Si concludono oggi le presentazioni dei libri finalisti del Premio Narrativa Bergamo 2023. Dopo Alberto RavasioGiorgio VastaSilvia Cassioli e Matteo Melchiorre, tocca a Chiara Alessi. L’appuntamento è sempre alle 18.00 alla Biblioteca Tiraboschi di Bergamo.


Gli oggetti come cose personali, “care cose” che ognuno tiene nel proprio quotidiano, o talvolta nella memoria privata; ma gli oggetti anche come “cose comuni”, di tutti, su cui ciascuno ha proiettato esperienze individuali che inevitabilmente assomigliano a quelle di tanti altri, definendo così un immaginario condiviso. È nel punto di intersezione tra queste due traiettorie che Chiara Alessi ha costruito il suo penultimo libro, Tante care cose. Gli oggetti che ci hanno cambiato la vita (Longanesi 2021), ma anche l’ultimo, Lo Stato delle cose. Breve storia della Repubblica per oggetti (Longanesi 2022) e tutta una serie di altre iniziative che recentemente la vedono protagonista (come Cosa c’entra?, un podcast quotidiano tenuto per «il Post»). Chiara Alessi è un’esperta di storia del design, di cultura del progetto, ma è anche discendente di una gloriosissima famiglia che ha dato il proprio nome ha una vera e propria “fabbrica del design”, la Alessi (che si è intrecciata peraltro con un’altra storica famiglia-marchio, la Bialetti). Il dialogo tra dimensione privata e dimensione collettiva dell’esperienza delle cose è dunque in qualche modo connaturata alla sua stessa identità.

Forse anche per questo, nel 2020, nei mesi del lockdown più duro Alessi ha inaugurato su Twitter una rubrica intitolata #designinpigiama, brevi video di 140 secondi in cui raccontava quelli che definisce i veri “miti d’oggi”, oggetti e progetti che per la loro presenza circostante o per la loro persistenza retinica definiscono la memoria del presente (o, per i decenni passati, hanno definito la memoria di un’epoca). Da quei brevi filmati è nata, oltre che una piccola comunità di appassionati e appassionate di cultura materiale, l’idea di un libro che raccogliesse quelle storie e le componesse in una più grande storia degli oggetti che, nel secolo passato, hanno cambiato la vita degli italiani. Tante care cose si presenta dunque come una sorta di museo, un «museo-casa» dove sfilano (anche visivamente, grazie ai disegni di Paolo D’Altan) 64 oggetti di design italiano, cose che tutti conoscono perché spesso le hanno, appunto, in casa; «un libro-tasca, in cui ogni tanto affondare una mano, per vedere cosa ne viene fuori». Talvolta si trova un flash che illumina la grande storia nazionale, fatta di aziende e marchi dalla fortuna internazionale e di oggetti iconici, come la bottiglietta del Campari soda, pensata nel 1932 da Fortunato Depero, o la Vespa Piaggio, progettata nel 1946 da Corradino D’Ascanio (artefice anche dell’Ape, sempre Piaggio), o ancora la P allungata (la P-fionda)del logo Pirelli, la cui origine è però misteriosa e leggendaria (sicuro è invece che Vittorio Sereni ebbe un ruolo fondamentale nella sua diffusione, come abile pubblicitario). Ma se molte sono le storie che vedono coinvolti i nomi più importanti del design, e più in generale della cultura italiana del Novecento – Luigi Caccia Dominioni, Albe Steiner, Enzo Mari, Marco Zanuso, Bruno Munari, Pio Manzù –, altre sono quasi o del tutto anonime. Ci sono vere “invenzioni”, progetti nati dalla convinzione di poter finalmente distillare la quintessenza di un oggetto d’uso (la lampada, la sedia); ma ci sono anche soluzioni concrete a problemi posti dall’uso o adattamenti rispetto a progetti che non hanno retto alla prova della realtà (e diversi fallimenti d’autore li ritroviamo anche tra queste pagine).

