Il gruppo di lettura torinese Sul ponte diVersi propone per «La Balena Bianca» una serie di interviste a critici letterari di poesia contemporanea italiana. L’occasione offerta dall’intervista permette di articolare meglio un dialogo che non dimentica di coinvolgere e interrogare i critici selezionati e parte delle loro opere e produzione, in modo da circoscrivere di volta in volta gli argomenti enucleati e proiettarli verso ambiti problematici più ampi e generali. Apparirà evidente, così facendo, quanto nessuna ricerca critica sia inizialmente concepibile se non, volendo chiosare un’affermazione di Gianfranco Contini, «come esercizio sui contemporanei».

Nella quarta intervista (qui, qui, qui e qui le puntate precedenti), Federico Masci e Jacopo Mecca del gruppo Sul Ponte diVersi dialogano con Maria Borio, studiosa di poesia italiana contemporanea e autrice delle monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018).


1) Nel tuo saggio Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000, si dichiara sin dall’introduzione la volontà di proporre «una sistemazione metodologica e storiografica della poesia italiana dagli anni Settanta alla fine degli anni Novanta»[1], attraverso lo strumento della poetica. Il termine in questione affonda le sue origini nella storia critica del Novecento e proprio nel Novecento ha avuto modo di incontrare fasi alterne di fortuna e sfortuna, di presenza e assenza. Volendo infatti solo utilizzare il concetto come reagente per attraversare la storia critica novecentesca i nomi in cui si potrebbe incorrere sono quelli di Luigi Russo, Walter Binni, Natalino Sapegno o Luciano Anceschi; per fare solo qualche esempio. Indubbiamente, per quanto possa cambiare il valore che gli si affida, la poetica può suggerire una lettura relazionale dell’opera, nella misura in cui la considera «parte di un campo complesso di rapporti dialettici tra teoria e prassi, ontologia e fenomenologia»[2]. Come si differenzia la tua proposta e come si definisce rispetto a una genealogia di utilizzi ben precisa, soprattutto se il tuo obiettivo è quello di non sacrificare alla contestualizzazione storica l’indagine dei sistemi espressivi?

MB: L’idea di ricorrere alla poetica mi ha consentito di sviluppare una proposta di ricostruzione storiografica che parte dai testi. È, infatti, il valore della testualità come campo plastico, in cui si compenetrano i concetti e la forma, ad aver mosso principalmente la mia ricerca e l’approccio saggistico del mio lavoro. A differenza delle antologie, ma anche agli studi di taglio manualistico, che ricorrono a sintesi generali e linee guida la cui funzione è soprattutto didattica, il mio intento non era dedurre la testualità da strutture teoriche, ma far affiorare gli eventuali discorsi teorici dalle poesie. La poetica – soprattutto a partire dalle osservazioni di Anceschi – mi ha permesso di individuare una metodologia che cerca di collegare i sistemi espressivi e la contestualizzazione storica, l’ontologia e la fenomenologia, come qualcosa di fluido e organico. Nelle pratiche letterarie contemporanee assistiamo a una sempre più frequente elaborazione della testualità a partire da linguaggi visivi o in generale non legati alla parola. Ciò non vuol dire che la testualità sia deprezzata, anzi credo che un rinnovamento espressivo possa venire proprio da spazi dove la retorica – quella che porta alla maniera… – è assente o messa in discussione, ripensata. Anche la teoria, così come la stilistica tout court, possono andare incontro a simili rischi. Mettendo in relazione le idee e lo stile, a partire dalla poetica, si dà la possibilità di riflettere in modo dialettico sulla forma nel suo contesto storico e culturale.

