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Home Nella pancia del vino

Descrivere la vita. Dentro, attorno e al di fuori del vino

Marco ScarpadiMarco Scarpa
6 Novembre 2026
in Nella pancia del vino
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Descrivere la vita. Dentro, attorno e al di fuori del vino

Riempire di parole il vino non è necessario. È per noi. Aggettivarlo, caricarlo di descrizioni, di riflessioni, avvalora il nostro pensiero verso di lui (e forse verso noi stessi). È quindi qualcosa che riempie il nostro pensiero, colora il nostro approccio al vino così come alla vita, ci convince di essere abili all’incontro con il vino e il suo portato e, non ultimo, gonfia il nostro orgoglio.

Mi riferisco soprattutto a chi vive il vino come qualcosa che travalica il bicchiere. Il bevitore occasionale lo può trovare più o meno buono/interessante ma l’attenzione attorno ad esso rimane effimera. Il sommelier invece si concentrerà sulla sua comprensione tecnica e nella descrizione tramite nozioni dogmatiche e parametri più o meno rigidi. Ci sono anche molti altri amanti del vino che esulano dalla sintesi categorica e dedicano un ascolto più ampio a questa bevanda.

Mi riferisco poi a vini in grado di raccontare il terreno dove sono cresciuti, il paesaggio da cui provengono, l’agricoltura che li sostiene, la tradizione che li ammanta, la storia di quella cantina, la particolarità dell’annata e dell’andamento climatico, l’esperienza del vignaiolo, la sua interpretazione di quel particolare vitigno, pure la sintesi della sua visione del vino spesso costola essenziale della sua visione della vita. A questi vini mi piace portare rispetto e credo contengano un portato di significato e di idee degne di una descrizione sui generis. Non per forza una serie di parole per oggettivizzare un vino.

Facciamo un esempio:

Jurancon e Paesi Baschi, il Sud della Francia e il nord della Spagna.

Una continuità che trova legami in alcuni vitigni utilizzati in queste zone e grazie ad alcuni vignaioli che sanno far confluire anime diverse in vini emblematici.

Imanol Garay è uno dei produttori che più mi ha colpito negli ultimi anni. Persona istrionica, visionario nel vino, artista poliedrico. Seguace di Richard Leroy, produce vini senza alcun input, non aggiungendo nemmeno solforosa. Una volta, parlandoci, più che descrivere i suoi vini, accennava all’energia, al momento temporale, all’entrare in risonanza, al provare a cogliere l’emozione non solo del vino ma del dialogo tra vino e individuo. Discorsi magari assurdi per taluni ma coerenti con quanto personalmente ho evinto dai suoi vini: per me buonissimi, soprattutto i bianchi ma anche i rossi, buonissimi non solo per il gusto ma per un piacere più ampio che lasciano.

In particolare vorrei parlare di un vino in particolare, nato da una collaborazione tra Imanol Garay, Gile Iturri e Alfredo Egia.

Quest’ultimo è un amico di Imanol, il quale lo ha introdotto alle vinificazioni poco interventiste, all’agricoltura biodinamica e a un’idea di vino assai libera ma, nel tempo, nitida e precisa.

Hegan Egin nasce da un appezzamento curato da Alfredo Egia nei Paesi Baschi, precisamente a Balmaseda, nella DO Bizkaiko Txakolina, circa 30 km a sud-ovest di Bilbao. Un solo ettaro per una cuvée composta da 50% Hondarrabi Zuri Zerratia (Petit Courbu) e 50% Izkiriota Txikia (Petit Manseng). Terreno povero e poco profondo di cayuela (scisti e arenaria con rocce calcaree), esposizione a sud e pendenza del 30%. Vendemmia manuale in cassette da 15 kg. Rese sui 15/20 hl/ha. Pressatura diretta, decantazione leggera per 2 ore, fermentazione con lieviti indigeni in botti di rovere francese, di tre e cinque anni, da 225, 300, 400 e 500 litri.

