L’attesissimo terzo romanzo di Ben Lerner, Topeka School(Sellerio 2020), è uscito in Italia nella traduzione di Martina Testa a marzo, pochi giorni dopo l’inizio del lockdown. Un primo indizio del fatto che l’enfant prodige della letteratura americana sia diventato adulto anche da noi è che per la prima volta si sia scelto di non rendere il titolo originale di un suo romanzo con una parafrasi didascalica. Dopo Leaving the Atocha Station, tradotto con Un uomo di passaggio (Neri Pozza 2012), e 10:04 trasformato – con molto spargimento di sangue – in Nel mondo a venire (Sellerio 2015), gli amanti di Lerner hanno potuto davvero tirare un sospiro di sollievo: il titolo originale del libro, uscito negli Stati Uniti nel 2019, è The Topeka School.

Nonostante Lerner, classe ’79, figuri ancora all’anagrafe letteraria con pieno diritto come autore giovane, l’impressione è che, dopo due prove narrative di straordinaria freschezza e intelligenza, le aspettative su di lui crescano di libro in libro. Questo è un meccanismo che può viziare un giudizio equilibrato su Topeka School, perché la possibile disillusione rispetto a un libro è proporzionale alle speranze iniziali. Un adagio abbastanza comune vuole i libri di Lerner provenienti direttamente dal futuro: al di là della suggestione, è abbastanza chiaro – lo scrivo da lettore non-specializzato negli affari d’oltreoceano – che il suo percorso costituisca uno degli esempi più convincenti di attraversamento dell’eredità del postmodernismo di fine secolo, espressione che almeno in relazione all’ambiente statunitense conserva una sua significatività.

1. Ben Lerner uno e trino  

Topeka School è un’anamnesi familiare a più voci, imperniata intorno alla figura di un adolescente e alla sua transizione verso l’età adulta: la maturazione del giovane Adam Gordon è ciò che tiene insieme questo romanzo polifonico che, volendo raccontare una famiglia, riesce a parlare con efficacia di molte altre cose. La struttura di Topeka School presenta alcune novità interessanti in relazione all’iter narrativo di Lerner: a differenza dei romanzi precedenti, che privilegiavano l’utilizzo di un narratore unico in prima persona, la morfologia complessiva dell’opera riforma questo impianto, alternando i resoconti di Adam, alter-ego autofinzionale di Lerner che porta lo stesso nome del protagonista di Leaving the Atocha Station, a quelli di Jane (la madre) e Jonathan (il padre). Il coro dei tre narratori restituisce più che un’immagine, un reticolato di relazioni che dal nucleo familiare si allarga nello spazio, coinvolgendo nella propria orbita altri personaggi, e si distende nel tempo, retrocedendo fino a toccare i ricordi infantili dei due genitori, entrambi psicoterapeuti, e proiettandosi in avanti nella piena età adulta di Adam. Una presenza inquietante serpeggia in corsivo negli interstizi che separano i capitoli del libro, smascherando l’ipocrisia di una città, di una nazione, di una civiltà: è lo spettro di Darren, il cui mistero preferisco consegnare intatto al lettore. Un altro aspetto per il quale Topeka School segna uno stacco è l’assenza di inserzioni iconiche e dunque dell’interazione testo-immagine, caratteristica rilevante anche se non preponderante dei libri precedenti.

L’adozione di questa struttura, nella quale più narratori si raccontano integrandosi a vicenda, credo possa  essere giudicata in base a due considerazioni, non per forza in contrasto tra loro: da una parte la moltiplicazione dei punti di vista rischia di rendere più farraginoso lo scorrimento di una scrittura di per sé già molto densa e per statuto multi-prospettica; dall’altra è lodevole e necessario il tentativo dell’autore di estrinsecarsi e di interrompere il monopolio egotista dei primi due libri, adottando una forma di evoluzione coerente con la sua idea di fiction. Intervistato su «The Believer» da Tao Lin nel 2014, Lerner dichiarava:

Fiction doesn’t appeal to me because it can describe physical appearances exhaustively or because it can offer access to the inner depths of an array of human characters—neither that kind of “realism” of bodily surfaces nor of individual psychologies seems particularly realistic to me. In art and life we’re always reading bodies and behaviors (and skies and skylines or whatever), constructing brief and shifting coherences, and I guess I want to capture that process of characterization and re-characterization instead of offering up a few stable, easily-summarized individuals.

Tornare al sé dopo aver tracciato le linee (rette, curve, spezzate, miste…) che lo collegano prima alla famiglia e poi a tutto il resto è un’opzione che porta l’operazione lerneriana a un nuovo grado di complessità.