2) Nel processo ricostruzione storiografica della poesia degli anni Settanta, sembra essersi diffusa una prospettiva critica interessata a confrontare «la tendenza a considerare il testo a partire quasi esclusivamente dall’espressività soggettiva»[3], e una dimensione del poetico parzialmente priva di densità storica perché «vincolata a una condizione in cui le comunità (…) e i valori collettivi sono sempre più fragili e meno importanti»[4]. Altre opere recenti dedicate agli anni Settanta però, come Nello splendore della confusione. Anni Settanta: la letteratura fra storia e società di Stefano Giovannuzzi, tendono a problematizzare l’oggetto di studio arrivando a restituirne un’immagine complessa, fatta di persistenze, continuità, scontri e vicinanze. In questo senso può essere individuata la compresenza di una “nuova” poesia che è «espressione di una totalità e pienezza dell’essere, della presenza fisica nel mondo»[5], e nello stesso momento può essere apprezzato non tanto un processo di «azzeramento della memoria culturale e della consapevolezza della tradizione italiana»[6], ma un lavoro di contestazione e dislocazione dei modelli di riferimento per il quale diviene «davvero possibile portare al centro ciò che l’ufficialità ha relegato ai margini»[7]. Quali potrebbero essere, volendo seguire questo suggerimento, le figure che riescono ad allargare il campo di influenze fino ad allora rubricabile principalmente all’interno della tradizione letteraria italiana? E quanto influisce questo processo nella definizione di una rinnovata poetic diction?

MB: Nello splendore della confusione di Stefano Giovannuzzi centra un aspetto della letteratura degli anni Settanta che caratterizza il contesto italiano e aiuta a riflettere su una tendenza che posso chiamare ‘di lunga durata’, la quale collega la letteratura ad altri campi. Episodi come il lavoro di Raboni con Guanda, l’attività di «Niebo» o l’antologia La parola innamorata, ma anche molte delle numerose riviste che nascono negli anni Settanta e hanno una vita breve ma particolarmente intensa, manifestano una tendenza espressivistica in cui la soggettività è messa in primo piano e portano a forme di lirismo. Questa lettura rimanda a una parabola che va dalla filosofia romantica e dalla lirica moderna ai nostri giorni. A volte, capita ancora di sentire la parola “lirica” usata come fosse un genere letterario. Nelle antologie del passato spesso si parla di liriche per indicare i singoli testi, dando per scontata l’identità tra poesia e lirica. Non è ovviamente sempre così. Anche la lirica si è trasformata, si è rifunzionalizzata. Indubbiamente l’espressivismo è una condizione importante dell’arte (e non solo) del Novecento, ma esistono altri punti di vista che ci aiutano a capire come i generi interagiscano con il loro reale contesto storico. Negli anni Settanta, in Italia, si sviluppa una certa poetic diction, anche se sarebbe meglio chiamarla senso del poetico (termine di cui si parla, ad esempio, negli atti del convegno del 1978 Il movimento della poesia negli anni Settanta a cura di Tommaso Kemeny e Cesare Viviani). Il poetico, più che rispondere a un’esigenza strettamente lirica, indica la ricerca di un nuovo significato dell’immaginario letterario rispetto al materialismo ideologico (e qui potremmo menzionare Sanguineti come Pasolini e Fortini) e allo sperimentalismo (soprattutto i seguaci della Neoavanguardia). Un sentire esistenzialista, un discorso tragico, una ricerca dell’assoluto, una scrittura verticale erano, sì, un modo per dare spazio all’interiorità soggettiva di contro a un’oggettivizzazione politica, ma indicavano anche una frattura – paradossalmente più rivoluzionaria, nella postura esistenziale, di molte esperienze di quegli anni – verso un sistema ideologico che dal Sessantotto avrebbe portato alla crisi del Settantasette. Ho provato a riflettere sull’idea di poetico in un intervento uscito in Passeurs. La letteratura italiana del secondo Novecento fuori d’Italia: ricezione e immaginario (1945-1989) per Peter Lang. Tornando alla domanda precedente: una metodologia che parte dalle poetiche aiuta a far osservare meglio anche le relazioni della letteratura con l’immaginario.

