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Lucida fabula. Sulla nuova edizione di Piove all’insù di Luca Rastello

Andrea BrondinodiAndrea Brondino
18 Marzo 2026
in Letterature
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Lucida fabula. Sulla nuova edizione di Piove all’insù di Luca Rastello

OGGETTO: BASTARDI Già. Un dirigente ti avrà detto che gli dispiace. Che deve fare scelte dolorose, anzi che si devono fare scelte dolorose. Un virtuoso della particella impersonale, dispiaciuto per il tuo futuro, persino affettuoso. Ma tu sei preziosa, e la tua professionalità così alta. Vedrai.

Piove all’insù è un romanzo, ma a credere fino in fondo al narratore (e Samuel Taylor Coleridge ci insegna che così andrebbe fatto, almeno per un po’, almeno per finta), è anche un’e-mail. L’incipit del suo romanzo, ‘OGGETTO: BASTARDI’ è l’oggetto, appunto, di un’e-mail per un’amica appena messa in mobilità. Alessandro Baricco e Dario Voltolini hanno commemorato Rastello in un numero della rivista Contemporanea a lui dedicato pubblicando e commentando una lunga e-mail che Rastello aveva inviato mentre collaborava con la Scuola Holden; è un’e-mail fantasmagorica, apparentemente di lavoro, che intreccia letteratura, logica, matematica, fantascienza, aneddoti e mare. Oggi questa e-mail di Rastello, con relativa esegesi d’autore, si può anche leggere nella raccolta di saggi di Voltolini Su. Colpisce la somiglianza formale, peculiare, tra questa finta e-mail che fa da cornice per il romanzo del 2006 e l’altra e-mail (e quante altre ne esisteranno) che Rastello scrive a Baricco e Voltolini: così distanti per funzione, eppure così vicine nella velocità, nella volontà di affabulazione, che Rastello metteva in moto.

Nel 2025, a dieci anni dalla morte di Luca Rastello, Bollati Boringhieri ha pubblicato una nuova edizione del suo romanzo del 2006, Piove all’insù. Rispetto alla prima edizione, ora il romanzo è preceduto da un’introduzione di Marco Revelli, brillante, onesta e per nulla apologetica: aveva già detto a una prima lettura che quello di Rastello fosse il miglior romanzo sugli anni Settanta e ora non solo lo ribadisce, ma spiega ed esamina questo suo antico giudizio fino a convincerci del tutto.

Operazione meritoria, quella di Bollati, dato che la carica di senso attivata da questo libro non si è esaurita; anzi. La lunga e-mail che il narratore di Piove all’insù indirizza ad un’amica fotografa un mondo in cui l’assenza di stabilità professionale era ancora una novità relativa, o quantomeno un’eccezione da evidenziare. Oggi, a vent’anni dalla pubblicazione, non solo in ambito culturale, l’eccezione è divenuta regola. E all’eufemismo che Rastello evidenzia come ‘nuovo orizzonte’ all’amica, ovvero “mobilità”, se ne è sostituito uno quasi sinonimico, ovvero “flessibilità”, che prima ancora di essere il nome di una modalità lavorativa dagli orizzonti incerti e frustranti, è oggi un requisito necessario da discutere in sede di colloquio.

Questa lunga e-mail, che in fondo è il romanzo, funge da cornice di un racconto di formazione, intellettuale, politica e sentimentale, del protagonista/narratore Pietro Miasco, un giovane torinese cresciuto tra gli anni Sessanta e Settanta. L’aderenza, partecipata e al tempo stesso molto critica, al movimento del ’77 costituisce il fulcro della formazione di questo enigmatico Julien Sorel (o Carlo Altoviti, come suggeriva Matteo Di Gesù nel suo libro I paralleli del 2009). Narrazione vertiginosa, che riporta il narratore a ripercorrere amicizie antiche, eventi significativi e momenti sfuggenti della propria infanzia e prima giovinezza; nel tentativo di capire e spiegare perché dalle promesse emancipatorie del ’77 si sia giunti, senza apparente soluzione di continuità, alle lettere di mobilità. Ovvero, per capire come da quell’orizzonte di lotta, per quanto più sconclusionata e sfilacciata di quella dei fratelli maggiori del ’68, si sia giunti all’accettazione passiva di gerarchie professionali e sociali apparentemente indiscutibili.

