baldi

Elio Baldi

Elio Baldi è Assistant Professor all’Università di Amsterdam. Ha pubblicato libri e articoli in cinque lingue su Italo Calvino, Giacomo Leopardi, Fernando Pessoa, Behrouz Boochani, Carmelo Bene, Dante e Shakespeare. Tra i suoi interessi di ricerca ci sono la fantascienza (femminista), il rapporto tra scienza e letteratura e la traduzione e ricezione delle opere letterarie.

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Comments 1

  1. Lotje says:
    5 mesi ago

    Brokken per me è una lettura classica, tradizionale e conservativa a causa della scelta dell’argomento. Ci sono tanti oggetti più interessanti per confrontare il passato olandese. Consiglierei ‘Uitverkoren Hoe Nederland aan zijn zelfbeeld komt’ per una lettura più attuale che risponde ai bisogni del nostro tempo.

    Rispondi

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