Quest’anno la Mostra del Cinema di Venezia è iniziata qualche giorno più tardi del solito, all’inizio di settembre e qualcuno forse confidava in questo slittamento per trovarsi al festival con un clima meno torrido, da fine estate, mitigato da una bella brezza marina proveniente dalle spiagge del Lido. E invece il cambiamento climatico si è preso tutto, anche quel frivolo desiderio di eleganza per assistere alla prima mondiale di un film. Niente giacca stazzonata da critico poser, solo magliette pratiche.
Per non parlare degli spostamenti: raggiungere la Mostra del Cinema situata al Lido è paragonabile all’attraversamento dell’Acheronte con tanto di vaporetti traboccanti di accreditati che si aggrappano a ogni appiglio di ferro rovente del mezzo per non finire in acqua. Ad attenderli alla meta un sole accecante, file chilometriche per cibo e bagni, ma alla fine di tutto la buia, fresca sala cinematografica.
Quest’anno la selezione presenta meno film hollywoodiani del solito e anche le produzioni targate Netflix sono meno rispetto alle scorse edizioni. La selezione sembra essere tornata, in qualche modo, a un cinema più di ricerca rispetto al recente passato, dando maggior spazio a titoli che devono ancora trovare un mercato.
Ma tra dive, divi e semidivi che sfilano sul red carpet quest’anno, la grande attesa era per l’antidivo per eccellenza: Nanni Moretti e il suo ritorno al festival dopo ben trentasette anni. L’ultima volta che il regista di Ecce Bombo giungeva al Lido era per presentare Palombella Rossa, il suo film più allegorico, che, attraverso una partita di pallanuoto, ha l’ambizione di raccontare un momento socio-politico – quello della fine degli anni ottanta – in grande trasformazione. Il film all’epoca non venne inserito tra le pellicole in concorso, ma presentato come evento speciale all’interno della Settimana Internazionale della Critica. C’è chi dice sia stata proprio questa esclusione la causa scatenante di una trentennale diserzione dalla mostra. Moretti, dal canto suo, ha risposto in sala stampa affermando candidamente che non c’è mai stato un dissidio tra lui e Venezia, ma solo una mancanza di tempi tecnici per presentare un film per la settimana della Mostra. << Di nuovo, rispetto all’ottantanove, ho aperto un mio cinema, come qualcuno di voi sa. Come regista puoi mettere da parte il tuo lavoro per qualche giorno o mese o anno. Il lavoro dell’esercente cinematografico è quotidiano.>> Così ha provato a giustificarsi Moretti, sempre di fronte ai microfoni, non convincendo pienamente la platea, ma ricordando, così, quella sua natura anfibia di cineasta-cinefilo-intellettuale, che agisce sul tessuto sociale, contribuisce attivamente e che, per molti anni, ha rappresentato uno degli ultimi baluardi “extraparlamentari” di una sinistra smarrita. Chi si aspettava un film engagé da lanciare in un clima politico che si presterebbe molto all’invettiva morettiana, rimarrà però deluso. Nanni decide di parlare d’amore e lo fa a partire da un libro di Eshkol Nevo, autore caro al regista e di cui aveva già adattato, qualche anno fa, per il cinema il romanzo Tre piani. Questa volta la fonte è Legami, penultima raccolta di racconti brevi pubblicata in Italia nel 2024. L’autore israeliano indaga la complessità dei rapporti umani e il sopraggiungere di momenti rivelatori di un’intera esistenza attraverso una serie di storie sospese, alcune volutamente senza una conclusione. Questo aspetto può aver in parte agevolato Moretti e la fidata Federica Pontremoli (sceneggiatrice anche de Il Caimano e Il sol dell’avvenire) nel lavoro di sceneggiatura. Il regista infatti sceglie di non mantenere la struttura a episodi per un’opera corale, bensì attinge da ogni storia in modi e proporzioni differenti, a seconda delle esigenze narrative, fondendole in un’unica trama. Il racconto su cui si basa il tema principale del film si intitola Come l’acqua e vede come protagonisti un uomo e una donna un tempo amanti clandestini che si ritrovano dopo molto tempo, scoprendo che il loro sentimento è rimasto immutato. Considerata la sinossi, ci si aspetterebbe una resa scenica intima e giocata principalmente su interni. Moretti invece opta per una moltiplicazione delle ambientazioni e frequenti inquadrature di ampio respiro. Così il film non si apre, come ce lo aspetteremmo, tra i consueti platani di un viale del centro di Roma, magari con un Moretti in loden su una vespa o che tira un pallone. Tutto comincia in una sauna a Oslo e prosegue in un mercato in India, per poi ritrovarsi finalmente a Roma, su un campo da tennis. Lo sport resta una metafora amata dal regista romano per capire meglio il mondo e i rapporti tra le persone. Così i due amanti scoprono quanto sia profondo e istantaneo il loro legame solo scambiandosi un paio di colpi di racchetta, senza il bisogno di esprimerlo a parole.
Altro importante veicolo di significato per Moretti resta la musica, in particolare quella non originale. Ai tempi di Palombella Rossa si trattava di Battiato con E ti vengo a cercare, in Caro Diario fu il turno di Leonard Cohen con I’m Your Man, qui ci pensano Springsteen – direttamente in un concerto – e She’s a Rainbow dei Rolling Stones a marcare momenti fondamentali della storia. Quei “momenti culminanti” di una vita che bisogna saper cogliere, anche a detta di uno dei personaggi del film.
A interpretare i ruoli degli amanti sono i suoi attori feticcio Louis Garrel e Jasmine Trinca, perfetti per accontentare i due pubblici di elezione, quello francese e italiano. E in fondo, in questo film, se Roma fosse invece Parigi, funzionerebbe ugualmente. Il contesto e le dinamiche sono quelli di una media borghesia intercambiabile con uno qualunque dei principali paesi europei e, probabilmente, questo film avrà un buon successo anche all’estero per questo motivo. Se però Moretti opta per un prodotto più vendibile in termini estetici, di certo non rinuncia a quel suo modo tutto particolare di intendere la recitazione. Chiunque lavori a un suo film sa che dovrà adattarsi al suo modo di interpretare le battute, senza alcuna enfasi, eliminando pause o ritmo. La recitazione così suona quasi legnosa, e in particolare quella di Garrel, alle prese anche con le difficoltà della lingua italiana. A sorprendere è invece l’intensità e la freschezza della prova di Jasmine Trinca, eterna musa di Moretti in grado di infondere verità ai suoi personaggi, attraverso un bagaglio tecnico che sembra non smettere mai di crescere. Il film si rivela tra le opere più interessanti e riuscite dell’ultima fase del regista romano, nonostante a tratti manchi di fluidità e si avverta l’accumularsi di idee che non trovano un vero sviluppo nella storia. Resta comunque un’opera da salutare positivamente, anche solo per la sorprendente vitalità dimostrata da uno dei nostri pochi autori amati anche all’estero. Un’anomalia cinematografica che può far solo bene.
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