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#PremioBg23 – “Il capro” di Silvia Cassioli

Niccolò GualandrisdiNiccolò Gualandris
16 Marzo 2023
in Letterature, Premio Bergamo
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#PremioBg23 – “Il capro” di Silvia Cassioli

Prosegue la presentazione dei libri finalisti del Premio Narrativa Bergamo 2023. Gli incontri con gli autori si tengono alle 18.00 alla Biblioteca Tiraboschi di Bergamo; dopo Alberto Ravasio e Giorgio Vasta, oggi tocca a Silvia Cassioli.


Il capro (Il Saggiatore, 2022) è l’esordio narrativo di Silvia Cassioli, poetessa di area senese che sceglie di raccontare in un modo inedito la storia del Mostro di Firenze: caso che diventò una vera e propria ossessione mediatica a cavallo fra gli anni ‘70 e ‘80 , stabilendosi nell’inconscio collettivo italiano per l’efferatezza e il modus operandi con cui vennero compiuti otto duplici omicidi, per la natura morbosa e sessuale dei gesti, per le indagini lunghe, articolate e televisive, per i personaggi di queste vicende, i loro volti, le loro voci registrate e immortalate, le loro espressioni idiomatiche divenute celebri. Quasi tutti hanno almeno sentito parlare del Mostro di Firenze. Alcuni, con un brivido, si sono scoperti affascinati dalle cronache di questo o quell’indagato, dalle motivazioni di tali gesti, dalla banalità e ubiquità del male che si nascondeva tra le colline toscane.

Cassioli conosce gli eventi, i fatti accertati, i nomi, ma soprattutto conosce il territorio, la sua lingua e la sua gente e adopera tale conoscenza per immergere il lettore nella Toscana del dopoguerra, in cui un giovane Pietro Pacciani commette il primo crimine nel 1951, l’omicidio della fidanzata; di molto precedente quelli imputati al Mostro.

Da questo evento prende le mosse la narrazione cronologica del romanzo che, a partire dal 1968, esplora i 17 anni di terrore ai danni delle giovani coppie appartate in macchina per allontanarsi da una società sessuofoba e repressiva, sulle quali aleggerà la possibilità della morte. Pistola, coltello, asportazione della mammella sinistra della ragazza e bossolo di proiettile calibro .22 con incisa la lettera H: un rituale iperdeterminato, sulla cui natura psicopatologica si speculerà a lungo.

Per chi conosce i fatti non ci sono novità: il libro non propone piste inedite, rivelazioni sorprendenti, sviluppi postumi. Non si tratta di un saggio criminologico, di una ricostruzione pedissequa, di un romanzo macabro per gli amanti di true crime. Ciò che rende il trattamento romanzesco di Cassioli unico è il ruolo quasi assoluto della voce dei personaggi rispetto alla mediazione di un narratore esterno. Nonostante ciò si può intuire l’affiorare di un’ipotesi, secondo la quale la responsabilità, non tanto dei delitti ma del retroterra da cui è potuto emergere il Mostro di Firenze, sia stata eminentemente collettiva. È la terra toscana ad aver creato il Mostro: egli fuoriesce da un impasto vernacolare “sporco” e lontano da reminiscenze dantesche parlato nelle campagne fiorentine, dal clima omertoso e fratricida dei piccoli paesi, dalla forza mitopoietica della mentalità contadina.

La lingua è vera comprimaria nello svolgimento della “trama” del Capro; una lingua viva e multiforme che, riprodotta con estrema cura sulla pagina, passa senza soluzione di continuità dallo spontaneo e colorito dialetto all’impostato e barocco linguaggio giudiziario; dall’algido rapporto delle scene del crimine alle colorite deposizioni di imputati e testimoni processuali.

Questo della polifonia linguistica, che presuppone altrettante distinte voci è forse il dispositivo stilistico più adoperato nel romanzo ed ingaggia il lettore nella detection del proprietario della voce narrante. Con il proseguire della lettura si riescono ad individuare subito le particolarità linguistiche di ogni personaggio, venendo coinvolti sempre più nel vortice di testimonianze con cui si conclude la narrazione.

Il capro è un romanzo, dicevamo. E spiccatamente romanzesco è l’intreccio che si dipana agilmente tra gli anni ‘50 e gli anni ‘90 del secolo scorso, così come i luoghi e i personaggi che lo attraversano: l’area di Giogoli, tra Firenze e Scandicci, il bosco della Tassinaia di Vicchio o gli Scopeti. Cassioli riesce ad accattivare anche i più refrattari al “basato su una storia vera”, perché i protagonisti di queste vicende sono talmente reali da sembrare inventati.

