Nel suo esordio saggistico L’Africa non è così. Cronache da un continente frainteso (Passaggi Einaudi, 2025), Chiara Piaggio invita il lettore a smontare stereotipi, ad avvicinarsi alle realtà africane fuori dalle narrazioni preconcette che l’Occidente spesso propone. Studiosa, viaggiatrice, collaboratrice di «Micromega» e curatrice, insieme a Igiaba Sciego, dell’antologia Africana per Feltrinelli, Piaggio è stata impegnata per anni in progetti di sviluppo e filantropia in Africa subsahariana e intreccia nei capitoli di questo libro esperienze personali, dati, letteratura, protesta e storia: un racconto illuminante e sfaccettato, che si propone di rimettere al centro del discorso la complessità del continente. In questa intervista esploriamo non solo questo libro, ma il suo sguardo sull’Africa oggi: cosa significa per lei scrivere «da fuori», come cambia il modo in cui il mondo guardava e guarda il continente, quale ruolo gioca la letteratura africana e quali pesi ancora ereditati dal colonialismo si sentono nella contemporaneità.
Incontro Chiara nella luminosa sala di lettura del Circolo degli Illuminati di Città di Castello; l’adiacente sala degli Specchi è appena stata allestita per una colazione con gli autori nell’ultimo giorno del festival CaLibro Africa 2025. Prima di sederci e iniziare la nostra conversazione ci guardiamo intorno. Il lungo tavolo è coperto di giornali, lungo le pareti imponenti librerie con annate rilegate di riviste ottocentesche, quadri dipinti ad olio, un pesante lampadario sono illuminati dalla luce che entra da una finestra aperta sulla centralissima Piazza Matteotti. Osserviamo: «CaLibro è riuscito a far entrare le letterature africane anche in un luogo del genere».
Chiara, grazie di aver accettato questa intervista. Innanzitutto, vorrei che tu ci raccontassi come il tuo percorso di vita ti abbia avvicinato al continente africano. Sei laureata in Filosofia e specializzata in Antropologia e hai lavorato in diversi paesi africani per fondazioni e progetti di sviluppo e filantropia. Ci puoi spiegare qual è stato il tuo percorso e ciò di cui ti occupi oggi?
Il rapporto con l’Africa è nato casualmente; ho studiato filosofia e dopo ho fatto tutt’altro per alcuni anni. Sono stata a Parigi, ho lavorato al Louvre, a Gallimard e poi mi sono specializzata in antropologia; ho iniziato a lavorare nel settore dello sviluppo e casualmente sono finita in Burkina Faso. Il mio desiderio non era inizialmente di occuparmi di Africa nello specifico, ma quando ho iniziato a lavorare in Burkina Faso ho scoperto un contesto che mi ha profondamente interrogata, che mi ha posto molte domande, che mi ha fatto mettere in discussione molte certezze che avevo e quindi da lì ho continuato ad occuparmene. Perciò ho lavorato fino al 2011 nel settore dello sviluppo, poi ho cambiato lavoro per vari motivi, anche perché quel settore mi poneva molti interrogativi. Ho continuato però ad occuparmi di Africa in altro modo: da un lato facendo consulenze in ambito filantropico ma anche dedicandomi a far conoscere un continente molto più vario di quello che qua veniva raccontato in maniera molto appiattita. Ho cercato di farlo attraverso la letteratura, facendo conoscere la grande vitalità della letteratura africana o scrivendo di attualità in varie forme, per raccontare un continente che io ritengo estremamente interessante.
L’Africa non è così nasce da una provocazione, come dici nell’introduzione: l’idea che l’Africa sia stata fraintesa e raccontata da fuori. Quando hai capito che proprio questo sarebbe stato il tema centrale da cui partire? Quale esperienza, incontro o lettura ti ha spinto a voler «rimettere al centro la complessità»?