In un passaggio dell’ultimo romanzo di Francesco Pecoraro, Solo vera è l’estate, uno dei protagonisti a un certo punto realizza di essere seduto su un oggetto di design, «una sedia pieghevole di tela, del tipo detto “da regista”, che assieme alla sedia a sdraio è uno dei prodotti più alti dell’ingegno umano. L’inventore è un genio misconosciuto». La sedia “da regista” non compare nel lungo percorso cronologico di Tante care cose, ma avrebbe potuto perché risponde perfettamente ai requisiti di molti degli oggetti che vi sono raccontati e che sono forse le scoperte più interessanti di questo libro, perché ricordano come il design non nasca necessariamente come – o, anzi, non dovrebbe proprio essere – l’esibizione di «un ego “pimpante”», ma al contrario dovrebbe permettere alle persone di non preoccuparsi degli oggetti che servono per vivere: «Sono cose, cioè, fatte da qualcun altro perché noi potessimo andare avanti senza preoccuparcene troppo». Un esempio tra i tanti che si potrebbe fare di questa capacità di designer e progettisti di mettersi al servizio dell’esperienza dell’utente è la realizzazione della grafica della Metropolitana di Milano, la linea rossa. È stato l’olandese Bob Noorda a pensare che la scritta con il nome della fermata dovesse ripetersi ogni cinque metri su una banda rossa a una specifica altezza da terra, in modo tale da permettere a ogni viaggiatore della metropolitana di scorgere dal finestrino almeno una di quelle scritte per capire se fosse il momento di scendere oppure di rimanere a bordo. Non a caso proprio per questa “invenzione” Alessi si sbilancia: «il buon design – forse ci stiamo avvicinando a una definizione – è quello che ci permette di sgombrare la testa da domande per le quali qualcun altro, qualcuno del mestiere. Ha pensato la risposta, cosicché possiamo investire le nostre energie in altro (nel nostro) e il mondo può andare avanti». Ci permette, ad esempio, di ricordarci di prendere lo zaino che avevamo posato a terra, prima di scendere dalla metro (ma in realtà oggi il restyling grafico della M1 ha cancellato quel capolavoro di leggibilità).

Correva l’anno 1964, Milano, e con lei tutta l’Italia, cominciava a correre. È il passo della modernità, che richiede trasporti rapidi per poter tenere dietro ai tanti impegni che cominciano ad accumularsi nella quotidianità degli italiani. I quali però trovano un insuperabile conforto in una serie di oggetti che iniziano a riempire le case (o a essere parcheggiati sotto, le case) e che rendono sempre più facili e veloci mansioni che, per la generazione precedente, erano le ingombranti occupazioni quotidiane. Frigoriferi, lavatrici, ma anche orologi, televisori, telefoni. È nata la società del consumo di massa, che però, all’inizio, produce ancora oggetti fatti per durare. Ed è qui il baricentro di Tante care cose, tra la metà degli anni Cinquanta e i Settanta, nel periodo del grande boom economico, che vede letteralmente trasformarsi la vita quotidiana delle persone. Perché gli oggetti semplificano la vita, permettono di dedicarsi ad altro (nasce il tempo libero: e via con altri oggetti, come il mitico Super Santos o i Moon Boot per andare sulla neve), oppure definiscono nuove abitudini e nuovi riti (come la grande spersa settimanale al supermercato, quello con l’iniziale allungata, nato nel 1957). E rivelano così un ulteriore potere nelle mani di quegli artefici, ora celebri, ora anonimi, che, con le loro invenzioni, hanno configurato la nostra esperienza del quotidiano.

È in questo modo, si potrebbe concludere, che Tante care cose rivela il proprio potenziale narrativo, nella capacità di comporre, tassello dopo tassello, una Storia d’Italia attraverso i suoi oggetti, ma anche attraverso le pratiche, i comportamenti comuni che questi oggetti hanno finito per determinare. Un’antropologia della società italiana del Novecento, fatta di gesti, abitudini collettive che hanno dato forma all’immaginario con cui ancora oggi, in tempi di virtualizzazione dell’esperienza, non smettiamo di confrontarci.


Chiara Alessi, Tante care cose. Gli oggetti che ci hanno cambiato la vita, Longanesi, Milano 2021, 264 pp. 18,90€