Pubblicato nell’ottobre del 2024 da Clichy (traduzione di Tommaso Gurrieri), Racconto della lotta è l’autobiografia di Luc Lang, autore di romanzi come Milleseicento ventri e La tentazione. Ed essendo Lang non solo scrittore ma pure docente di estetica all’École nationale supérieure des beaux-arts de Paris Cergy e karateka da quarant’anni, il libro è anche un lungo ragionamento sul corpo, oltre che sulla necessità – e difficoltà – di evadere dal giogo dell’identità (e quindi delle dinamiche sociali): è forse questa la lotta citata nel titolo.
E con una lotta fisica, seppur giocosa, si apre il libro: siamo in Corsica, nell’estate del 1962. «Calvi è lo sfondo della prima lotta, del primo confronto fisico, mitologico, con un gigante indistruttibile che può afferrarmi, sollevarmi, brandirmi come un pacco sopra la testa, le braccia tese» (p. 15).
Costui è Robert, patrigno dell’io narrante e maestro di judo; nella stessa scena appare anche la madre di Lang, Andrée, che per tutta la prima parte della vita del figlio teme che tra lui e Robert possa costruirsi un rapporto troppo solido, basato sul condiviso amore per le arti marziali.
Andrée aveva sbarrato la strada che portava a ciò che mi appariva confusamente come una consistenza dell’essere, l’accesso alla parte essenziale di quell’uomo la cui forza era anche la sua tecnica, la sua capacità fisica e spirituale che mi avrebbe permesso di confrontarmi con il mondo, di impegnarmi nella lotta, ignorando che la lotta era una parola generica che conteneva l’intera esistenza (p. 30).
Possiamo dire che la lotta di cui ci parla Luc Lang – la tensione tra la necessità di una veste definita e il desiderio del suo superamento – è in un certo senso riproposta anche nella composizione stessa dell’opera: le parti meno interessanti di Racconto della lotta sono proprio quelle narrativamente più normate, in cui Lang racconta episodi anche salienti della propria vita, che tuttavia non brillano per originalità stilistica, né sono accompagnate da valutazioni esistenziali o filosofiche che le rendano esemplari o memorabili; ben più incisivi – perché più autonomi e frontali – sono i molti momenti dedicati all’esercizio delle arti marziali come tentativo di esperire un rapporto più profondo con sé e col mondo rispetto a quello in cui confinano i vari ruoli sociali.
È come se l’ambiguità strutturale del libro, ora più simile a un’autobiografia canonica, ora più vicina a un’indagine sulle discipline marziali come strumento di interpretazione della vita, confermasse l’irrisolto conflitto del romanziere, preso tra la forza centrifuga, libertaria del padre e quella centripeta, conservatrice della madre.
Tra i molti passaggi riconducibili alla forma del memoir spiccano proprio quelli dedicati al patrigno, incrollabile punto di riferimento non solo nello sport, ma soprattutto le pagine sul suicidio della sua giovane compagna, che si è lanciata dalla finestra di casa. Qui il ricordo si fa più vibrante perché analizzato attraverso l’azione della caduta, tanto esecrata dalla madre dell’autore quanto fondamentale nel judo.
Ma, dicevamo, le suggestioni autobiografiche – dal viaggio in Giappone alla prigionia in un carcere di Yaoundé, dal divorzio dei genitori agli ultimi anni delle loro vite – non riescono ad avvincere il lettore. Si ha la sensazione che esse siano state inserite per giustificare, se non nobilitare, il quarantennale rapporto di un marzialista con la sua disciplina.
Eppure, è proprio scrivendo di arti marziali che Lang libera considerazioni non solo più persuasive, ma spesso anche poco concilianti e apparentemente eccentriche. Come quella secondo cui agli studenti gioverebbe indossare una divisa, proprio come fanno i marzialisti:
L’abito da lavoro, così come esiste nel dojo, potrebbe essere un modo di riunire gli alunni, non per esibire differenze legate al loro potere d’acquisto in un’economia di mercato, ma per tendere insieme verso lo stesso fine, l’eccellenza delle conoscenze e delle tecniche. Non è questa la vocazione del dojo come della scuola? Il luogo in cui si cerca la propria via? Indossare in una fase della giornata un abito da lavoro non è un intralcio alla libertà, se non a quella, di nuovo, di consumare. Questa tenuta, al contrario, è un impegno all’azione, all’attività, in cui l’essere umano si costituisce nel fare e non nell’apparire (p. 101; qui e oltre, corsivo nel testo).
Un’altra notevole intuizione si accende nel paragone tra la quotidiana pratica della scrittura (o dell’arte in generale) e quella del judo o del karate. In fondo, la ricerca dell’essenziale potrebbe avere come compimento, punto conclusivo che retrospettivamente conferisce senso all’intero percorso, il gesto o la parola perfetta:
L’istante giusto, così spesso introvabile perché si inventa troppo tardi. Come un dialogo, una disputa, la giusta replica che sopravviene, troppo tardiva, e che si dice a sé stessi, in silenzio, improvvisamente invasi dalla malinconia del futuro anteriore: avrei dovuto risp… L’istante giusto è l’orizzonte assoluto, desiderato da tutti gli artisti del tempo, nella letteratura come nella musica, nel cinema, nella fotografia o nelle arti marziali (p. 155).
Ma le arti marziali non sono una pratica solipsistica, un’uscita dal mondo allo scopo di intraprendere un percorso di conoscenza individualistico. Il combattimento è semmai una forma di dialogo privo di sovrastrutture e necessariamente alieno da ogni ipocrisia:
Alcuni si sottraggono, rifiutandosi di essere toccati dai gesti dell’altro, e restando quindi a grande distanza. Ma non conosceranno la possibile grazia dello scambio, quel momento in cui l’intelligenza e la creazione si compiono tra due esseri umani, quel momento, si potrebbe dire, in cui si articolano due libertà che modellano un diamante (p. 161).
La strenua lotta equivale dunque alla fatica senza tregua di chi tenta di opporsi alla dispersività di sé (a cui ogni giorno siamo chiamati partecipando alla frenesia contemporanea), cercando un nucleo costitutivo resistente alle sirene del mondo.
Sappiamo che la vita quotidiana ci fa continuamente perdere il centro, ci trascina fuori dalla nostra realtà, dalla nostra base fisica, per compiere tutto ciò che incombe su di noi, in una corsa infinita verso un futuro immediato che ci chiama senza tregua. Alcuni ne muoiono a forza di perdersi, per aver dimenticato di esistere. In una presenza e in un presente che potrebbero strettamente sovrapporre a sé stessi.
L’oblio di sé che s’instaura nell’attività delle arti marziali, come in quella di tutte le arti, è lo svelamento di uno spessore, di una densità, di un’elaborazione fisica che sotterraneamente colma la mente perché si trova incarnata nel suo centro, nella sua materialità e nella sua vitalità. È esattamente la costruzione e la scoperta dentro di noi del corpo-libro, che vive del suo enigma, che ci conduce a più azione, a più ritmo, a più musica (p. 248).
Ed è evidentemente un enigma che non prevede una soluzione definitiva, aspetto che certifica Racconto della lotta come opera onesta al massimo grado: perché essa stessa, come abbiamo detto, contiene anche diversi passaggi superflui, talvolta in punta di autocompiacimento, a dimostrazione che non ci è dato di sconfiggere, ma al più di domare, la nostra tendenza alla dispersione di energie.

Luc Lang, La tentazione, trad. T. Gurrieri, Edizioni Clichy, Firenze 2024, 296 pp. 21,00€