Questo vino bianco è, “semplicemente”, uno dei vini bianchi più buoni bevuti negli ultimi anni. Comparabile o più rimarchevole di moltissimi Chenin, Chardonnay o Savagnin di produttori ben più noti. Il mio intento non è fare una classifica. Più che altro è spostare lo sguardo altrove.

E questo vino contiene una moltitudine difficilmente trascurabile. Sa essere denso e teso, complesso e magnetico, equilibrato e vibrante, netto e aperto, profondo e immediato. L’acidità è calibrata come un orologio svizzero. La sapidità è esplosiva eppure nemmeno un granello risulta fuori posto. La tensione nel suo insieme è notevolissima e, nel contempo, non punge ma accompagna. Le impressioni vanno a zonzo tra pistacchi e cedro, l’asprezza del limone spremuto e lo scalpo marino della salicornia, una mela verde finissima e un ananas bruciacchiato, scampoli di zenzero e visioni di salvia affumicata. Un vino di luce e cenere, diretto e senza fronzoli. Costruisce un mondo, lo connota, lo entusiasma.

Così facendo la definizione del vino finisce per definire noi, il punto in cui siamo, l’incastro in cui ci troviamo, il gorgo nel quale siamo immersi.

Di fatto accanirsi, perdersi, girovagare dentro, attorno e al di fuori del vino è una manifestazione dell’Esserci, riprendendo Heidegger, ovvero un tentativo di esistere, di provare a comprendere il proprio essere attraverso l’intuizione della propria presenza rapportata al mondo.

“L’Esserci (ovvero l’ad-essere) è quell’ente nel quale il suo essere percepisce questo stesso Essere come una questione”[1]

La descrizione del vino diventa così una domanda più che un’affermazione definitiva. Diventa vortice e conseguenza, che trascende il vino e si situa nella soggettività, nel percorso che va da noi verso l’altro per tornare a sé.

Ci ritroviamo ad abitare la descrizione. Le parole attorno ad un vino diventano la casa che siamo in grado di abitare, descrivono il nostro stare nel mondo, ne tratteggiano alcune sfumature. E questo potrebbe essere l’estasi a cui tendere. Provare a dire ciò che ci assomiglia. Riconoscendoci. Essere sinceri nel modo più che nel cosa. Costruire un luogo che abbia senso per noi. Proteggerlo da chi non bussa per conoscerlo. Cercare la pace dove c’è il conforto.

Quale senso ha, quindi, descrivere un vino, nell’impossibilità di un’oggettività?

La tecnica, l’esercizio e le regole potrebbero venire in aiuto di chi cerca una distanza da sé stessi per dire qualcosa di più vasto, di universale, di vero a priori. Secondo me questa pratica porterebbe solamente ad un restringimento dell’imbuto del senso. Del senso del vino, del suo significato, del suo manifestarsi, della sua possibilità di riverberare ma, dopotutto, anche del senso della vita. Questa pratica non sarebbe altro che mera descrizione di dettagli tecnici che difficilmente saprebbero intercettare l’emozione di un vino, la complessità del suo esporsi , la profondità del perché di fronte ad alcuni calici qualche appassionato vibra di piacere, ritrova un mondo, si perde nei suoi meandri, scova molto altro oltre una semplice bevanda.

Proviamo allora a pensare e a dire che la descrizione di un vino non è solamente un esercizio di scoperta del sé e del proprio sapere né di manifestazione del sé ma vero e proprio moto di vita, per certi versi non misurabile né arginabile per chi vive il vino con trasporto e dedizione.

Gaston Bachelard nel suo La poetica dello spazio scrive alcune righe interessanti che potrebbero aiutare a condurre altrove questo ragionamento:

L’immagine poetica non è sottomessa ad alcun impulso, essa non è l’eco di un passato ma è piuttosto il contrario: attraverso una folgorante immagine, il passato lontano risuona di echi e non si riesce a cogliere fino a quale profondità tali echi si ripercuoteranno e si estenderanno. Nella sua novità, nella sua attività, l’immagine poetica possiede una propria essenza, un proprio dinamismo […] emerge alla coscienza come prodotto diretto del cuore, dell’anima, dell’essere dell’uomo colto nella sua attualità […] Per questo, a volte, le parole perdono il loro equilibrio[2]

Che ne sanno le parole di noi stessi?

