In Benedetto è il frutto di Rachel Ingalls (Adelphi, 2025) troviamo una raccolta di racconti originariamente pubblicati in sedi e momenti diversi (tra il 1970 e il 1987) e ora riproposti in un volume che, frutto di una selezione editoriale e non della volontà autoriale, si presenta come un campionario minimo di storie strane e perturbanti. Di certo le accomuna l’afferenza al genere fantastico, ma volta a volta declinato in maniera diversa mediante l’inserimento di motivi e contrassegni che fanno risaltare, caratterizzandole, le singole fisionomie testuali: in sintesi, il prodigio miracoloso (Benedetto è il frutto), l’androide (In flagrante), l’atmosfera gotica (Amici in campagna), il disagio psicologico (Cartoline da mandare a casa), la dimensione onirica (Furto). Al di là delle specificità, in tutti i racconti il fantastico agisce da catalizzatore di riflessioni sui risvolti problematici di alcuni costrutti socioculturali saldamente radicati nel mondo occidentale. A tal proposito, restringendo il campo ai tre racconti centrali, si può notare come essi condividano la messa in crisi dell’istituto della coppia, dal momento che il lettore incontra personaggi legati sentimentalmente, la cui parabola esistenziale viene scossa dal sopraggiungere di un elemento fantastico. È quest’ultima una caratteristica che può ricordare il romanzo Mrs. Caliban (nottetempo, 2018), l’unica altra traduzione italiana del lavoro di Rachel Ingalls, costruito attorno a Dorothy, giovane casalinga stretta nelle maglie di una vita coniugale incolore, che rifiorisce grazie alla parentesi relazionale con una creatura marina umanoide.
Mutatis mutandis, la vicenda di Dorothy non si discosta troppo da quella di Helen, figura cardine di In flagrante, casalinga pressoché ignorata dal marito Edgar, distaccato e indifferente. Qui a rompere la tetra stasi coniugale è un personaggio tipicamente fantascientifico, Dolly, un’androide iperrealistica costruita da Edgar per procurargli piacere erotico e che Helen, dopo averla scoperta e nascosta, usa come moneta di scambio per avere dal marito una versione maschile omologa. Nella chiusa del racconto, vera e propria resa dei conti, la tensione si esaspera in una zuffa tragicomica tra macchine ed esseri umani, che, mentre provoca la distruzione di quelle, fa emergere tutta la bieca e ferina brutalità di questi, infine straniati a causa delle loro stesse azioni: «Non c’era niente da dire. Si fissavano come se non riconoscessero né gli altri né la stanza dove si trovavano né una qualsiasi parte del mondo che, fino a pochi istanti prima, era stato il loro» (p. 111). Il dibattito attorno ai progressi tecnologici in materia di corpi e intelligenze artificiali comprende da sempre tanto l’entusiasmo per l’apertura di nuove frontiere, quanto le inquietudini per il destino dell’umanità. L’essere umano verrà superato da macchine fatte a sua immagine e somiglianza: paura lecita e fondata, a maggior ragione se si considera lo scarto di sensibilità e coscienza critica, ma leggendo In flagrante verrebbe da pensare che modellare i comportamenti delle macchine su quelli umani non sia una grande idea e che, anche così facendo, non ci vorrebbe molto a superarli.
Un contrassegno di genere ancor più marcato è riscontrabile nella storia di Jim e Lisa,protagonisti di Amici in campagna, finiti – con ogni probabilità per sbaglio – in una villa dall’aria spettrale, in compagnia di persone eccentriche e sinistre, con maggiordomi dall’aria funerea che servono strane e disgustose portate; fuori, la nebbia avvolge ogni cosa e impedisce di tornare a casa. La tipica atmosfera da gothic novel fa il paio con l’alto tasso di ambiguità degli eventi: la serata finisce in una sbronza collettiva che non lascia ricordi (con tanto di promiscuità sessuale?); durante la notte Lisa subisce un tentativo di violenza di gruppo (o è un’allucinazione?); le molestie di due sconosciuti, incrociati non appena la donna si allontana dalla villa con l’intento di andarsene, la costringono a tornare sui propri passi (un incontro casuale?); una pioggia di rospi blocca la macchina della coppia quando finalmente prende la via del ritorno (ancora un caso?). I fatti inquietanti in accumulo mettono alla prova Jim e Lisa, sulle prime così in sintonia, concordi nel rimanere il meno possibile, poi litigiosi per le posizioni divergenti: lei ha paura e insiste per tornare a casa, lui è via via più persuaso dagli ospiti, prende a fidarsi e vorrebbe accettare l’invito a fermarsi. Forse Jim è stato stregato e una forza ignota impedisce l’allontanamento dalla villa, forse l’esperienza ha fatto emergere una fragilità del rapporto. Problemi di coppia o problemi di streghe?
Che le variazioni sul tema siano uno dei pregi della raccolta lo si capisce anche da Cartoline da mandare a casa. Niente androidi o scenari da brivido, ma un fantasma metaforico che si aggira nell’interiorità di Amy, giovane donna in vacanza col marito John, segnata da un disturbo psichico che la rende volubile, imprevedibile, emotivamente instabile e ossessionata dalle cartoline, che compila e spedisce compulsivamente. John, sinceramente innamorato, è un trionfo di empatia, tatto e cure premurose, asseconda Amy anche nell’esigenza più improvvisa, confidando (non senza una nota di autoconvincimento) nel miglioramento della situazione: «Andrà tutto bene, pensava intanto. Deve andare tutto bene. […] deve per forza andare tutto bene» (p. 185). In ogni caso, non è chiaro se la relazione sentimentale sia intaccata di riflesso dalla malattia o se possa esserne causa: Amy è inibita nei momenti di intimità; le prime cartoline riportano data e luogo coerenti al momento in cui vengono scritte, le ultime recano la data del loro matrimonio; in generale, i due «non sembravano sposati. A guardarli si sarebbe detto che avevano un legame più di sangue che legale» (p.155).
