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Digger di Iñárritu e la scomodità al cinema

Marina PiccolodiMarina Piccolo
21 Ottobre 2026
in Cinema
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digger_film_recensione

«Tutto cambia: il giorno prima sei un gatto, o un re, e il giorno dopo sei soltanto cenere». Sono queste le parole che aprono il trailer di Digger di Alejandro González Iñárritu, che vede la luce dopo un periodo di lavorazione durato quasi dieci anni.

Digger Rockwell (Tom Cruise) è un magnate del petrolio, uno di quegli uomini talmente ricchi da sembrare convinti che la Terra sia di loro proprietà. Le sue trivellazioni causano il distacco di una gigantesca calotta glaciale, innescando una reazione a catena che condanna il pianeta a una probabile catastrofe climatica irreversibile. Intorno a lui, presidenti, militari, scienziati e uomini d’affari tentano di gestire una situazione ormai fuori controllo, mentre ognuno continua paradossalmente a preoccuparsi soprattutto per sé stesso.
Digger sembra inserirsi in un filone ormai piuttosto inflazionato: quello della satira contro i miliardari, le élite economiche e politiche incapaci di assumersi le responsabilità delle proprie azioni. Ma questo è probabilmente soltanto il primo livello del film.
Iñárritu non si limita a mostrare i responsabili della catastrofe in tutta la loro ignominia. Li sbeffeggia, ne mette a nudo l’ipocrisia, l’incompetenza e la pateticità, ma progressivamente volge lo sguardo anche verso chi li osserva. E ci chiede quale funzione abbia, per noi, trasformare chi ha potere in un bersaglio. Quanto è rassicurante per l’uomo poter identificare con precisione un capro espiatorio colpevole di tutti i nostri mali?
Siamo lontani da film come Don’t Look Up, dove la catastrofe è ancora imminente e l’umanità sceglie di voltarsi dall’altra parte per non doverla affrontare.
In Digger il meteorite, metaforicamente parlando, è già caduto. La domanda diventa quindi un’altra: cosa accade dopo? La società si trasformerà, e ne usciremo migliori? La risposta di Iñárritu è tutt’altro che consolatoria.

La satira politica, se si trasforma in farsa, mette alla berlina il potere, ma smette di contestarlo. Nell’antica Atene democratica, il teatro, rito politico e sociale, tramite la rappresentazione di conflitti ed errori, permetteva alla comunità di confrontarsi con le proprie responsabilità. La catarsi non avveniva attraverso la semplice rappresentazione di emozioni altrui, ma presupponeva la mimesi, una forma di riconoscimento di sé nell’altro, una vicinanza emotiva.
Passando all’antica Roma imperiale e alla logica del panem et circenses, lo spettacolo diventa puro intrattenimento. Nei ludi gladiatori il pubblico non si immedesima, ma assume una posizione di distanza emotiva, di alterità, dove la violenza e le esecuzioni si trasformano una forma di svago.
Questa distinzione è utile per comprendere come Digger utilizza i suoi personaggi, tutti orrendi e detestabili. Rockwell è un uomo megalomane, irresponsabile, egoista e senza scrupoli. Quando gli viene spiegato che una calotta glaciale grande come una città sta per staccarsi a causa delle sue trivellazioni, le sue preoccupazioni sono solo non perdere soldi e curare il suo gatto in fin di vita. Il Presidente degli Stati Uniti (John Goodman), anche di fronte all’imminente catastrofe per migliaia di persone, non riesce andare oltre il suo personale calvario dovuto a un tumore al colon. La sorella di Digger (Sandra Huller) piagnucola per le conseguenze finanziarie sulla sua azienda, il Vicepresidente è terrorizzato dall’idea di dover parlare in pubblico, mentre i militari vorrebbero bombardare qualsiasi cosa solo perché hanno una scusa per farlo.
Sono patetici, ed è questo a rendere ambiguo il film: nonostante siano ridicoli, nessuno mette mai in dubbio, nemmeno per un momento, la loro posizione di potere. Neppure il sistema che ha permesso che loro avessero quel potere tra le mani viene mai messo in discussione.
In un’intervista a GQ sul film, il regista ha parlato di come «in un mondo dominato da narrazioni, chi controlla quelle narrazioni domina il mondo». È esattamente ciò che accade nel film quando Digger prova a nascondere la catastrofe imminente oscurando alcune parole sui social. E avviene, in modo però molto più subdolo, anche dopo, quando si tenta di imbonire l’umanità inferocita.
Trasformare questi personaggi in caricature è quasi rassicurante: loro sono malvagi e stupidi, noi siamo diversi, migliori. Una posizione comoda, ma distante, che non ci permette nessun tipo di catarsi o di immedesimazione.
Iñárritu però non vuole farci rimanere comodamente in quella posizione.