3) Un’altra soglia simbolica che struttura Poetiche e individui è da situarsi intorno agli anni Novanta. Se da una parte, rispetto all’“eversione” espressivista che aveva caratterizzato una parte degli anni Settanta, questa nuova poesia «torna ad essere centrata su contenuti che cercano il problema dello stile»[8], dall’altra  si apprezza il ritorno, sotto altri punti di vista, di un problema di ordinamento e collocazione determinato dall’emergere irregolare di voci «come se la catena che aveva connesso generazioni di autori, in accordo o in dissonanza tra loro, fosse andata recisa»[9]. Oltre al criterio generazionale, oltre all’individuazione di caratteristiche condivise in esperienze sostanzialmente difformi, quali altri strumenti storiografico-critici possono essere utilizzati per scoprire delle convergenze e quindi per mappare questa fase della storia poetica italiana, anche in riferimento agli sviluppi intercorsi nel primo ventennio del Ventunesimo secolo?

MB: La fine del Novecento si caratterizza per una dissoluzione delle poetiche collettive, a parte esperienze sporadiche. Non si potrà più parlare di Ermetismo, ad esempio, ed era ancora comune farlo negli anni Settanta, così come di Neoavanguardia, ma nemmeno azzardare tentativi antologici che usino davvero l’idea di una poetica di gruppo, condivisa. Non credo che sia giusto affermare che ci troviamo di fronte a un emergere irregolare di voci: l’autonomia non comporta necessariamente il frammentismo, la dispersione, la pretesa di individualismo. Questi autori sono in un dialogo fluido fra loro, per una risonanza delle reciproche differenze nel modo in cui propongono una scrittura dove la lirica viene rifunzionalizzata e il rapporto tra contenuto e stile è rivolto a un approccio conoscitivo rispetto all’esperienza (si potrebbe dire saggistico – e spesso etico). Questi autori non sono legati da teorie a priori che preordinano o cercano un comfort ricettivo per il loro lavoro. Qualche anno dopo si parlerà di un binomio: poesia lirica/poesia di ricerca. Sono definizioni che portano a categorie teoriche con un uso forse più pragmatico in confronto alla complessità dialettica a cui tra fine Novecento e inizi Duemila si era arrivati. Bisognerà riflettere ancora su di esse. Forse le voci Millennial/Generazione Z potranno darci una lettura più lucida della nostra.

4) La necessità di continuare a riflettere sulla presenza di Eugenio Montale nell’ambito della poesia novecentesca ha prodotto, nel tempo, volumi di ottima fattura, dalle intenzioni molteplici. Si può lavorare per tentare di ricollocarne la figura nella storia poetica del Novecento, e per rivedere, a partire dalla sua opera, influenze ancora evidenti, oppure possibili persistenze scomparse che è ancora necessario rintracciare[10]. Si possono sfruttare queste influenze, da indovinare nella memoria poetica di autori di generazioni diverse, per ricostruire fasi della storia delle forme poetiche italiane[11]. Si può addirittura sfruttare la persistenza e la forza del paradigma montaliano per ipotizzare dei cambi di rotta interni al suo percorso autoriale che possono poi proiettare verso modificazioni di più ampio raggio riguardanti l’evoluzione della lirica novecentesca[12]. Mi pare che anche il tuo volume del 2013, Satura. Da Montale alla lirica contemporanea, possa collocarsi all’interno delle tendenze appena descritte, se il suo obbiettivo è anche quello di osservare il potenziale catalizzatore dell’opera che inaugura la tarda maturità montaliana, capace da una parte di riflettere «la compagine dello stile della poesia italiana negli anni Sessanta»[13], e dall’altra di dimostrare, «come attraverso una lente diacritica, il modo in cui la poesia abbia dismesso la priorità di sistemi e tendenze poetiche a favore di una resa più diretta dell’esperienza»[14]. Quanto è ancora possibile scommettere sul montalismo e sulla sua qualità di fenomeno utile alla comprensione di tendenze letterarie non più solo novecentesche?