A partire da Pietro Pacciani detto “il Vampa”, che non ha certo bisogno di presentazioni, si delinea un cast di personaggi che farebbe invidia a qualunque romanzo realista o fantastico.

Certo, hanno il loro ruolo di primo piano anche i celebri “compagni di merende”, i complici del Pacciani negli omicidi attribuiti al Mostro, Mario Vanni e Giancarlo Lotti, ma quello che sorprende è il grande spazio riservato agli altri coinvolti: da Perugini, primo investigatore capo della SAM (la Squadra Anti Mostro), criminologo dal fare cinematografico formato dall’FBI a Quantico, che portò in Italia gli studi sui serial killer; passando per tutti gli indagati delle varie piste battute negli anni, i testimoni o presunti tali e le varie figure dai tratti esasperati o folkloristici.

Saldato ampiamente il suo debito con la realtà e l’accuratezza di nomi, fatti, date, Il capro può allora prendersi delle libertà: penetrare nei pensieri degli agenti di polizia, allontanarsi a volo d’uccello e avvicinarsi pericolosamente, scavando nella mente recondita dei (presunti) assassini.

Dalla mise en scène dell’autrice emergono alcune costanti che si prestano particolarmente bene a riflessioni più generali e permettono di approfondire il contesto, così particolare ma così inquietantemente vicino. Si avverte il clima profondamente misogino e possessivo in cui sono immerse le figure femminili, che condiziona le indagini perché «scava scava ognuna di noi in qualche momento l’è stata seguita, o importunata, fischiata, tampinata, incendiata ecc.». Per questo «capire dove comincia il Mostro non è facile».

Si sommano le dicerie, le indiscrezioni, le false piste che si accumulano e che in vent’anni di indagini arrivano a delineare il profilo disumano e perciò evanescente, imprendibile, del Mostro; tanto che, per catturarlo, a un certo punto si deciderà di ricominciare da zero, cercando di “de-mostrificarlo”, di umanizzarlo, ricollocarlo nella normalità. Chi indaga dovrà sforzarsi di «Togliergli la coda, le corna e i piedi caprini» per cercare di capirlo meglio come essere umano. Privato di tutte queste protesi mitologiche il Mostro però fa ancora più paura, perché spinge a interrogarsi sulle colpe della società che ha permesso la nascita di un essere così spaventoso.

Ma la verità che sta sotto gli occhi di tutti è tanto semplice quanto inaccettabile: il Mostro è il pozzo nel quale gli abitanti delle colline toscane hanno gettato tutto ciò che volevano allontanare da sé, una cloaca in cui nessuno vuole specchiarsi ma che risulta il prodotto più compiuto di quella grande provincia che era ed è l’Italia. Sessuofoba, piagata dalla virilità intesa come potere e controllo, patriarcale, omofoba ma ossessionata dalla visione distorta di un’omosessualità predatoria, quella del luciferino «buho», in grado di trasmettere con la sola vicinanza i sintomi di questa “maledizione”.

L’inferno è un buho. E il diavolo icché ci sta a fare? Va rimesso al ninferno al posto suo. E la fiha l’è questa bocca dell’inferno che ispira un’ansia oscura, un oscuro senso di nausea […] Per l’omo che è cacciatore, è la minaccia della cilecca e del carniere vuoto. […] E se tu un sei capace di fa’ centro, te un sei omo. E se da cacciatore ti fai preda, altro che omo, tu sei un buho. E non vali nulla […]. Un buho l’è come la donna con l’aggravante schifosa della viltà. è un buco nero: chi gli gira intorno lo risucchia.

Una società repressiva, tollerante nei confronti dello sfogo sociale solo quando esso si esprime in modalità carnevalesche, grottesche e perciò altre-da-sé.

Il Mostro potrebbe essere una creazione collettiva sfuggita al proprio creatore, un ritratto orribile dell’altra faccia della medaglia. Sotto di esso ci sono sì gli esecutori materiali degli omicidi, colpevoli giuridicamente, ma, soprattutto, c’è un pezzetto di tutti noi. Dove alberga il buco nero dell’ignoranza e della repressione può nascere “il capro”, un fantasma che si reincarna costantemente in forme sempre nuove, ovunque si lasci prosperare tale vuoto.


Silvia Cassioli, Il capro, il Saggiatore, Milano 2022, 400 pp. 19,00€

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Tags: CassioliIl caproPaccianiPremio Bergamopremiobg23
Niccolò Gualandris

Niccolò Gualandris

Niccolò Gualandris (Bergamo, 1999) è attualmente laureando in Lettere moderne presso l'Università degli Studi di Milano. Spera di trasformarsi in laureato quanto prima, almeno per soddisfazione personale.

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