Quasi all’inizio del Gay, da poco ripubblicato per Ponte alle Grazie, Paolo Zanotti, studioso di letteratura e autore di romanzi difficilmente classificabili usciti perlopiù postumi, si chiede se «si poteva, e cosa significava, essere omosessuali prima della nascita del concetto di omosessualità» (Zanotti 2024: 15), avvenuta nella seconda metà dell’Ottocento. Dalla risposta a questa domanda dipende l’impostazione fondamentale di una possibile storia dell’identità omosessuale. Esistono «due prospettive antitetiche» (15) in proposito:
Secondo l’essenzialismo la sessualità è un fenomeno individuale, una caratteristica oggettiva delle persone, e in quanto tale l’esperienza omosessuale è tendenzialmente la stessa in qualsiasi periodo o cultura. Secondo il costruzionismo le identità sessuali sono invece apprese e plasmate dall’interazione dell’individuo con gli altri – è pertanto impossibile parlare di omosessualità nel caso di società che non concepiscano la sessualità nel nostro stesso identico modo (15).
Zanotti dichiara di voler tenere insieme queste due prospettive. Pur riconoscendo l’inevitabilità dei «condizionamenti culturali» (16), osserva che anche prima della cesura ottocentesca era ammessa «la possibilità di un orientamento più stabile verso l’uno o l’altro dei due sessi» (15). Ed è importante considerare questo fatto per comprendere a pieno la storia successiva. Nel secondo capitolo Zanotti si sofferma dunque su quello che si potrebbe definire l’Ancien Régime dell’identità omosessuale, riflettendo in particolare sull’Atene del IV secolo a.C. e la Firenze del Quattrocento. Qui il sesso si collocava principalmente all’interno dell’opposizione «tra attivo e passivo, dove l’attivo è l’uomo, il passivo chi uomo non è (la donna) o non è ancora (il ragazzo)» (18), mentre l’opposizione tra eterosessuale e omosessuale era ancora marginale. Ne deriva una prima conclusione importante: «I sistemi di classificazione sono semplicemente una questione di priorità: se per noi la balena è un mammifero e non un pesce è solo perché abbiamo deciso che l’avere il sangue caldo e il partorire cuccioli vivi sono cose più importanti del vivere nell’acqua. Allo stesso modo l’opposizione omo/etero non è l’unico sistema di classificazione possibile» (16). In altre parole, la possibilità di avere rapporti con persone del proprio stesso sesso è praticamente sempre esistita, ma solo a un certo punto della storia è diventata tanto significativa da richiedere un cambiamento nel modo di classificare la sessualità. È in questo momento che dall’Ancien Régime si passa all’età moderna.
Resta il fatto che «gli enti di cui si occupa la storia della cultura […] non sono cose», ma piuttosto «giochi linguistici», in virtù di «un nodo ontologico indissolubile» per cui le cose entrano «nel mondo umano solo quando le pratiche e le parole danno loro un’identità» (Mazzoni 2011: 78). Bisognerebbe quindi sempre «ricostruire la dialettica fra l’oggetto e le parole che hanno permesso di definire l’oggetto» (78-79). Nonostante la premessa, nei capitoli successivi in effetti Zanotti imposta la sua storia proprio secondo questa logica, valorizzando la dialettica che si instaura nell’Ottocento quando si afferma l’idea di omosessualità come qualità esclusiva di un gruppo definito di persone e contemporaneamente nascono varie parole per indicare questa idea.