Una delle scene più interessanti del film è quella in cui Rockwell ha un confronto politico molto acceso di fronte a quello che potrebbe essere il parlamento europeo. Interrogato sulle proprie responsabilità, non le nega. Ha trivellato senza scrupoli, ha ignorato i rischi, ha anteposto il profitto alle conseguenze ambientali. Ma poi ribalta la domanda sui suoi interlocutori: chi ha comprato quel petrolio? Chi gli ha permesso di arricchirsi e trivellare senza scrupoli, chiudendo un occhio? Certo, è uno scaricabarile, eppure la sua argomentazione insinua un tarlo nello spettatore.
Le comodità quotidiane dipendono da quello stesso sistema che critichiamo, abbiamo case da riscaldare e raffreddare, necessità di spostarci, di mangiare, di prodotti da consumare, insomma, delle comodità che consideriamo ormai normali.
Questo non significa che le nostre responsabilità di cittadini siano comparabili a quelle di un magnate del petrolio o del Presidente degli USA, ma nemmeno che siamo totalmente privi di agency. Prendere coscienza del nostro contributo al sistema, non significa attribuirsi la colpa, ma abitare quella contraddizione, riconoscere che in quanto appartenenti a un sistema abbiamo modo di intervenire. Possiamo accettarlo e normalizzarne i difetti, oppure metterlo in discussione e cercare di cambiare le cose. La terza via, molto più comoda – per noi, ma soprattutto per chi ha più potere – è non riconoscerci più come parte del sistema e convincerci di essere impotenti.
Nel film, così come nel mondo in cui viviamo, i potenti vengono sbeffeggiati ma rimangono potenti, anzi riescono a guadagnare persino dalla nostra indignazione.

Un esempio interessante nella realtà è quello di Aileen Getty, ricca ereditiera della famiglia che fondò l’industria petrolifera Getty Oil, che ha utilizzato parte della propria ricchezza per co-fondare e finanziare il Climate Emergency Fund, organizzazione che sostiene gruppi di attivismo climatico e disobbedienza civile come Ultima Generazione e Extinction Rebellion. Ovviamente la somma da lei devoluta al fondo, sebbene considerevole, è minuscola rispetto al suo patrimonio miliardario, al contempo non è possibile distinguere, nelle sue azioni, la buona dalla cattiva fede. Il capitalismo riesce in questo modo a contenere sia il problema sia l’attivismo contro il problema, finanziamenti compresi.
Chi però rischia davvero qualcosa sono i volontari che da quel fondo dipendono per le loro proteste, che, oltre ad essere bersagli dell’opinione pubblica, sono spesso perseguiti penalmente o civilmente. In questo sistema la rabbia sociale può essere indirizzata da una parte politica verso il miliardario irresponsabile, dall’altra verso l’attivista che blocca la strada, o verso le persone provenienti da questo o quello Stato. Nel film lo stesso presidente USA, ormai delirante, inizia a dare la colpa di quanto accaduto alla Russia, alla Cina, e a minacciare di sganciare bombe atomiche a destra e a manca.
Insomma, l’importante è trovare un capro espiatorio.