Verrebbe da chiedersi, pensandole come pedine in grado di orientare la nostra discesa verso l’Esserci sopracitato. Verrebbe anche da ripensare la capacità e la possibilità di trovare una poesia nella descrizione di un vino. Sarebbe non solamente un ricamo della propria abilità linguistica o della propensione a lasciarsi trasportare nelle vie ondivaghe delle visioni e impressioni ma diventerebbe una nuova pratica in grado di dire qualcosa di insito al vino, al di là dei meri tecnicismi. Pensare che un vino contenga un’essenza, un dinamismo, una sorta di nucleo che risuona diviene la sottolineatura che ciò che contiene è ben altro oltre i suoi dettagli specifici. E far emergere questa sua essenza è possibile grazie all’attenzione dell’essere dell’uomo concentrato nel suo stare di fronte al vino, incontrandolo, accogliendolo, aiutandolo ad emergere nella sua manifestazione.

“L’immensità è in noi, è legata a una sorta di espansione di essere che la vita frena e la prudenza arresta, ma che riprende nella solitudine. Non appena ci immobilizziamo, ci troviamo altrove, sogniamo in un mondo immenso. L’immensità è il moto dell’essere immobile. […] Per quanto possa apparire paradossale, è spesso l’immensità interiore a conferire il vero significato a certe espressioni riguardanti il mondo che si offre ai nostri occhi. […] Chiusi nell’essere, dovremo sempre uscirne; appena usciti dall’essere, dovremo rientrarvi. In tal modo, nell’essere, tutto è circuito, tutto è rigiro, tutto è ritorno, discorso, tutto è uno sgranarsi di soggiorni, tutto è ritornello di strofe senza fine. […] Quale spirale è l’essere dell’uomo! Quanti dinamismi, in tale spirale, si invertono. Non si sa più immediatamente se si corre verso il centro o se si fugge da esso. [… ] Così, l’essere a spirale, che si designa esteriormente come un centro ben collocato, non raggiungerà mai il suo nucleo. L’essere dell’uomo è un essere defissato. Ogni espressione lo defissa.[3]

Ripeto questa frase perché, secondo me, è fondante: “è spesso l’immensità interiore a conferire il vero significato a certe espressioni riguardanti il mondo che si offre ai nostri occhi” per poi proseguire con l’immagine dell’uomo come spirale e vortice in perenne divenire, in continuo crearsi, dentro l’inesausto scoprirsi.

Descrivere un vino potrebbe essere una questione diversa rispetto ad una caccia al setaccio per individuare il tesoro finale (la migliore descrizione possibile), una logica esauriente, una risposta senza dubbi ulteriori. Descrivere un vino potrebbe essere un viaggio dove la descrizione è solamente un tassello, un passaggio di un percorso più ampio. Descrivere un vino potrebbe essere un modo per riconoscersi, per farsi conoscere, per stringere legami e sottolineare propensioni verso il modo di incontrare il mondo. Una sorta di trampolino di lancio.

Prima di proseguire, un altro tentativo di ascolto del vino.

Descrivere l’emozione è sempre un terno al lotto. Non ha a che fare con la perfezione né con la sobrietà.
Nei vini, a volte, l’emozione esula dal puro gusto.
È qualcosa che si va creando innanzitutto perché entrambe le parti (bevitore e vino) riescono a incontrarsi, avvicinandosi vicendevolmente. Di fatto ha a che fare con l’armonia e l’intesa, in un crescendo senza controllo. Nulla che si releghi ad un mero colpo di fulmine o ad una bontà immediata. Piuttosto qualcosa che avvolge e conforta e poi ricama e avvinghia, lasciando sempre lo spazio della visita, del toccarsi senza comprimersi, del lasciarsi sondare senza ammorbare.

