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Home Interviste

«La scrittura può rendere tollerabile l’esistenza». Un’intervista a Geoff Dyer

Stella PolidiStella Poli
25 Settembre 2023
in Interviste, Letterature
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«La scrittura può rendere tollerabile l’esistenza». Un’intervista a Geoff Dyer

Geoff Dyer, uno dei trecento più influenti intellettuali contemporanei, secondo il Guardian, è stato recentemente ospite di 2084 – le cose da salvare: la Balena lo ha arpionato che già si stava allontanando, qui alcune domande e almeno una critica all’accademia.


In Sabbie bianche, ma anche in Per pura rabbia, l’esperienza del viaggio sembra essere indissolubilmente legata alla delusione, all’impossibilità di godersi il momento, anche per il  crollo, o un brusco ridimensionamento, delle proprie aspettative. A volte sembra quasi suggerire che lo scopo di alcuni “pellegrinaggi” letterari, ad esempio alla ricerca delle dimore temporanee degli scrittori, nasca quasi dall’idea che lì, in definitiva, non ci sia nulla da cercare o da vedere. Le piace sfidare la (sua) delusione?

Ah! Che domanda tempestiva. In questo momento mi trovo a Trieste e ho appena deciso di non andare al Castello di Duino. Ora, in termini letterari, pochi posti “gridano” – per citare le prime righe della prima Elegia – per ottenere una visita, ma poi, guardando il sito web, sembra tutto così terribile che non ha senso, forse, andarci.

In Sabbie bianche scrive che «la distanza tra i Paesi compensa in qualche modo l’eccessiva prossimità dei tempi». Mentre nell’Infinito istante afferma che «nella fotografia non esiste il tempo. La fotografia, se vogliamo, è la negazione della cronologia». Le capita spesso di leggere la realtà scindendola in rapporti di grandezze fisiche, variabili spazio/temporali?

Mi piacciono molto i luoghi in cui geografico e storico – spaziale e temporale – si fondono. Al punto da diventare inestricabili l’uno dall’altro. La Somme, in Francia, potrebbe essere l’esempio più stringente: un luogo che segna anche il giorno più buio – il 1° luglio 1916 – nella storia militare britannica.

Uno dei suoi fotografi preferiti è Ghirri, capace di essere visionario mentre esplora luoghi che sembrano assolutamente “ordinari”. La capacità di far reagire, quasi sbalzare, l’ordinario, il quotidiano è parte anche della sua poetica?

Sì, assolutamente, quelle di Ghirri sono probabilmente, per me, fra le fotografie più importanti degli ultimi anni. Ciò che amo è il modo in cui, in un’immagine semplice, il fisico sia carico di metafisico. Le sue immagini sono al contempo ordinarie e intrise di meraviglia e mistero. Forse sì, qualcosa di simile accade anche nei miei testi, ma io, in realtà, non ho una poetica.

Una frase che mi ha davvero colpito, nell’Infinito istante è: «Dorothea Lange è sempre stata desiderosa di scoprire e rappresentare la dignità umana. […] Il pericolo di un simile approccio è che le persone possano essere ridotte alla loro dignità», anche se non sono sicura di aver davvero capito. Potrebbe spiegarmi?

Sì, la dignità è ciò che resta, secondo un certo calcolo estetico, quando tutto il resto viene tolto. Ma in realtà spesso c’è ben poca dignità nella posizione in cui si trovano le persone. Penso che sia simile a qualcosa che diceva uno scrittore palestinese sugli appelli all’“umanità”; lui pensava che gran parte dell’essere umano venga divorato ogni giorno da una rabbia cieca, indicibile, per ciò a cui è sottoposto, ed è stato sottoposto, ad esempio, il popolo palestinese. Ora, a noi piace restringere l’idea di “umanità” alla compassione, alla cura, al senso di giustizia e così via, ma io preferisco la sua idea onnicomprensiva di cosa significhi essere pienamente umani: magari bruciare di rabbia per il modo in cui queste nozioni possano essere strumentalizzate in manovre ideologiche più ampie.