Nel corso dell’Ottocento perde importanza la «specializzazione dei ruoli in base all’età», che aveva talora reso accettabili i rapporti tra persone dello stesso sesso, in favore del paradigma dell’«inversione di genere» (Zanotti 2024: 28). Gli abitanti delle grandi città infatti «vengono a sapere dell’esistenza di luoghi dove certi uomini si riuniscono, si vestono da donne, si chiamano con nomignoli femminili, inscenano finti matrimoni, fanno sesso tra loro» (28). Gli omosessuali iniziano così a essere percepiti come degli uomini-donne. Il momento storico non è casuale. Zanotti spiega come la formazione dell’identità omosessuale sia strettamente legata all’ascesa della borghesia. Quella dell’effeminatezza era stata infatti fino a quel momento un’accusa rivolta agli aristocratici. Ma adesso è in corso una «lotta tra sistemi di valori», in cui la borghesia cerca di affermarsi sulle altre classi rivendicando il proprio «rigore religioso» e la propria «rispettabilità» (29), e questo significa che non è possibile concedere spazio alle esperienze sessuali diverse dal matrimonio e alla confusione dei sessi. L’affermazione della borghesia genera dunque il «divieto dell’omosessualità» (29), che non è consentita alla nuova classe egemone. È a questo punto che il sistema di classificazione si trasforma. La differenza omo/etero diventa più importante che mai perché permette di individuare chi è degno di esercitare il potere. Non a caso dunque si assiste a un processo di medicalizzazione che ha come obiettivo quello di «istituire un sapere indiziario che permettesse di riconoscere gli ‘invertiti’ a botta sicura. Un po’ per metterli alla gogna, un po’ perché, se erano così facilmente riconoscibili, era più facile per l’osservatore sentirsi diverso da loro» (83).
Il divieto tuttavia è fondamentale per la definizione dell’identità omosessuale, perché contribuisce a dare forma a «una sorta di controcultura in opposizione alla cultura ufficiale del tempo e ai suoi ideali in fatto di arte, utilità, virilità normativa» (46). L’eroe di questa controcultura è il dandy. Il dandismo nasce proprio nell’Ottocento, recuperando alcune prerogative aristocratiche come l’eleganza, l’irresponsabilità e la stravaganza, per contestare l’ascesa della borghesia, «ricca, ottimista e volgare» (Bertolucci 1997: 983). Nella formazione di questa controcultura secondo Zanotti svolge un ruolo fondamentale il processo a Oscar Wilde, un vero e proprio «spartiacque epocale» (Zanotti 2024: 40) che sancisce l’illegalità dello stile di vita omosessuale ma al tempo stesso gli dona riconoscibilità. Il processo è inoltre il «momento di convergenza tra due serie di stereotipi sull’arte e sull’omosessualità» (67). La prima lega l’omosessualità alla raffinatezza e la seconda alle professioni artistiche. Nel tardo Ottocento in particolare queste professioni iniziano a essere considerate inadatte alle persone rispettabili. Il punto è che «la società tende a espellere con più o meno forza un certo numero di tratti e occupazioni, e quanto viene espulso viene raccolto da una qualche minoranza» (69). A sua volta però «l’adozione […] di questi tratti e occupazioni può tornare utile per fondare e rafforzare un’identità» (69). L’identità omosessuale nasce proprio da questa dinamica di spinte e controspinte, che il libro riesce bene a mettere in luce.
La storia che racconta Zanotti non è però affatto lineare. C’è innanzitutto una diversità geografica da tenere in considerazione. Il processo con cui prende forma in Occidente l’identità omosessuale riguarda infatti quasi esclusivamente il Nord del continente europeo. Nell’Europa meridionale la classificazione basata sull’opposizione attivo/passivo e il modello pederastico durano molto più a lungo, perché gli atti omosessuali non sono illegali come nell’Europa settentrionale. Non bisogna però lasciarsi ingannare dalle apparenze. Questo non è «segno di una maggiore apertura mentale. Il sistema pederastico è infatti uno strumento di controllo altrettanto efficace dell’ombra della gogna e della forca. Nel sistema pederastico […] l’omosessualità non esiste» (16). Tutto ciò ha causato un notevole ritardo nell’elaborazione di un’identità. Il divieto ha invece consentito agli omosessuali del Nord di prendere più rapidamente coscienza di sé. Ciò non significa comunque che a Nord l’acquisizione dell’identità omosessuale fosse facile. La scelta più comune davanti alle restrizioni imposte dalla società era quella di assumere «un’identità parziale, o perlomeno una velata doppia vita (una a casa con la moglie, una per strada con chi capita)» (120). Davanti al dominio incontrastato dell’eterosessualità inoltre agli omosessuali mancavano «modelli» che permettessero di elaborare «opinioni alternative» (121). È una questione decisiva: «riuscire a vivere, da diversi, una vita davvero diversa, richiede […] la capacità di eludere sia le norme della società che quelle (dagli ingranaggi molto più subdoli) del suo immaginario» (121). La storia dell’omosessualità è dunque la storia dei tentativi di liberazione da questo doppio condizionamento. C’è poi la diversità della vicenda del lesbismo, contrassegnato da un lungo silenzio che ha fatto sì che l’omosessualità femminile assumesse una fisionomia moderna molto in ritardo rispetto a quella maschile. Zanotti esplora le ragioni di questo ritardo, tra cui ancora una volta è particolarmente rilevante l’assenza di uno specifico divieto sui rapporti sessuali tra donne.
