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Hotel Bella Speranza di Michael Fehr: una storia deve agire

Priscilla FrankendiPriscilla Franken
16 Giugno 2025
in Letterature
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Hotel Bella Speranza di Michael Fehr: una storia deve agire

Luca Ricci ha scritto che «un romanzo è riuscito se suscita un dibattito, un racconto se lascia senza parole» (Breve trattato sul racconto breve, Studi Novecenteschi, 2019, p. 266). I racconti in Hotel Bella Speranza di Michael Fehr fanno questo effetto se letti parsimoniosamente, come viene consigliato nel volantino: «una storia al giorno, subito dopo il risveglio». Se si cerca di leggerli tutti insieme, sfuggono come aria e il rischio è quello di avere la sensazione di avanzare tra pagine vuote senza leggere nulla. Tuttavia, letti con moderazione, questi racconti hanno un potere digestivo, o almeno, questa è stata la mia percezione. Infatti, i finali raramente hanno qualcosa da dire, da spiegare, una morale da insegnare o una rassicurazione per cui tutto va e andrà per il meglio, nonostante ci si sia comportati virtuosamente. La loro bellezza sta proprio in questa assenza di soluzioni confortanti. In una società dove si fa a gara su chi detta la maniera più giusta in cui si dovrebbe vivere, trovo che questa raccolta sia un piccolo toccasana.

Michael Fehr è un autore bernese del 1982, che, oltre a narrare storie – lui stesso si definisce narratore e non scrittore –, scrive poesie, fa performance artistiche e canta.

Hotel Bella Speranza è una raccolta di 48 racconti brevi, certi brevissimi, pubblicata in italiano nel 2024 da Edizioni Casagrande, una casa editrice che ha sede in Ticino. Il titolo originale è Hotel der Zuversicht (Hotel della fiducia). «Il senso originale – spiega Fehr – è quello di dire che di fronte al destino non possiamo nulla se non serbare, in ultimo, una speranza. La fiducia che intendo io, è quella che deriva dalla consapevolezza di far parte di qualcosa di più grande, per cui ognuno di noi è solo una piccola parte di un universo. La fiducia di cui parlo fa appello a un’entità che è più grande di me» (Natascha Fioretti, Hotel Bella Speranza e altre storie spirituali,«AZIONE», 2024). Pertanto, immergersi in quest’opera è come entrare in un hotel con tratti surrealisti, per sbirciare attraverso le fessure di ogni porta squarci bizzarri di vite diverse, che terminano come iniziano, senza un apparente ordine.

Parlo di tratti surrealisti, perché effettivamente i suoi racconti nascono da immagini interiori. Essendo Fehr gravemente ipovedente fin dalla nascita, il mondo che percepisce in immagine è diverso da quello a cui una persona vedente è abituata. Nel 2014, al “Bachmannpreis Podcast”, aveva spiegato che le sue storie si costruiscono fondamentalmente sui colori, che percepisce come esseri a sé stanti con un carattere tutto loro. Nell’ideazione di una storia, infatti, innanzitutto Fehr sceglie quali colori ne faranno parte e poi si immagina come possano interagire tra di loro. Dopodiché comincia a raccontare in un registratore l’intera vicenda, dando dei suoni e delle identità ai colori messi in movimento e ai legami che creano.

Il racconto Mantra e Mandorla è un buon esempio per capire come il colore possa essere una sorta di terzo protagonista. Ogni volta che i due personaggi principali cambiano scenario, con loro cambiano anche i colori, e quelli dei loro abiti si abbinano a quelli del paesaggio.

“Mantra indossa un paio di ampi pantaloni color marrone e un maglione largo color marrone; Mandorla indossa un paio di ampi pantaloni marrone scuro, un maglione largo marrone scuro e un berretto sbarazzino marrone scuro. Mantra e Mandorla sono seduti ai piedi di un vecchio albero marrone scuro, fra le sue venerande radici marroni e il tronco nodoso. Mandorla ha appoggiato la testa in grembo a Mantra e guarda in su verso il viso di lei e verso i rami marroni e le grandi foglie marroni dell’albero.” (p.53)

In questo breve estratto si nota subito l’enfasi nella ripetizione di certe parole, come se le cose diventassero meno interessanti e confuse se descritte in modo più dettagliato, o come se non ci fosse altro da dire su certi fatti in determinati contesti.

Il ritmo è un altro aspetto particolare della scrittura di Fehr, che pure si intuisce da questo brano. La prosa dei racconti è chiara, vivace e ritmica. Su YouTube ci sono dei video in cui l’autore interpreta alcuni di questi racconti facendosi accompagnare da una base musicale ed è suggestivo osservare quali ritmi associa alle diverse storie e alle diverse parti che le compongono.

Purtroppo, io non sono riuscita a leggere la raccolta in lingua originale, ma consiglio vivamente a coloro che ne sono incuriositi e che conoscono il tedesco, di leggerla in tedesco, così da avvertire anche la dimensione linguistica, che nella traduzione italiana si perde un po’. Dalle interviste, però, si coglie la dedizione e l’amore che l’autore mette nella ricerca delle parole.

Vorrei passare ora a un concetto interessante espresso da Fehr, sul rapporto tra letteratura e vita. Prima però devo introdurlo facendo notare che Fehr non si definisce un narratore contemporaneo. Quando parla della sua scrittura, preferisce evocare figure antiche, come Omero o Ovidio, piuttosto che paragonarsi agli scrittori di questo tempo.

