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Oscar Wilde e “L’importanza di far l’onesto”

Elisa BolchidiElisa Bolchi
27 Settembre 2019
in Letterature
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Oscar Wilde e “L’importanza di far l’onesto”

Ezra Pound sosteneva che ogni generazione dovrebbe ritradurre i classici. Antonio Bibbò sembra averlo preso alla lettera dato che, dopo Gli Anni di Virginia Woolf e Moll Flanders di Daniel Defoe, si confronta ora con la traduzione di un maestro della lingua inglese: Oscar Wilde. Lo scrittore irlandese affermava, con il suo noto sense of humor, di essere stato condannato a padroneggiare la lingua di Shakespeare, e nelle sue commedie appare evidente l’assoluta padronanza della lingua inglese, dell’understatement, dello humor ironico e pungente, mai sopra le righe. Bibbò ha affrontato la commedia più nota, e forse più ostica dal punto di vista linguistico, di Wilde: The importance of Being Earnest, che già dal titolo gioca con le parole, con il loro suono e il loro significato. Perché Ernest è sì nome, ma suona anche come ‘earnest’, onesto, probo, corretto, sincero, un aggettivo carico di significati storici che racchiude le caratteristiche che l’uomo vittoriano doveva possedere. E la commedia di Wilde non fa che capovolgere continuamente queste convinzioni: le due giovani protagoniste vogliono sposare qualcuno che sia l’emblema della rispettabilità, che ne porti il nome addosso come fosse un’etichetta, un sigillo di garanzia, e che quindi dovrà chiamarsi Ernest, ma dovrà comportarsi in modo tutt’altro che ‘onesto, probo, corretto e sincero’, anzi sarà l’emblema della frivolezza. Come il protagonista, che è il rispettabile Jack Worthing in campagna e in città diventa lo sconsiderato Ernest, che gioca d’azzardo, spende una fortuna in cene al Savoy e si innamora della bella Gwendolen, che lo ricambia da prima ancora di incontrarlo perché, come gli spiega nel primo atto della commedia:

Noi viviamo, spero lei lo sappia Mr Worthing, in un’epoca di ideali . . . e il mio, di ideale, è sempre stato amare qualcuno che si chiamasse Ernest. C’è qualcosa nel suono di questo nome che fa pensare all’onestà. Dal primo momento in cui Algernon mi ha detto di avere un amico di nome Ernest, io ho saputo che il mio destino era di amarla.

A sua volta l’amico Algernoon, scoperto che la giovane protetta dell’amico Ernest/Jack è nubile e, soprattutto, ricca ereditiera, si reca in campagna fingendosi Ernest, il fratello scapestrato di Jack Worthing, con tutti gli equivoci che ne deriveranno.

Questo gioco di nomi e aggettivi che sono poi etichette e condotte morali non è certo facile da rendere in italiano, che quindi ha una lunga tradizione di titoli sempre diversi per questa commedia di Wilde: L’importanza di chiamarsi Ernesto, L’importanza di essere onesto, L’importanza di essere franco, L’importanza di essere probo… Antonio Bibbò ha onorato la tradizione italiana di trovare sempre un nuovo titolo a ogni traduzione e presenta ora il capolavoro di Oscar Wilde intitolandolo L’importanza di far l’onesto. Nella sua colta e documentata postfazione, Bibbò spiega di aver voluto lasciare i nomi nella versione originale, in modo da trasformare l’ostacolo di un gioco di parole intraducibile in

una pietra angolare, una chiave di volta dell’interpretazione del testo: l’opacità del nome e dei riferimenti dà alle traduzioni una possibilità unica, ovvero di aggirare il reticolo di riferimenti immediati e presentare questa ricerca ossessiva della perfezione da parte dei personaggi (soprattutto quelli femminili), questa ricerca della rispettabilità a tutti i costi – una rispettabilità legata alle etichette e ai simboli – per quello che esattamente è: l’inseguimento di una chimera inconsistente, ma non per questo meno importante e conseguente.

Per questo sceglie di dare a quel ‘being’ non il senso di ‘chiamarsi’ ma di un ‘fare’ (come in being silly, fare lo sciocco; o being good, fare il bravo). “Questa enfasi sulla performatività” spiega Bibbò, “forse attenua un po’ la smaccata ironia del titolo, ma permette di giocare sull’ambiguità di una espressione con la quale si suggerisce, ancora una volta, che la differenza tra chi è onesto e chi si mostra soltanto tale è spesso difficile da discernere”.

L’importanza di far l’onesto è una esilarante commedia che scandaglia una caratteristica del secolo vittoriano che ci appartiene ancora di più oggi: il doppio, ovvero l’essere e l’apparire, il nominarsi e il fare. Questa nuova traduzione è un ottimo modo per (ri)legge questo capolavoro e goderne più profondamente, anche grazie al testo a fronte che può far apprezzare il ritmo dell’originale e può aiutare a comprendere il genio di Wilde anche chi non padroneggia la lingua inglese. Ma è soprattutto un modo per riflettere sulle nostre azioni e il nostro ruolo nella società con un sorriso beffardo sulle labbra perché, come ricorda Bibbò: “La levità della commedia si poggia non tanto sugli equivoci e sulle incomprensioni, che pure scatenano ilarità, quanto sulla completa assenza di alternative a una società in cui non esiste altro che la narrazione di sé, la rappresentazione”. Nell’era dei social media esistono allora poche letture più pertinenti di questa commedia scritta nel 1895.


importanza di far onestOscar Wilde, L’importanza di far l’onesto, traduzione e cura di Antonio Bibbò, testo originale a fronte, Feltrinelli, Milano 2019, 272 pp. 8,50€

 

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Tags: Antonio Bibbòl'importanza di far l'onestotraduzioneWilde
Elisa Bolchi

Elisa Bolchi

Elisa Bolchi è assegnista di ricerca in letteratura inglese presso l’Università Cattolica di Milano dove, nel 2006, ha conseguito un dottorato in Critica, teoria e storia della letteratura e delle arti. È socia fondatrice e vice-presidente della Italian Virginia Woolf Society e si è occupata della ricezione di Virginia Woolf in Italia pubblicando i volumi L’indimenticabile artista (Vita e Pensiero, 2015) e Il paese della bellezza (Milano, Educatt, 2007). Attualmente si occupa di rapporti letterari anglo-italiani, di studi d'archivio e di influenze moderniste in opere postmoderne, con un particolare interesse a J. Winterson, I. McEwan e A. Smith.

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