Mi rendo conto di quanto il mio tentativo di riassumere la trama di Piove all’insù sia limitante e semplificatorio: la vicenda di Pietro, burrascosa, vitale, carica di promesse, immerge il lettore in una vera e propria storia d’avventura, che passa in rassegna amori, amicizie, formazioni intellettuali, rassegnazioni e tradimenti di una giovinezza trascorsa in quello che pareva essere uno dei ‘posti in cui stare’ all’epoca: la Torino anni Settanta delle rivendicazioni sindacali, dell’attivismo sul territorio in difesa degli ultimi (si veda la vicenda di Strada delle Cacce), del terrorismo e del movimentismo giovanile, autonomo e sfrontato; da sinistra certo, ma contro il PCI e i seriosi del ’68. Un romanzo d’avventura che aspira alla completezza del romanzo storico, passando per la vicenda di un giovane in formazione; tutto questo all’interno di un linguaggio preciso, freddo, analitico; e al tempo stesso affascinante, accattivante, a tratti ipnotico per la felicità del racconto, per il desiderio di affabulazione che evidentemente trasuda. Piove all’insù è in fondo una tragedia, o un esperimento a seconda di come lo si osserva: è il racconto di una storia politica ed esistenziale che deve essere passibile di critica, pur avendola amata, creduta e vissuta fino in fondo. Il tentativo, riuscitissimo, di Rastello di far coesistere la critica alla partecipazione, l’analisi spietata senza infingimenti del tipo ‘io non c’ero’,  è la vera cifra della sua scrittura, non solo in Piove all’insù.

 Sul piano della struttura, Piove all’insù sconvolge la (sempre finta) linearità delle cronologie e della memoria. Il romanzo è scandito in sette macro-sezioni, tre di queste intitolate come altrettanti libri di fantascienza della nota serie Urania (‘Venere sulla conchiglia’, ‘Pianeta proibito’ e ‘Opzioni’). Ognuna di queste macrosezioni racconta una porzione della giovane vita del protagonista Pietro Miasco. Le prime due sezioni coprono gli anni della prima adolescenza dal 1974 al 1976, e gli anni dell’infanzia e pre-adolescenza dal 1961 al 1972, rispettivamente. La terza sezione, la più corposa dal punto di vista quantitativo, si occupa soltanto dell’annus mirabilis (o terribilis) del 1977. Un anno spartiacque, non solo nella vita di Pietro, ma anche per lo sviluppo (e la fine, tragica, con l’omicidio di Roberto Crescenzio) di quel movimento studentesco eterogeneo, che stando alla sinistra del PCI, promuoveva la rivoluzione del desiderio, contro i fratelli maggiori del ’68, che chiedevano invece una rivoluzione ‘seria’, una rivoluzione del lavoro per i lavoratori.

La quarta sezione forza il lettore a una marcia indietro, dal 1965 al 1975, per ripassare contropelo una preistoria personale che ha condotto Pietro verso la soglia del 1977. Mentre la quinta sezione vira verso il 1978, la sesta (‘Opzioni’) si concentra sulla storia del padre di Pietro, un militare dalle connessioni pericolose, è lecito intendere, con le organizzazioni di stay behind predisposte dal governo statunitense in chiave anticomunista. Eppure, al contrario di molta letteratura sui Settanta, c’è ben poco di complottistico in quest’ultima sezione, il «retro del foglio sui cui è scritta questa storia» (240); in parte perché è il testo stesso a scongiurare derive congetturali troppo ardite (nonostante compaiano gli ineludibili Andreotti, Sindona, Dalla Chiesa, etc.; in questa sezione Rastello mi pare instauri un dialogo sottile, non tanto riuscito quanto le altre parti del romanzo e quanto consapevole è difficile dirlo, con la letteratura di denuncia e testimonianza dello Sciascia del Giorno della civetta, piuttosto che con quello radicalmente sospettoso dell’Affaire Moro). In parte il sesto macro-capitolo di Piove all’insù, ‘Opzioni’, si sottrae al complottismo perché la realtà dei fatti e dei processi ha dimostrato, negli ultimi vent’anni, che la ‘strategia della tensione’, per quanto infelice o imprecisa come espressione, sia stata una realtà, forse più circoscritta, ma non meno reale di quanto la si temesse; definitivo, su questo, mi pare Le stragi sono tutte un mistero di Benedetta Tobagi.