È stato tutto quello che ho visto in questi vent’anni a portarmi a rimettere al centro la complessità. Ogni volta che andavo in un paese africano, tornavo e mi rendevo conto – magari dalle domande che mi facevano, dalle cose che leggevo – di come la narrazione comune fosse appiattita. Questo titolo però, L’Africa non è così, è una provocazione da tanti punti di vista: è sicuramente un modo per dire che l’Africa non è come viene raccontata, una battaglia che viene portata avanti da decenni, ma è soprattutto un modo per dire che l’Africa non è quella che racconto io, che questo libro non è l’Africa perché non vuole essere l’Africa, questo libro nasce da una mia esperienza, nasce dal racconto di cose che ho visto, cose che ho studiato, cose che ho letto, riflessioni che sono emerse in vent’anni di lavoro in diversi paesi africani ed anche il mio – cosa che chiarisco più volte – è un punto di vista esterno.
L’Africa è stata raccontata a lungo dall’esterno, io direi che l’Africa è stata raccontata per molto tempo da modelli comunicativi che avevano per loro natura una precisa finalità: in Europa la raccolta fondi raccontava la povertà, la cronaca raccontava le guerre, la politica ha messo l’accento sull’immigrazione, il turismo ha continuato a parlare delle giraffe…e così via. Ma per tanto tempo è mancata quella che potremmo definire una narrazione culturale, quella che viene dal cinema, dalla letteratura, dalla musica e che ci racconta tutto il resto.
Questa narrazione oggi c’è, perché oggi le voci africane arrivano; oggi anzi il settore culturale africano sta vivendo successi strepitosi e da qui era nato anche l’intento di Africana [Africana. Raccontare il Continente al di là degli stereotipi, Feltrinelli 2021 e Africana. Viaggio nella storia letteraria del Continente, 2024 a cura di Chiara Piaggio e Igiaba Sciego. Ndr]; non tanto per raccontare l’Africa attraverso la voce degli scrittori che non vanno letti come se fossero documenti storici o antropologici, ma per far circolare queste voci molto interessanti che, appunto, rimettono al centro la complessità.
È evidente un crescente interesse economico, politico, mediatico nei confronti dell’Africa: investimenti, imprese, strategia geopolitica, cambiamenti climatici, migrazioni. Come giudichi questo nuovo interesse? Cosa cambia rispetto ad alcune forme più tradizionali di «aiuto allo sviluppo»?
Sì, c’è un grande interesse, soprattutto c’è un interesse che proviene da più parti e questo è sicuramente un valore per il continente africano, perché c’è la possibilità di scegliere anche da che parte guardare, diciamo, non in assoluto, ma di volta in volta. Scegliere se guardare all’Occidente o all’Oriente oanche guardare entrambi, perché tranne in rari casi, spesso non ci sono schieramenti netti da parte dei paesi africani, ma c’è piuttosto un desiderio, una volontà di aprirsi a tutte le diverse opportunità e da diverse parti, anche contemporaneamente.
Io credo che questo sia indubbiamente un grande valore per i paesi africani; non è una novità degli ultimi anni che ciò abbia spezzato il modello di relazione tra l’Occidente e il continente africano, basato su un atteggiamento paternalistico. Era un modello che, per quanto finanziasse infrastrutture, per quanto concedesse prestiti e così via, imponeva sempre delle condizioni (governo democratico secondo i canoni occidentali, certe riforme legislative ecc.) con uno sguardo dall’alto, diciamo così, che le altre nazioni, nonostante abbiano tutti i loro difetti, hanno però spezzato.
Certo, infatti la Cina e gli altri paesi BRICS – senza entrare nell’ambito dei giudizi politici e degli interessi nazionali – trattano i paesi africani come interlocutori alla pari, fanno investimenti lì come potrebbero fare in qualsiasi altro paese, mentre l’Occidente comunque, che per strascichi di colonialismo o neocolonialismo, intrattiene rapporti sempre segnati da un atteggiamento gerarchico, non vengono trattati da pari. Mi puoi dire anche qualcosa sul rapporto tra i paesi arabi e l’Africa? Storicamente il colonialismo arabo, che ha imposto più o meno pacificamente l’Islam e ha a lungo controllato la tratta degli schiavi, ha preceduto quello europeo e quello multipolare attuale.