Data l’assenza di un elemento fantastico ‘classico’, a prima vista questo racconto potrebbe apparire fuori luogo nella raccolta. In realtà la parentela letteraria con gli altri testi potrebbe non essere così lontana, considerando sia che si danno casi di “spettralità senza fantasmi”, per citare il sottotitolo di un volume piuttosto recente sull’argomento (E. Puglia, M. Fusillo, S. Lazzarin, A. M. Mangini, Ritorni spettrali. Storie e teorie della spettralità senza fantasmi, Il Mulino, 2018), sia che già Freud, nel saggio sul concetto di perturbante (Das Unheimliche, 1919)aveva sottolineato un nesso tra letteratura fantastica e disagio psicologico, vedendo nella presenza di eventi strani e inquietanti (perturbanti, appunto) un ritorno del rimosso, un’intima paura personale venuta allo scoperto sotto forma di entità sinistra.
Ma nella raccolta non troviamo solo coppie in crisi. Già denunciato dal titolo dell’opera è un rimando alla dimensione religiosa cristiana, ben evidente nel primo racconto eponimo e nell’ultimo, Furto, rispettivamente la rielaborazione degli episodi evangelici della Concezione e della Crocifissione, profondamente risemantizzati per offrire, in linea con il resto della raccolta, un’occasione di indagine critica sulle storture del nostro tempo.
Nel primo, il monaco Anselm viene visitato dall’arcangelo Gabriele e ha con questi un rapporto di intima carnalità; i confratelli a cui confessa l’accaduto sono fortemente restii a credergli e prendono a vessarlo con accuse di vario tipo, ma quando Anselm inizia dapprima a manifestare evidenti sintomi di una gravidanza e poi a trasformarsi progressivamente in una donna, il monastero si spacca tra sostenitori e increduli oppositori. Se per Tzvetan Todorov (Introduction à la littérature fantastique, 1968),il fantastico nasce dall’esitazione di fronte a un evento difficilmente inquadrabile nell’ambito del reale, il prodigio di Anselm complica ulteriormente la questione, che sarà decisamente inverosimile o pienamente accettabile in base al rapporto di chi ne fa esperienza con la religione e, ad ogni modo, dovrebbe essere accolto da chi si professa fedele. Dunque qualcosa stona se alcuni monaci rifiutano di riconoscere le evidenze del miracolo e, arroccati nei dogmi, non si aprono alla possibilità che il divino possa manifestarsi inopinatamente («“No. Noi crediamo in Dio, nell’Immacolata Concezione, in Cristo Redentore, negli insegnamenti della Madre Chiesa e nella vita eterna. E basta, accidenti. Altro che queste sciocchezze moderne”», p. 31). Verrebbe da dire che il fedele che accetta i misteri della religione è come il lettore che sospende l’incredulità e prende per buono l’universo narrativo che gli si para davanti, anche quando inverosimile; ed è qui che la demistificazione operata da Ingalls si fa penetrante, svelando l’ipocrisia di chi finge di credere, di chi non sta alle regole del gioco: «“Non un miracolo?”. / “Perché, esistono?”» (p. 43). Il cortocircuito si fa ancora più radicale se consideriamo la figura di Duncan, monaco e medico, connubio di religione e scienza, che si rivela il più prezioso sostenitore di Anselm, pur ammettendo di aver perso la fede ormai da tempo: «“[…] Quanto conta per te essere un medico?”. / “È la strada che mi ha portato a Dio”. / “E quando hai smesso di credere?”. / “Subito” disse Duncan» (pp. 65-66).
Furto, il racconto lungo che chiude la raccolta, si svolge in un’atmosfera onirica che caratterizza tutti gli episodi riferiti da Seth, narratore autodiegetico: «Non sogno, cerco solo di reggermi in piedi. Potessi sognare fino in fondo lo farei, per tutto il santo giorno. Quello che faccio somiglia più a pensare o a ricordare, qualunque cosa pur di togliermi dalla testa che ho fame» (p. 191). L’attività immaginifica convertita in strategia di sopravvivenza è spia inequivocabile della condizione di privazione e ingiustizia a cui non solo Seth, ma tutta la minoranza nera è soggetta in un contesto storico-geografico che rievoca gli Stati Uniti degli ultimi anni Sessanta). Vittime di una sentenza sommaria, Seth e l’amico Jake vengono condannati a morte per due crimini minori (il furto di una pagnotta e di un cavallo) e crocifissi ai lati di un fanatico religioso dalle tendenze masochistiche. Il profilo morale controverso di quest’ultimo, difficilmente assimilabile a quello di Cristo, fa spiccare Seth come figura positiva, in fin dei conti una persona integra che è stata portata a infrangere la legge per mera necessità. Non il pentimento del buon ladrone, ma la sua veniale colpevolezza inviterà a riconsiderare un momento capitale della cultura occidentale e a revisionarne il portato paradigmatico, con uno spostamento del punto di vista che è giocoforza comporti un riesame critico dei nostri punti di riferimento morali.
Il bilancio finale è positivo: Benedetto è il frutto, all’insegna della chiarezza del dettato e della linearità degli intrecci, propone un panorama narrativo eterogeneo comunque percorso da una ratio unificante; sa essere coinvolgente senza scadere nel dozzinale; invita alle soste meditative sulla pagina, ma non costringe al salasso cognitivo, optando per un più che dignitoso compromesso tra leggibilità e articolazione concettuale.

R. Ingalls, Benedetto è il frutto, trad. di G. Granato, Milano, Adelphi, 2025, 274 pp., € 20.