L’ultima sezione di Piove all’insù è breve, una pagina e mezza: vi compare l’Avvocato Gianni Agnelli morente, sul tetto del Lingotto, in partenza, sembrerebbe, da questo pianeta, come un alieno al termine di una missione terrena. Segue un indovinello; conclusione più che mai aperta, sconcertante. La palla passa al lettore.

In quest’ultimo decennio, un discorso critico su Rastello e su Piove all’insù in particolare si è andato consolidando, inserendo l’autore all’interno di un possibile canone italiano da poter consegnare alle prossime generazioni. Già antologizzato da Andrea Cortellessa ne La terra della prosa nel 2014, Piove all’insù è stato oggetto di riflessioni in ambito accademico da parte di Matteo Di Gesù (2009), Carlo Tirinanzi de Medici (2015), David Ward (2017), Lorenzo Marchese (2022), Elia Faso (2024), Giulia Falistocco e del sottoscritto (2025), e sono certo di tralasciarne qualcuna. La somma di interventi su Piove all’insù comincia a farsi rilevante: a partire dalle prime recensioni di Marco Revelli, Marco Belpoliti ed Emiliano Morreale, che commentando anche la nuova edizione 2025 per Snaporaz, ha evidenziato come il romanzo di Rastello sia il più adeguato per una città come Torino, che di fantasmi, hauntologia, e futuri promessi e non raggiunti se ne intende. 

Morreale prosegue, nella sua acutissima recensione di Piove all’insù, evidenziando come il nome di Rastello risulti «ancora confinato a una minoranza di lettori»; eppure (sarà forse l’effetto dell’echo chamber in cui vivo), a me pare che il nome di Rastello circoli ampiamente, quantomeno all’interno di una cerchia abbastanza ampia di lettori forti. C’è forse un elemento generazionale nella ricezione recente di Rastello che contribuisce a questo effetto eco che mi rende incline a constatare la vitalità di un interesse ampio e non solo accademico per l’autore. Mi pare di poter confermare quantomeno a livello empirico (o sarebbe più onesto dire aneddotico) che Rastello e i suoi libri sembrano avere un impatto più evidente su una generazione di lettori e critici tra i 25 e i 40 anni circa. Daniele Giglioli si è accorto di questo in un recente intervento, dove si augura, e varrebbe la pena accettare la sfida, la curatela e la pubblicazione di un’opera omnia di Rastello. Un autore che sa tenere i piani di lavoro (il giornalista e lo scrittore, innanzitutto) distinti, in cui la critica più serrata convive con la partecipazione più sentita; ma in cui tutto si tiene, dagli orrori de La guerra in casa agli orrori del terzo settore in I Buoni.

Rileggendolo per preparare questa recensione, Piove all’insù mi ha colto di sorpresa, come per la prima volta, per la sua estrema leggibilità. Un effetto creato ad arte da una prosa ritmata che invita il lettore ad accedere a un vortice di parole che termina solo a libro chiuso. Mi ha colpito, in quest’ennesima rilettura, la qualità e l’intensità dell’affabulazione di Rastello, narratore scaltro, che a pagina 1 dichiara all’amica che ha una confessione da farle e a pagina 31 le sussurra, come farebbe un giallista consumato, che «A un certo punto, ho anche commissionato un delitto». Scrittore-affabulatore, Rastello, che impasta lingue e linguaggi con effetti espressionisti, nella miglior tradizione piemontese come ha indicato Andrea Raimondi. Così il cognome del protagonista, Miasco, che nello slang portoghese indica in forma derogatoria un omosessuale maschio; a segnalare tra le righe, insieme con il finale, la rilevanza delle questioni di genere per l’interpretazione di Piove all’insù.