Il Novecento inizia con la rivoluzione di Freud, che sconvolge le certezze dell’ordine borghese negando che l’uomo sia attratto naturalmente dalla donna. «L’unica cosa che si possa dire senza pericolo di cadere nel pregiudizio è che l’istinto sessuale esiste» (114). Per Freud l’istinto sessuale è indifferenziato ed è poi la «risoluzione “normale”» (116) del complesso di Edipo a dargli la fisionomia dell’eterosessualità. Ma sono possibili anche «finali alternativi» (116). L’omosessualità non è dunque necessariamente innata e tantomeno è una degenerazione, ma soltanto uno degli esiti cui può andare in contro la crescita. Insomma, all’inizio del nuovo secolo, «la psicoanalisi freudiana, in fondo, tende a ‘normalizzare’ i fenomeni studiati dalla medicina e dalla psichiatria ottocentesche. La psicoanalisi non emette sentenze di normalità o anormalità, si limita a osservare che tutti noi siamo, potenzialmente, invertiti o pervertiti» (116). Al di fuori del campo della psicoanalisi però le cose procedono più lentamente. La Prima guerra mondiale è un’occasione mancata nel rinnovamento dell’ideale maschile ottocentesco. Quest’ultimo viene anzi rafforzato in Italia e Germania da fascismo e nazismo, che tendono rispettivamente a proseguire gli stessi atteggiamenti nei confronti dell’omosessualità delle due Europe del secolo precedente.
Per un vero rinnovamento bisogna collocarsi in un cronotopo diverso. A partire dalla metà del secolo sono gli Stati Uniti a far avanzare la storia dell’omosessualità. Questo avviene innanzitutto grazie al cinema, che fornisce agli omosessuali un immaginario comune e al tempo stesso un’arte camp (e dunque, seguendo Sontag, specificamente omosessuale). Quello che conta è però soprattutto una nuova dinamica di spinta e controspinta. Da un lato, l’omofobia del cinema americano. Dall’altro, le prime forme di organizzazione con cui gli omosessuali iniziano a chiedere per sé stessi una rappresentazione politicamente corretta. Il rapporto con il cinema è anche un sintomo della massificazione dell’omosessualità. Nel Novecento,
Se i riferimenti culturali stanno diventando più democratici, questo significa anche che possedere una consapevolezza omosessuale non è più una cosa che riguardi solo una ristretta cerchia di individui ricchi e cosmopoliti. Le grandi comunità omosessuali diventano possibili. Se, prima, la grande città era il rifugio e l’opportunità di scomparire nella folla mentre l’isola il sogno di felicità, ora la grande città può essere sia rifugio che luogo sognato. Parallelamente, se prima esistevano fenomeni migratori diretti al Sud, ora la freccia punta decisamente verso Nord (239).
Il nuovo centro dell’omosessualità mondiale diventa in effetti San Francisco. Qui si forma la prima grande comunità omosessuale e qui avviene l’alleanza con le controculture giovanili destinata a influenzare notevolmente la storia successiva.
Dopo la sommossa di Stonewall nel 1969 la lotta diventa sempre più radicale e mira a una «reinvenzione» (249) integrale della società. Gli attivisti si richiamano a Freud, rileggendolo «in chiave di liberazione sessuale», per affermare che «l’eterosessualità è solo uno degli esiti possibili, e che la sua frequenza è dovuta esclusivamente alle pressioni sociali; oppure, banalmente, che tutti quanti siamo potenzialmente omosessuali» (251-252). L’omosessualità diventa la forma di massima ribellione alla società patriarcale. Il modello degli attivisti è quello oppositivo e provocatorio del dandismo.