In un continente che ha subito la tratta, il colonialismo e poi ha anche non saprei se subìto o beneficiato di sessant’anni di cooperazione allo sviluppo, il fatto che ora ci sia una pluralità di interessi pubblici e privati è secondo me qualcosa di positivo.
Quello arabo è stato un colonialismo indubbiamente molto poco raccontato. Si parla quasi sempre della parte occidentale della tratta, ma tutto questo è iniziato indubbiamente prima ed i paesi arabi hanno avuto un ruolo fondamentale: la tratta, come sappiamo, è stata estremamente impattante nel continente africano. È qualcosa che passa molto sotto silenzio, non so perché. Negli ultimi tempi si sta ricominciando a parlarne, però per molto tempo se n’è parlato poco.
C’è un punto che mi interessa molto: quando immaginiamo l’Africa come «giovane», «in crescita», «terra del futuro», «resiliente», queste parole – comunque basate su fenomeni reali – diventano già esse stesse una forma di stereotipo? Dove sta il limite tra riconoscere un cambiamento reale e produrre una narrativa che, per quanto sia promettente dal punto di vista del marketing, rischia di creare aspettative fuorvianti associate al modello di sviluppo occidentale?
È molto difficile trovare un giusto equilibrio. Io, devo dire, non criminalizzo neanche lo stereotipo, perché in parte lo ritengo un fenomeno normale, è normale che guardando dal di fuori la realtà appaia più piatta di quello che sia, che si prendano i dati complessivi. I dati sono questi: il 75% della popolazione ha meno di 35 anni. Ecco, un conto è prendere il dato complessivo, un conto è attribuire a questo dato determinate caratteristiche, per cui ovviamente non può esistere una sola «giovinezza africana» quando parliamo di una popolazione così vasta, come non esiste neanche un’unica «giovinezza italiana». Le generazioni di tutto il mondo sono cresciute in una data epoca e sono figlie di quell’epoca. In Africa – che è un continente e non un paese – non c’è solo una popolazione molto ampia, ma una vastità di lingue diverse, contesti completamente diversi nonostante la medesima epoca storica.
Negli ultimi tempi i giovani africani sono stati anche molto al centro del racconto collettivo a causa delle grandi proteste da loro guidate. Anche ora, stanno facendo molto parlare le proteste in Madagascar. Guardando da fuori fa sempre effetto assistere a dei giovani che prendono in mano la loro vita, che hanno la capacità di scendere in piazza, di protestare contro governi, magari gerontocrazie, ormai incapaci di rappresentarli. I paesi africani sono tanti e ovviamente ci sono anche altre questioni che entrano in gioco, le proteste non avvengono ovunque; a volte hanno avuto successo, a volte no.
Il punto, alla fine, è che non si può mai parlare genericamente di un intero continente, perché un conto è dare i dati complessivi, un altro è tentare di riassumere le caratteristiche di una generazione o di ridurre un continente a una singola caratteristica. Bisognerebbe cominciare forse a parlare, come facciamo per la maggior parte delle zone del mondo, dei diversi paesi africani.
Mi viene in mente la conversazione che ho avuto con Elgas l’anno scorso. Avevamo affrontato il tema dell’afro-pessimismo e dell’afro-ottimismo, due facce nella stessa medaglia della narrazione dell’ Africa offerta dai media occidentali: dalla visione del «continente senza storia» di Hegel, sopravvissuta fino al discorso di Sarkozy a Dakar nel 2007 in cui dichiarò che « Il dramma dell’Africa, è che l’uomo africano non è entrato abbastanza nella storia», alla visione opposta che vede l’Africa solamente come fucina e portatrice di futuro, innovazione, sviluppo…ma solo quando questo avviene secondo i canoni occidentali.