Esagerazioni, per alcuni. Già tutto questo dire potrebbe far storcere il naso. Poco importa. Emozioni di questo tipo sono quelle che provo, almeno a volte, quando bevo i vini di Massa Vecchia, in particolare l’Ariento, il loro Vermentino in purezza. Uno dei primi vini naturali che si sono affacciati sul mercato, circa 30 anni fa. Uno dei primi a maneggiare la macerazione sulle bucce con quella perizia e quella cura che permettono alla macerazione di essere un valore aggiunto e non una zavorra.
Sono vini che mi piace bere in pochi, magari in due, come è accaduto, per poterne gustare più calici, per accostarsi senza fretta, per ascoltare il tempo scorrere, per lasciare che l’emozione muti, si formi, si manifesti nella sua complessità.
Due parole per un minimo di contestualizzazione per chi non conoscesse questo vino.

Siamo in Toscana, nei pressi di Massa Marittima e questo Ariento è appunto un Vermentino in purezza. Deriva da vigne sui 200-250 metri s.l.m. piantate a metà anni Novanta su suoli di ardesia argillosa e marne calcaree. Agricoltura biologica da più di 30 anni. Vinificazione con i propri lieviti e macerazione sulle bucce per 2-3 settimane in tini troncoconici di castagno. L’affinamento avviene in botti di castagno per circa 18 mesi a cui si aggiungono 6 mesi di affinamento in bottiglia. Nessuna filtrazione. Nessuna chiarifica. Nessuna aggiunta di solforosa. 2300 bottiglie prodotte.

È un vino di terra e di aria. Un vino di unioni, di discorsi che toccano più punti, di immagini che sanno restituire altro oltre il sorso. È di una densità senza premura. Ha una eleganza che non riguarda lustrini né mode. Ha sette anni ma in realtà vive di un tempo tutto suo. Potrebbe apparire più vecchio per la sua complessità dalla dinamica morigerata ma più che altro è un vino risolto, a suo agio nella sua profondità e nella sua ampiezza, con una sapidità che emerge lungo i minuti. Le impressioni sono un saliscendi ondivago e scovano prugne disidratate, resina, albicocche agli sgoccioli, pino mugo, noci caramellate senza eccesso di dolcezza, arance amare, scorza di cedro, noci moscate, miele d’acacia, visioni sfumate di torba. Un vino che rimane un piccolo baluardo nel micromondo del vino naturali dove pare sempre più difficile essere identitari.

Ovviamente qui si parla della descrizione di un vino ma il vino è un pretesto. Ciò che sta nel cuore della questione è come giungere a comprendere la bellezza e la profondità della vita partendo dalla più semplice dedizione all’ascolto di un vino, cogliendo dall’attenzione di un dettaglio (sentori, colori, stimoli in un calice) qualcosa che non si risolva in un semplice liquido. Descrivere la vita tramite un vino è un’occasione, non un traguardo. Una parola chiave potrebbe essere “intensità”, per dirla come Gilles Deleuze che ritiene l’intensità come l’unico modo per rappresentare un’esperienza sensibile. Attività non scontata ma sfidante. Sostanzialmente siamo chiamati a non essere solo ragionieri, scribacchini o contabili ma a scoprire l’arte del sogno o l’arte del discernimento, al di là dell’estetica e della semplice esposizione del sé. Essere artisti non è questione per pochi ma, semmai, possibilità per tutti, una volta che si tenta di diventare minimamente più liberi.

Gli uomini fabbricano un ombrello che li ripari, e sulla parte interna disegnano un firmamento e scrivono le loro convenzioni, le loro opinioni; ma il poeta, l’artista, pratica un taglio nell’ombrello, lacera anche il firmamento, per far passare un po’ di caos libero e ventoso e inquadrare in una luce brusca una visione che appare attraverso la crepa […] Ciò significa che l’artista non combatte tanto il caos, quanto i luoghi comuni dell’opinione.[4]

Ecco allora il presupposto, l’invito ad allargare la visione e la comprensione degli stimoli sensoriali, la speranza di non limitarsi alla ricerca di un’oggettività fragile e impossibile da generalizzare. Dal vino (o quel che sia) alla vita, attraverso le maglie del linguaggio, i suoi labirinti, gli intrecci difficili da domare, gli interstizi in cui infilarsi.