MB: Quando ci troviamo di fronte a Eugenio Montale abbiamo a che fare con un classico. Montale ha saputo attraversare il Novecento – dal periodo che con una formula internazionale viene chiamato Modernismo alle soglie del Postmodernismo – e l’ha fatto sempre come una lente diacritica. Prima egli ha messo a fuoco con intelligenza la funzione del grande stile e della lirica italiana dopo Pascoli e D’Annunzio; poi ha introiettato criticamente l’evoluzione dei linguaggi rispetto a una resa più diretta dell’esperienza in parallelo alla trasformazione delle società italiana dopo il boom economico (il suo articolo sulla poesia inclusiva del 1964, ad esempio, lo testimonia). Inoltre, Satura che esce nel 1971 adotta un punto di vista ironico e prensile rispetto a diverse scritture coeve, che la rendono anche una cartina tornasole di varie tendenze della poesia di quegli anni. Credo, tuttavia, che se di montalismo si possa parlare (ma preferirei evitare gli –ismi), o meglio se si possa scommettere ancora su questo modello, come ha già bene indicato Guido Mazzoni analizzando le declinazioni della lirica novecentesca, ciò può avvenire per un aspetto decisivo della poetica di Montale che può essere considerato ‘a parte’ rispetto alla postura (lirico-tragica da Ossi di seppia alla Bufera, soprattutto ironica da Satura in poi…) e allo stile. Si tratta della capacità di pensare la poesia come atto dove il suono e il senso si compenetrano per un’ipotesi di conoscenza. Il rapporto tra suono e senso porta una dedizione, un esercizio alla coscienza e alla maturità, rispetto a diversi elementi e anche a un loro inevitabile legame: il modo in cui si pone la soggettività verso quanto si vuol scrivere, gli aspetti dell’esperienza che determinano una condizione storico-antropologica, il confronto con una tradizione e quindi un dialogo con altre voci letterarie, un uso consapevole della forma. Il rapporto tra suono e senso salva la poesia dalla vuota retorica, dalla sterilità, nutre la sua autenticità e la fa rinnovare come un sismografo nel tempo.


Profili bio-bibliografici.

Sul ponte diVersi è un gruppo di lettura di poesia e critica letteraria, nato a Torino dall’impegno di Riccardo Deiana, Federico Masci, Jacopo Mecca e Francesco Perardi. Organizza da marzo 20218 incontri con i poeti italiani contemporanei nel contesto della libreria indipendente Il Ponte sulla Dora. Collabora con «L’Indice del libri del mese», «Avamposto» e più recentemente con «La Balena Bianca».

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Maria Borio è dottore di ricerca in Letteratura italiana. Ha scritto su Vittorio Sereni, Eugenio Montale e diversi poeti contemporanei. Ha pubblicato Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018). Cura la sezione poesia di «Nuovi Argomenti». Ha scritto i libri di poesia L’altro limite (Pordenonelegge-LietoColle, 2017), Trasparenza (Interlinea, 2019) e Dal deserto rosso (Stampa, 2021).


[1] Maria Borio, Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000, Venezia, Marsilio, 2018, p. 11.

[2] Ivi, p. 12.

[3] Ivi, p. 124.

[4] Ibidem.

[5] Stefano Giovannuzzi, Nello splendore della confusione. Anni Settanta: la letteratura fra storia e società, Pesaro, Metauro, 2021, p. 111.

[6] Ivi, p. 125.

[7] Ivi, p. 126.

[8] Maria Borio, Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000, cit., p. 237.

[9] Ivi, p. 239.

[10] Cfr., Montale e il canone del Novecento, a cura di Maria Antonietta Grignani e Romano Luperini, Roma-Bari, Laterza, 1998.

[11] Cfr., Gianluigi Simonetti, Dopo Montale. Le «occasioni» e la poesia italiana del Novecento, Lucca, Pacini-Fazzi, 2002.

[12] Cfr., Guido Mazzoni, Forma e solitudine, Milano, Marcos y Marcos, 2002.

[13] Maria Borio, Satura. Da Montale alla lirica contemporanea, Pisa-Roma, Fabrizio Serra Editore, 2013, p. 10.

[14] Ibidem.