Non è possibile separare la storia dell’omosessualità da quella dell’eterosessualità. Lo dimostra anche l’ultimo cambiamento, che sembra dipendere dall’«indebolirsi dell’istituzione familiare», a cui corrisponde una coppia gay che non «rappresenta più l’antitesi di quella eterosessuale, ma in un certo senso il suo esempio più perfetto: una coppia più precaria, con doppio stipendio e senza figli (quindi una coppia tendenzialmente benestante), e in cui la divisione dei ruoli non è stabilita in partenza ma è da reinventare» (245-246).
L’omosessuale di oggi è riuscito ad affrancarsi da molte delle limitazioni vissute in precedenza, ma sconta nuove restrizioni. Il risultato delle trasformazioni più recenti può essere così riassunto: «massima separazione (l’omosessualità è un’identità stabile e non sono più previsti incontri tra le due ‘specie’; all’opposizione omosessualità/eterosessualità viene dato un ugual peso che a quella uomo/donna) ma anche massima assimilazione (gli omosessuali possono finalmente essere delle persone normali – e non solo persone eccezionali o reietti – che intrecciano relazioni molto simili a quelle degli eterosessuali)» (244). Il processo che ha portato a questa nuova identità è iniziato tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta e si è diffuso a partire dagli Stati Uniti. E anche per reazione all’AIDS al modello del dandy si è sostituito quello del giovane che gode di buona salute. Gli imperativi di oggi sono dunque quelli di «normalizzazione» e «assimilazione» (260), che hanno soppiantato l’ideale di un’omosessualità intesa come ribellione.
Il gay si conclude con un richiamo importante, un avvertimento relativo alla logica dell’etnicità che adesso è dominante: «Il problema sorge quando dalla battaglia per i diritti si passa alla valorizzazione della differenza in quanto tale, a una differenza che non vuole reinventare il mondo ma limitarsi a specchiarsi in sé stessa. Il risultato è un mondo costituito da ricchi che possono permettersi il lusso di non essere etnici, e da mille comunità etniche che pensano solo a sé stesse» (269). Zanotti vede l’origine del problema tra anni Sessanta e anni Settanta, quando vengono fatte nuove rivendicazioni e però al tempo stesso «il capitalismo occidentale si è profondamente ristrutturato, portando al venir meno della centralità della classe operaia e di ogni forma di solidarietà di classe, e, quindi, anche al venir meno di una casa comune che potesse raccogliere attorno a sé il malcontento sociale dei diversi» (272). Ad ogni modo, «dato che le minoranze possono parlare solo per sé stesse, si è passati dalla guerra per la ridistribuzione e la giustizia sociale alle scaramucce per i riconoscimenti» (273). Forse il punto è che, in un’epoca in cui praticamente non esistono più forme di trascendenza, è difficile pensare molto oltre la piccola sfera del proprio benessere e immaginare una lotta più estesa. E la «frammentazione identitaria» fa «il gioco del potere» (273).
Davanti a questo stato di cose in qualche modo il libro sembra alludere con la sua stessa forma alla necessità di recuperare un modello superato di omosessualità. La storia raccontata da Zanotti procede in maniera digressiva, bizzarra e provocatoria, con esempi sorprendenti e collegamenti inattesi. A tutto ciò si aggiungono l’ironia, la leggerezza del tono e la libertà da un’impostazione teorica rigida. Ma l’autore ricorre spesso anche a formule dubitative, come la frequente l’impressione è che, che esprimono forse la consapevolezza di muoversi su un terreno ambiguo. Ne deriva un’opera che, nonostante l’intento divulgativo, ha qualcosa del dandismo, e così forse sommessamente invita a proseguire quel tipo di rivolta.
Crediti immagini header: LSE Library – Demonstration, with Gay Liberation Front Banner, c1972

P. Zanotti, Il gay. Dove si racconta come è stata inventata l’identità omosessuale, Milano, Ponte alle Grazie, 2024, 320 pp., € 22.