In un’intervista ha dichiarato di aver sempre creduto che «un artista sia qualcuno che volge a proprio vantaggio tutto ciò che gli accade», scrivendone. E se la letteratura riuscisse invece a prendere il sopravvento, parassitando l’esistenza?

Be’, la scrittura può riscattare e rendere tollerabile l’esistenza. Quello che ipotizza è un caso estremo. Nel mio, migliora solo la qualità della mia vita.

Possedere una lettera di Lawrence, dice, è una sorta di memento vivere, che riempie la casa di calore. Alcune figure chiave per lei, come Lawrence, appunto, o Berger, rappresentano, o possono rappresentare, strumenti per una sorta di attaccamento alla vita aumentato? Quanto le nostre ossessioni scaldano la nostra esistenza?

Assolutamente, sì. Mi piacciono le piccole cose che migliorano la vita quotidiana, quasi a compensare i numerosi assalti e spoliazioni che devo subire, come essere costantemente esposto a musica idiota nei bar e nei negozi. (Anche se preferirei la parola “interesse” a “ossessione”).

In Per pura rabbia riflette sull’assurdità di pensare che lo studio della letteratura coincida con la lettura di saggi accademici, affermando che la critica accademica riduce in cenere tutto ciò che tocca. È per questo che scrive saggi così eterodossi?

Be’, ho scritto quel libro molto tempo fa. Da allora il mio atteggiamento nei confronti della scrittura accademica è cambiato: ora la trovo assolutamente intollerabile, una completa perdita di tempo per tutti.  Scrivo così perché sono una persona, non una macchina sforna-paper. Il modo in cui scrivo è un prodotto della mia coscienza, del mio essere vivo e reattivo a certe stimoli, un po’ nello stile dei saggi di Virginia Woolf nel Lettore comune e altrove.

Un mio caro amico, super fan di Federer, dopo aver letto Gli ultimi giorni di Roger Federer e altri finali illustri, voleva farle questa domanda: in uno dei  capitoli dedicati a Roger Federer, lei ha scritto che il ventesimo Slam Roger l’ha vinto a Wimbledon nel 2018. In realtà il ventesimo Slam è stato vinto prima, in Australia, il 29 gennaio 2018. Mi è sembrato un errore quasi inspiegabile: quell’anno Roger Federer ha perso a Wimbledon nei quarti di finale contro Kevin Anderson (avendo match point a favore come nella sciagurata finale dell’anno successivo, la partita che non potrà mai essere dimenticata). O meglio, mi è sembrato inspiegabile finché non sono arrivato al poscritto, in cui lei scrive che nel 2021 (ai tempi dell’exploit di Emma Raducanu agli US open) si è accorto di una cosa: che aveva cominciato a dimenticarsi di Roger. Dimenticarsi di Roger è sano, fisiologico, una sorta di raffinato meccanismo di difesa, ma per certi versi anche estremamente triste, indipendentemente dal fatto che questo provochi falsi ricordi. Non trova?

Mi dispiace scoprire di aver fatto questo errore! Ma in realtà quel momento di dimenticare Roger è stato molto specifico, generato dalla breve storia d’amore mia (e di tutti gli altri) con Emma Raducanu. Non sono più così interessato al tennis ora che Roger se n’è andato. Nemmeno lo scatenatissimo Alcaraz può colmare quel vuoto.

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Tags: 2084BellevillefotografiaGeoff DyerIl SaggiatoreintervistaLuigi GhirriRoger Federer
Stella Poli

Stella Poli

Stella Poli è una precaria universitaria. Scrive e prova a essere militante in tanti frangenti della sua esistenza. A volte, perciò, la si trova raggomitolata da qualche parte, ché è un mondo difficile. Per la balena bianca dirige la sezione Mappe e collabora a tutte le altre.

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