Una lingua fra tante altre non è niente di più che l’integrale degli equivoci che la storia vi ha lasciato persistere.[5]

Jacques Lacan scrive queste parole a proposito del linguaggio. Cerca quindi di dirci che la nostra comunicazione può essere impervia e inesatta, apparentemente logica ma pure ricca di malintesi. E quegli equivoci non vanno esaurendosi, anzi, vanno accumulandosi, portando pure a distorcere, confondere, annebbiare il senso, quasi l’uomo non riuscisse a padroneggiare il linguaggio come strumento di reale conoscenza. Sempre Lacan introduce un concetto interessante che lui denomina lalangue, facendo riferimento alla lallazione infantile, una sorta di lingua materna, commistione di gioco e suono che precede la distinzione tra significati. È una “effrazione” nel corpo, in quanto il linguaggio arriva nel corpo come un corpo estraneo, umanizzandolo ma producendo una demarcazione, una traccia, un segno netto che definisce l’essere in modo indelebile. Lalangue è quindi il linguaggio nel suo stato primordiale, prima che il soggetto sia completamente immerso nel simbolico e nelle regole della grammatica.

Facendo un parallelo, magari forzando qualche passaggio, si potrebbe dire che la descrizione più minuta e tecnica di un vino rappresenta l’essere incatenato alle regole accettate dai più, nei simboli comuni per tutti, nei crismi che parlano di minimi accenni del tutto. Avvicinarsi al vino, lasciandosi trasportare da descrizioni più ampie e immersive, potrebbe dirci qualcosa di quella lingua primordiale, di quel qualcosa che, inequivocabilmente, va perdendosi nelle descrizioni che sognano l’oggettività e l’omnia comprensione. Facendo in tal senso un’operazione al di là del bene e del male, di cosa sia giusto e sbagliato, ammesso o evitato.

Questa propensione ben si addice ai vini naturali, ottenuti con agricolture attente e minimi interventi in vinificazione. Vini che sperano di intercettare uno spirito puro e primordiale che sia in grado di restituire nella maniera più fedele possibile, il frutto, il suolo, l’ambiente, il clima, il mutare del tempo e dell’individuo. Vini che tentano di combattere quei luoghi comuni, richiamati da Deleuze, per far passare tra le forme e i compimenti, un po’ di caos libero e vitale. Vini che sfidano le regole più stringenti della “grammatica convenzionale della vinificazione” per dire qualcosa di diverso, meno arginato e controllato. Vini che accettano le imperfezioni e le rigature per agevolare il dinamismo dell’attualità, per richiamare Bachelard. Vini che preservano l’intensità a discapito di equilibri inappuntabili.

Quest’ode alla descrizione di un vino nel modo più aperto, poetico e libero possibile è un’ode alla descrizione della vita, alla volontà di andare incontro al vino come se fosse una scuola per andare incontro alla vita. Magari scovando nei vini più liberi possibili un’occasione più vibrante per avvicinarsi alla comprensione della bellezza e del piacere, nelle loro molteplici e diversificate manifestazioni d’essere.


[1] M. Heidegger, Essere e tempo (1927), a cura di F. Volpi, tr. it. di P. Chiodi, Longanesi, Milano 2005.

[2] G. Bachelard, La poetica dello spazio (1957), tr. it. di E. Catalano, Dedalo, Bari 2006.

[3] Ibidem.

[4] Gilles Deleuze, Félix Guattari, Che cos’è la filosofia? (1991), tr. it. di C. Arcuri, Einaudi, Torino 2002.

[5] Jacques Lacan, Lo Stordito (1973), in Id., Altri scritti, tr. it. e a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2013.

Tags: HeiddegerLacanMarco ScarpaNella pancia del vinovini naturalii
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