In questo panorama la letteratura può essere anche un terreno di «verità» diverso da quello del giornalismo o degli studi accademici. Presentando il libro hai detto che la letteratura africana ci fa stare nella complessità, non ci spiega l’Africa e non va guardata con l’occhio dell’antropologo. Ci sono letture di riferimento – africane, ovviamente, ma anche globali – che ti hanno aiutata a costruire il tipo di racconto che proponi nel libro?
Io credo che tutta la letteratura, almeno la grande letteratura, aiuti a stare nella complessità. Le opere narrative fanno entrare dentro le storie, dentro i personaggi, raccontano i contesti in maniera molto più complessa. Parlando, come hai fatto tu, di narrazioni contrapposte, credo che un grande limite sia sempre stato quello di parlare di Africa attraverso il filtro dei sentimenti. L’Africa viene spesso vista come un luogo che non è il luogo della razionalità, che si può amare, detestare, che ci può affascinare… Sempre, però, attraverso un filtro ideologico che di volta in volta ci provoca emotivamente facendoci pensare: «l’Africa è povera» o «è ricca», «l’Africa è un luogo che dobbiamo difendere», «è il luogo in cui le cose succedono, le cose cambiano», come se in fondo il senso critico non appartenesse al continente africano. Credo invece sia importante guardare l’Africa anche attraverso la categoria dell’intelletto, perché l’Africa ha molto da dire su questo piano. Questo fraintendimento di categorie ci ha fatto perdere molto.
Parlando di letture invece, sono tantissime. Io amo particolarmente gli autori dell’epoca postcoloniale. Trovo che ci siano delle grandissime opere che ci aiutano anche a conoscere «da dentro» una storia di cui noi conosciamo molto poco: dopo il colonialismo e prima dell’epoca delle indipendenze. C’è stata un’enorme fase di transizione, anche estremamente problematica su cui noi sappiamo poco o nulla. Anche qui ribadisco: gli autori non ci raccontano la Storia, ci raccontano una storia, ci raccontano un punto di vista, ci raccontano un personaggio. Però, e questa è una cosa importante, ci raccontano un’atmosfera, ci raccontano un’atmosfera in cui si viveva, ci raccontano un contesto, ci raccontano dei personaggi, ci fanno entrare dentro la vita di persone che quei contesti li hanno vissuti. Penso ad autori come Camara Laye, ad esempio, ma sono tantissimi gli autori postcoloniali che io trovo particolarmente interessanti. Allargando il campo, amo particolarmente Primo Levi.
Nel libro accenni all’importanza dello spazio delle voci africane già presenti sulla scena internazionale. Cosa pensi che ci insegnino le voci della diaspora africana, rispetto a quelle occidentali, ma anche rispetto alle voci africane interne al continente?
La letteratura africana ha avuto un percorso molto particolare che l’ha condizionata inevitabilmente in tutto il suo percorso e in tutta la sua storia. I primi grandi successi africani, essendo scritti nelle lingue occidentali, sono stati confezionati e pubblicati fuori dal continente, di conseguenza sono stati validati e riconosciuti fuori dall’Africa. E così è successo fin da quando Chinua Achebe [considerato il padre della letteratura africana in lingua inglese con il romanzo Il crollo, 1958. Ndr] ha spedito il suo primo manoscritto a Londra. Poi c’è stata in Francia Présence Africaine e tante altre case editrici, e tutto questo ha condizionato inevitabilmente il percorso di ricezione. Fin da subito questa letteratura pubblicata «fuori» è stata presentata sotto il grande cappello continentale, una caratteristica che appartiene praticamente solo alla letteratura africana. In secondo luogo, è stata validata in un mondo straniero, che non condivideva lo stesso humus culturale, che aveva anche delle aspettative nei confronti di un libro africano, di un romanzo africano.