Rastello non è uno scrittore difficile né di fatto né per posa, ma richiede un asservimento consapevole alle regole del suo gioco letterario, al suo linguaggio esatto, lucido e tagliente. E di gioco letterario è lecito parlare, perché questo romanzo unico nella letteratura sui Settanta si chiude con un indovinello, che il narratore promette di risolvere domani; ma, mal citando un altro libro di Rastello, domani non ci sarà e la soluzione dell’indovinello resta ignota nel libro. Altrove, in un’intervista, Rastello ha rivelato fonte e soluzione dell’indovinello, ma delle auto-interpretazioni autoriali è sempre lecito dubitare.

Questa faccia da scrittore-giocatore, per dirla con Stefano Bartezzaghi, è tra le meno evidenti e meno colte di Rastello; eppure la sua è una scrittura flamboyant, divertente, esplosiva, che a stento si parafrasa o contiene.

Recentemente, Piove all’insù è stato anche tradotto in inglese da una delle più belle case editrici del mondo, Seagull Books, che ha un catalogo italiano da fare invidia a tutti. Lo ha tradotto mirabilmente Cristina Viti, che nella sua ‘Translator’s note’ coglie (si sa, il traduttore è il vero lettore ideale) aspetti decisivi di questo libro ammaliante, preciso, eppure sfuggente: libro, suggerisce Viti, che «accumula e ricompone dettagli fino al punto in cui il ricordo personale si allarga ed eccede in una visione chiara della storia […], brusco come il primo bicchiere e trascuratamente elegante». Bildungsroman solo in apparenza, romanzo storico de facto. Nella mia limitata esperienza di insegnante, propongo Piove all’insù (meglio: The Rain is Falling Up) all’interno del mio corso sugli anni Settanta italiani: è, decisamente, il testo che più di ogni altro sconvolge le etichette, i giudizi sedimentati, le categorie dicotomiche dei cosiddetti Anni di piombo. Gli studenti ne colgono la portata rivelatoria e innovativa; scoprono e riscoprono Tersite, il soldato “pacifista”, l’antieroe omerico che lo Zeitgeist moderno ci riconsegna come vero eroe del poema, e che Piove all’insù, in antifrasi col contemporaneo, ridisegna come un codardo e un nemico: «Tersite che suggerisce l’impossibile ai prìncipi achei. Ulisse, eroe di un’epoca seria, lo espelle dal mondo degli uomini, lo bastona e lo caccia» per il suo messaggio di pavida riluttanza a divenire ciò che deve diventare. Tersite, primo fautore della «regola del mondo nuovo: ringiovanisci, non invecchiare, non morire, non diventare» (162). È questa l’età di Tersite, dove tutti facciamo «un’adesione assoluta alla vita com’è» (165), senza uno spazio chiaro e definito per pensarla o immaginarla altrimenti. Restituendo il mito di Tersite alla modernità, ma in una chiave (fedele all’originale!) del tutto negativa, si disvela il funzionamento del contro-mito di Rastello. Nelle parole dell’autore, riportate in un bel libro curato da Goffredo Fofi, Il racconto onesto, il racconto mitopoietico funziona solo «diluendolo in un congegno romanzesco che, a sua volta, funziona se si costituisce con vite vissute, storia, etica, politica, con coordinate reali nell’esistenza di chi si ostina a voler essere un soggetto libero» (253). In questa ammissione alchemica c’è già molto del Rastello lucido, libero affabulatore.


Luca Rastello, Piove all’insù (2006), Bollati Boringhieri, Torino 2025, 272 pp., € 20,00.

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Tags: anni settantaLetteraturaLetteratura italiana contempoaneaLuca Rastello
Andrea Brondino

Andrea Brondino

Dottorando in Italian Studies presso l’Università di Warwick. Nella mia tesi tento di capire che cosa si intenda davvero per «ironia» nel dibattito letterario contemporaneo, oltre all’uso che se ne fa nei romanzi storici di Umberto Eco e dei Wu Ming, passando per la storiografia di Carlo Ginzburg. Mi occupo e mi sono occupato di letteratura statunitense contemporanea (Cormac McCarthy e Thomas Pynchon su tutti), teoria della ricezione, intertestualità, l’Apocalisse in letteratura, il vituperato postmodernismo, la politicizzazione dell’estetica nelle sue varie manifestazioni. Più in generale, mi interessano le definizioni insoddisfacenti, la storia delle idee e delle parole, l’utilizzo pratico che si fa di certi termini chiave in ambito culturale.

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