Infatti, se oggi la letteratura si concentra maggiormente sull’introspezione, in passato l’accento era posto sull’azione, elemento cardine nel suo ragionamento. L’eccedere nell’introspezione – spiega – rende la narrativa noiosa, perché si “limita” a descrivere stati psicologici e a soffermarsi su esperienze personali, cadendo nella pateticità. La vita però si muove, si sviluppa nel tempo e il tempo porta inevitabilmente al cambiamento. Per questo motivo, noi possiamo percepire la realtà solo attraverso i cambiamenti e dunque anche la letteratura dovrebbe focalizzarsi nel raccontare prima di tutto di azioni. Ciò non significa che nei suoi testi manchino le emozioni, solo che non vengono particolarmente analizzate. Per lui, infatti, i sentimenti, sebbene rappresentino una delle dimensioni più affascinanti dell’essere umano, restano pur sempre confinati in una sfera statica, sfuggendo alla nostra comprensione dinamica della realtà. Inoltre, quando sfuggono al nostro controllo, essi possono generare danni, perciò vanno coltivati senza mai prenderli troppo sul serio. Nei suoi racconti, vengono bilanciati con un tono ironico, a volte persino sarcastico, che allontana ogni tentazione di sentimentalismo. Fehr usa il sarcasmo per elevarsi con divertimento al di sopra della pietosità, della sofferenza e della miseria dell’esistenza. Si creano così situazioni per lo più assurde e surreali che appaiono come normalissime, e viceversa. Mercurio Acciaio e Alloro Hesse è un racconto che mi è piaciuto particolarmente proprio per questo ribaltamento di percezione: due vecchi amici si incontrano al bar dopo molto tempo e uno dei due comincia a dire all’altro tutte le invenzioni che ha ideato o che ha in progetto di fare. Sembrano assurde e totalmente irreali, come se volesse fingersi qualcosa che non è per impressionare l’amico, ma, andando avanti con la lettura, si scopre che l’amico in realtà crede a queste cose. A questo punto, il lettore comincia a dubitare che il mondo che conosce sia lo stesso di quello del racconto, dove può esistere una scala superflessibile per far uscire dalle bocche delle persone gli amici che ci sono caduti dentro, perché affascinati dalla loro rotondità e da ciò che celavano.

In ultimo, le storie di Fehr presentano sempre una piccola riflessione sulla società e sulle sue strutture, seppure i personaggi non vengano descritti quasi per niente sul piano emotivo (conducono le loro vite superando praticamente ogni crisi con una naturalezza grottesca) e non si distingua il contesto sociale al quale appartengono. Nel brevissimo racconto Potremtlek Langtang, per esempio, si avverte il costante orientamento verso la dimensione economica. La trama è questa: un uomo d’affari muore improvvisamente in casa sua, così i suoi tre cani da guardia lo trascinano in cantina, chiudono la porta e cominciano a occuparsi dei suoi affari. L’importante è non farsi vedere e non parlare al telefono. A volte si fanno recapitare direttamente a casa grandi quantità di carne cruda e le ossa le buttano giù in cantina.

Come si evince da questa storia, i mondi che narra Fehr sono perlopiù negativi, spesso gli stati esistenziali dell’essere umano (come solitudine, amore, ecc.) vengono tratteggiati con ilarità, violenza o profonda tristezza. Non tutti però, ci tengo a precisarlo. Certi racconti li ho trovati molto teneri. Altri, invece, presentano più dimensioni, come Il meteorologo Lavanda Wellington: in cui una classe di bambini viene portata in visita da un famoso meteorologo, che sta lavorando a una scoperta eccezionale e rivoluzionaria. Lavanda Wellington – questo è il suo nome –, per prevedere il tempo, mette dei vasetti di vetro riempiti con delle sostanze segrete nella neve e poi in base a ciò che ci trova dentro capisce con una precisione straordinaria che tempo farà, ma anche dove esattamente cadranno i fulmini e cose del genere. Quando però confessa che per ora non funziona a dovere, perché ottiene i risultati troppo tardi, il maestro si mette a ridere e lo prende in giro, mentre i bambini gli dicono che sono affascinati dalla sua ricerca e che si impegneranno a studiare meteorologia, così che poi potranno tornare da lui e aiutarlo a trovare la soluzione. In questo racconto, il tema della collaborazione si affianca alla propensione verso un atteggiamento autoritario.

In conclusione, leggere Hotel Bella Speranza è come guardare in un caleidoscopio: a ogni pagina girata colori e forme si mischiano, creando nuove immagini discordanti e oniriche. I racconti si susseguono come fossero loro stessi parte di un corpo che si muove: una storia, per essere tale, deve agire.


M. Fehr, Hotel Bella Speranza, trad. it di A. Ballinari, Bellinzona, Casagrande 2024, 184 pp., € 22.

Tags: CasagrandeMichael Fehrraccolta di raccontiraccontiRacconti brevisurrealismo
Priscilla Franken

Priscilla Franken

Priscilla Franken (2001) è laureanda in lettere moderne e, mentre tenta di capire tra libri, film e mostre cosa fare da grande (espressione che non è pronta ad abbandonare), si perde nel nulla e cerca ancora di prendere la patente. 

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