Digger cerca di sfatare quell’aura mitica di cui sembrano circondarsi i potenti. Quelli che compaiono nel film non sono che persone banali, fragili, impaurite, malate, hanno animali domestici, bisogni fisiologici, ed è proprio questa normalità a renderli pericolosi.
Con toni completamente diversi, anche Jonathan Glazer aveva lavorato su un meccanismo simile ne La zona d’interesse, dove la quotidianità familiare di Rudolf Höss impedisce allo spettatore di distanziarsi dal male di queste persone. Il mostro ci è comodo finché non ci somiglia, ma quando ci accorgiamo che la banalità del male sta proprio nella prossimità del male, inizia a spaventarci. Se anche il mostro è umano, se non appartiene ad un’altra specie, è uguale a noi.
In una scena all’inizio del film l’immagine di Rockwell si riflette all’infinito tra due specchi, quell’immagine è al contempo un’allegoria della megalomania di Rockwell, un indizio della cornice in cui la sua storia è stata inserita, e uno sguardo puntato verso il pubblico.
Negli ultimi anni i film di genere distopico e satirico come Mickey 17, The Running Man, Good Luck, Have Fun, Don’t Die! hanno avuto come protagonisti personaggi ai margini di un sistema, che spesso non si ribellano per coscienza ideologica o di classe, ma per istinto di sopravvivenza.
Digger invece ribalta il punto di vista: ci mostra il potere del nostro sguardo sui potenti, e poi ci interroga sullo spirito critico di quello sguardo.
Cosa cambierà dopo la “fine” del mondo, se continuiamo a rimanere nelle nostre comode illusioni? Assolutamente niente. Il mondo sarà devastato, invivibile per il caldo torrido e i gas tossici, ma gli esseri umani faranno ciò che hanno sempre fatto, si adatteranno, si abitueranno anche a questo. Le élite rimarranno al loro posto e imboniranno il pubblico con la farsa travestita da satira (lo stesso che, di fatto, stanno facendo anche Iñárritu e molti altri registi), mentre le persone proveranno a sopravvivere. Continueremo a obbedire illudendoci di essere liberi e a non agire illudendoci di essere impotenti, basterà fornirci un nemico da odiare.

Tom Cruise lavora, per costruire questa maschera farsesca, su una recitazione volutamente eccessiva e barocca. Lo stesso vale per l’estetica del film, con la fotografia desaturata che rende il mondo slavato, livido, quasi cadaverico. La scenografia ha un sapore artificiale, con gli oggetti scenici utilizzati dagli attori per conferire ulteriore profondità ai personaggi. I movimenti di macchina coreografano attentamente l’inquadratura – non è un caso che il film sia girato in VistaVision – mentre ogni dettaglio è studiato al millimetro come in una lunga danza, infarcita di citazioni cinematografiche. Impossibile non rivedere tracce dell’estetica di Wes Anderson e di Roy Andersson nel film. Impossibile non ripensare a Il dottor Stranamore, o, per la figura di Rockwell, a film come Il petroliere. Quando Digger cerca la complicità del pubblico per costringerlo a rivedersi in Rockwell, poi, siamo dalle parti di The Wolf of Wall Street.

Alla fine del film un avviso acustico e una voce registrata accompagnano i titoli di coda, rompendo la quarta parete e obbligando lo spettatore a porsi qualche domanda su di sé e sul proprio contesto. L’errore più semplice da fare guardando questo film potrebbe essere quello di pensare che il suo intento sia solo quello di sbeffeggiare la classe dirigente. In realtà, l’ha detto lo stesso Iñárritu, «il film è fondamentalmente un’osservazione sulla natura umana», non solo quella di chi sta nella cornice del film, ma anche degli spettatori.
Insomma, siamo noi a guardare Digger, o è Digger a guardare noi?


 

Tags: Alejandro González IñárrituDiggerExtinction RebellionJohn GoodmanSandra HullerTom Cruise
Marina Piccolo

Marina Piccolo

Nata a Brescia, fin da piccola si appassiona, grazie alla madre e all' insegnante di italiano, al cinema e all’arte. Dopo gli studi, si dedica alla video-arte e all'analisi filmica. Nel 2024 fonda con due amici e colleghi Diaframma Podcast e la pagina social annessa, dove viene analizzato il rapporto tra cinema e reale con uno sguardo socio-politico. Oltre al cinema e alla scrittura, ama la musica, la natura, e non può fare a meno del cioccolato. Il suo regista preferito? Cronenberg.

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