Si dice sempre che chi viaggia molto sia estremamente aperto alla diversità, scevro da sciovinismo e stereotipi. Chi ha vissuto a lungo all’estero, però, sa che questo assunto non corrisponde necessariamente al vero. Non c’è niente come la lontananza a rinforzare l’attaccamento alle proprie radici, quella nostalgia che è, per l’appunto, “dolore del ritorno” – lo sapeva già Ulisse, che rifiutò nettare e ambrosia pur di tornare nella sua Itaca. È da questa tensione tra radicamento e fuga che prende le mosse il nuovo romanzo di Kiran Desai, La solitudine di Sonia e Sunny (Adelphi, 2026). Più che seguire una vicenda lineare, come lascerebbe intuire il titolo, il libro intreccia le storie di una costellazione di personaggi in un’opera che ripercorre il respiro dell’epica così come i suoi topoi – il ricongiungimento, il destino e il malinteso – maneggiando con eleganza e rigore realismo e spiritualità, Oriente e Occidente. Contemporaneamente, Desai restituisce il senso della plurivocità bachtiniana del romanzo moderno in cui ogni personaggio possiede una sua voce riconoscibile di cui è possibile rintracciare numerosi elementi caratterizzanti. Tale pluralità si ripercuote anche a livello stilistico, riuscendo a toccare le corde più profonde dell’introspezione psicologica dei personaggi, così come i momenti di maggiore densità simbolica.
Se i poemi epici tradizionalmente fondavano l’identità di un popolo, l’autrice de La solitudine di Sonia e Sunny mette in discussione qualsiasi possibilità di uscire dal perimetro angusto del proprio habitat etnico, sociale e culturale. Il margine geografico – anche quando supera per dimensioni il centro – smentisce in qualche modo gli entusiasmi del multiculturalismo facendo emergere le fratture e le contraddizioni di un mondo che si definisce globale ma che lo è solo qualora lo si guardi da Ovest. Il punto di vista dell’autrice mette a nudo molti dei possibili automatismi interpretativi del lettore occidentale, con uno spirito di smascheramento che lascia trapelare un forte impianto critico, in grado di dialogare con il dibattito contemporaneo sull’identità, sul postcolonialismo e sulle migrazioni. Nessuno ne esce, infine, indenne. Se il sistema americano emerge fortemente caratterizzato dall’individualismo, l’India è rappresentata in tutte le sue contraddizioni: pregiudizi sul sesso e sulle donne, corruzione, oltre che ambigua compiacenza e attrazione nei confronti del dominatore. I due protagonisti incarnano in modo emblematico e più degli altri personaggi questa ambiguità nel loro tentativo di nascondersi in un Occidente che esplorano, ma nel quale non riescono mai a riconoscersi. Questa dinamica è particolarmente chiara nel rapporto asimmetrico che Sonia stabilisce con Ilan, pittore narcisista che si appropria indebitamente della cultura delle donne che frequenta e che riuscirà a insidiare la sua capacità di amare e di scrivere. Una simile asimmetria emerge ironicamente nel ménage tra Sunny e Ulla, ragazza del Midwest che vede in lui l’esotismo che rinnega in sé stessa.
In queste pagine è difficile non leggere in controluce le posizioni di Said e Fanon per cui il controllo politico dell’Oriente è stato portato avanti attraverso una sistematica appropriazione e categorizzazione emotiva e culturale: la sofferenza, l’esilio, la resistenza diventano per i personaggi quasi un’unica grammatica di dignità, la stessa che regola tanto le dinamiche familiari quanto quelle di una nazione sotto dittatura. Di conseguenza, il colonizzato percepito come fragile e bisognoso di essere guidato, finisce per introiettare una rappresentazione che diventa parte integrante di sé. Attraverso il tema della solitudine – centrale sin dal titolo – l’autrice individua un altro punto nevralgico della cultura del subcontinente: l’impossibilità dell’isolamento da un punto di vista fisico e sociale. L’impossibilità di sottrarsi al senso di collettività che la società indiana porta con sé e la necessità di stabilire unioni familiari matrimoniali e religiose fa sì che l’amore acquisisca, paradossalmente, tutte le possibili fisionomie della sua negazione. Anche il rapporto con la natura appare unilaterale e segnato dalla solitudine distaccandosi dall’assodata comunione che l’Oriente avrebbe stabilito con il mondo. Si tratta piuttosto di un dialogo disperato dell’uomo che interroga inutilmente un paesaggio indifferente e sibillino:
«Le persone possono amare le montagne innevate, ma le montagne non amavano le persone. Se per le montagne l’amore era una questione ininfluente, lo erano anche l’odio e la paura. Non essere né amati né odiati, imparare a non contare, a diventare irrilevanti era di certo un sollievo. Misurarsi con una massiccia indifferenza poteva aiutare l’uomo a ritrovare l’equilibrio» (p. 437).
Nella continua interrogazione sull’identità si cela il nodo più profondo del romanzo. Se anche allontanandosi e mescolandosi è impossibile essere altro da sé stessi, per chi e di chi è possibile raccontare? In tal senso, l’autrice sembra specchiarsi nel personaggio di Sonia che, per circa settecento pagine, continua a cercare il soggetto più giusto della sua scrittura:
«Non si diventa ciò che si scrive? […] Una storia su un matrimonio combinato, anche uno finito sei mesi dopo con un divorzio, suonava vera e falsa al tempo stesso. Vera perché era accaduta sul serio. Falsa perché dava in pasto all’Occidente proprio quello che voleva dall’Oriente. Erano i lettori a renderla falsa. Scegliere quella storia fra tutte le altre possibili la rendeva falsa» (p. 81).
Nella voce dell’autrice non c’è soltanto il dovere all’autonarrazione inflitta al subalterno ma anche una riflessione sulla condizione femminile silenziata sistematicamente da una violenza egemonica che non ha confini ben definiti: «Forse poteva pensare di essere libera, al sicuro, senza la trappola di essere donna» (p. 673).
Il romanzo esige pazienza – le settecento pagine si sentono, soprattutto nei tratti più riflessivi, forse anche a causa di una traduzione talvolta inefficace – ma ripaga chi accetta di procedere senza cercare una direzione univoca. È proprio nell’assenza di approdi rassicuranti che sta la sua riuscita maggiore e per questo, La solitudine di Sonia e Sunny rimane un romanzo volutamente aperto: come ogni vero viaggio, lascia il lettore ancora in cammino, spalancando nelle coscienze un conflitto che la letteratura può illuminare, ma non risolvere.