Oggi le cose sono profondamente cambiate e ci sono molti autori che sono riusciti a uscire da questa dinamica. Anche in Africa, all’interno, le cose stanno cambiando: ci sono case editrici importanti e paesi che ormai hanno una florida letteratura nazionale. Però rimane anche oggi questa tensione irrisolta tra il riconoscimento internazionale e una sorta di ghettizzazione di questi autori che vengono ancora visti come se dovessero portare una testimonianza dal continente. E questa storia particolare di relazione con il mondo occidentale ha influenzato tutto il percorso della letteratura africana, anche di quella che viene pubblicata in Africa. Perché anche gli autori africani che vivono in Africa e che pubblicano in Africa, comunque, leggono gli autori occidentali e prima di tutto, leggono gli autori africani della diaspora…i loro riferimenti culturali, alla fine, non sono così diversi.
Come dico nel libro, ormai per me è diventata un’abitudine imprescindibile, ogni volta appena atterro in un paese africano, quella di cercare una libreria. Vedere che cosa si pubblica in una città o di un paese dice molto sullo stato della letteratura, su quello che è il percorso letterario del paese stesso. Ci sono paesi dalle librerie estremamente ricche in cui si può trovare di tutto. Hanno il settore di letteratura africana, letteratura europea, grandi romanzi… esattamente come nelle librerie occidentali. In altri paesi invece le librerie sono estremamente spoglie: alcuni libri di autoaiuto, alcuni romanzi, qualche libro africano o qualche libro locale pubblicato magari da una piccola casa editrice e libri per bambini, libri scolastici. Ecco anche in questi casi se ci sono magari tre romanzi, cinque romanzi, dieci romanzi, quei dieci romanzi possono essere occidentali quanto africani, indifferentemente.
Un’ultima domanda: quando si racconta l’Africa «da fuori», qual è la responsabilità più grande? Quanto serve che l’autore dichiari i propri limiti, i propri privilegi, come fai tu?
Allora, questo è un tema molto delicato. L’Africa per molti anni è stata raccontata dall’esterno e sono mancate le voci africane. Oggi non è più così, oggi queste voci ci sono. Però è comunque un argomento delicato quello del raccontare l’Africa dall’esterno proprio perché questo fa parte della storia stessa del continente. Per questo motivo io credo sia importante dichiararlo sempre. Nessun punto di vista è assoluto e quindi quando si parla di qualcosa si parla sempre di quel qualcosa da un singolo punto di vista. Il punto di vista da cui parli è importante per capire anche quello che dici, per capire quello che scrivi.
Il mio è evidentemente un punto di vista esterno, un punto di vista che dichiaro fin dall’inizio, perché anch’io non mi reputo assolutamente al di sopra di pregiudizi, non mi reputo al di sopra di sguardi magari distorti. Certo mi è capitato di lavorare in Africa, ma il mio obiettivo con questo libro è proprio mettere in dubbio lo sguardo, mettere in dubbio anche il mio sguardo, perché nel corso del tempo anche quello è cambiato, le mie certezze sono cambiate. A un certo punto scrivo di dittatura e democrazia, sono tra le categorie sulle quali avevo convinzioni molto forti, che nel corso tempo si sono fatte più deboli.
È fondamentale, secondo me, dichiarare il punto di vista anche perché, quando io sono nel continente africano la mia non è una presenza neutra ma una presenza che porta in sé i segni della storia e, inevitabilmente, anche il mio vissuto e le mie percezioni sono mediate da questa relazione che io vivo.
(L’intervista è stata condotta presso il Circolo degli Illuminati di Città di Castello il 5 ottobre 2025 ed è stata editata per maggior chiarezza. Ringraziamo Chiara Piaggio per la gentile disponibilità, Lorenzo Alunni e i volontari e le volontarie di CaLibro)