2. Due Americhe, un’America  

Adam Gordon è un adolescente-prodigio di Topeka, astro nascente delle competizioni di oratoria organizzate nelle high school su tutto il territorio nazionale; nel 1996 Adam è al suo ultimo anno di scuole superiori – appunto nella Topeka High School – pronto a compiere l’unica scelta possibile (e prevista) per un brillante ragazzo del Kansas di buona famiglia progressista: studiare in un’università della Costa Orientale, meglio se in una della Ivy League. Lerner è a sua volta campione nazionale nella resa ironica dei cliché dell’America bianca: Adam vive lo stress del barcamenarsi tra il cercare di soddisfare le alte aspettative dei suoi genitori, malcelate sotto uno strato di pedagogia tanto più opprimente quanto più calcolatamente elastica, e la convivenza con coetanei privilegiati quanto lui, ma tendenzialmente meno sensibili e intelligenti. Nel complesso emerge un quadro macchiettistico della ricca gioventù bianca del Kansas, che ascolta All Eyez on me di Tupac Shakur per poi sfidarsi in ridicole battaglie di freestylenegli scantinati di grandi case che trasudano benessere: come dire, il tutto è poco credibile e somiglia di più alla parodia del wannabe bianco consegnataci dal videoclip del singolo degli Offspring  Pretty Fly (for a White Guy), del 1998.

Il conflitto tra il progressismo dell’East Coast e in particolare di New York, città alla quale la famiglia di Adam appartiene elettivamente, e l’arretratezza ideologica del Kansas, terra di appartenenza fisica, si fa evidente quando si considera la vicenda professionale e intellettuale di Jane – il narratore-personaggio decisamente più riuscito del duo parentale –, psicanalista affermata e figura autorevole nel contesto del dibattito femminista. A livello locale, Jane deve fronteggiare minacce telefoniche e verbali pressoché giornalmente da parte di uomini (anzi degli “Uomini”) che la accusano di aver rovinato la loro vita matrimoniale con i suoi libri. Per capirci, la tipologia di interlocutori con cui Jane e Jonathan hanno a che fare di continuo sono i seguaci del reverendo Fred Phelps, una figura la cui raffinatezza teologica è ben sintetizzata nello slogan che lo ha reso famoso in tutto il mondo: God Hates Fags (Dio odia i froci). Per inciso, mi sembra che il punto di vista che Lerner utilizza per raccontare le questioni del femminismo e della toxic masculinity della società americana sia uno dei motivi per leggere questo libro.

Ora, ironizzare su estremisti religiosi, figli di papà e redneck di vario tipo non è poi un compito così difficile, infatti Lerner non si limita a questo. A tal proposito, il fatto che due narratori su tre siano degli psicanalisti (e l’altro praticamente un retore professionista), comporta un duplice effetto: il primo, legato ai processi di autoindagine dei due genitori, è il mostrare la difficoltà nel mantenere lucidità scientifica quando il paziente e l’analista coincidono oppure quando si rende necessario considerare con obiettività professionale il proprio comportamento, quello di un figlio o della persona amata. Per fare un esempio di come talvolta emerga la vulnerabilità di questi narratori iperconsapevoli, è interessante osservare come Jane rievochi in una delle sue confessioni narrative un episodio risalente all’infanzia di Adam che fece vacillare tutte le sue convinzioni più radicate: a seguito di una commozione cerebrale riportata da Adam stesso a otto anni, Jane si scopre a invocare l’aiuto di un’entità superiore e a promettere che non avrebbe mai più scritto un libro a patto che il figlio uscisse senza gravi conseguenze da quell’incidente. Per un momento, la madre e la moglie dentro di lei estromettono l’intellettuale in carriera.

Il secondo effetto ha a che fare con la gestione dell’ironia: quando Jane o Jonathan sono portati nei loro resoconti a scoprire un pezzo di carne viva, ecco che la retorica della psicanalisi interviene a reinquadrare questa pericolosa sincerità all’interno di uno schema rassicurante, rendendo gestibili, almeno linguisticamente, conflitti e traumi che di fatto non lo sono. Dice Jonathan: «Io queste dinamiche le vedevo, pensavo che vederle in qualche modo mi proteggesse, […] pensavamo che possedendo un linguaggio per descrivere i nostri sentimenti avremmo potuto trascenderli» (p. 232). Sono dunque le evidenti contraddizioni degli happy few a costituire il bersaglio più sugoso dell’umorismo di Lerner: Adam stesso oscilla tra gangsta rap e dibattitto estemporaneo, tra la frequentazione dei reading di John Ashbery e l’impossibilità di recitare correttamente un’elementare filastrocca. 

Se si incrociano le coordinate spaziali del romanzo con quelle temporali, la scelta del Kansas del 1996 come ambientazione principale del romanzo è interessante sia per la precisa corrispondenza con la biografia dell’autore, ma anche perché il 1996 viene presentato come un anno di apparente declino per il partito repubblicano: Bob Dole, senatore repubblicano proprio nello stato del Kansas, sarebbe stato sonoramente sconfitto da Bill Clinton proprio in quell’anno nella corsa alla presidenza. Questo brano fotografa lo stato di cose a quell’altezza, o meglio, l’aspettativa sul prossimo stato di cose:

I seguaci di Phelps erano odiati da tutti, c’era stato un matrimonio lesbico in Friends, in Beverly Hills 90210 Susan aveva parlato del suo aborto, sia pure con sentimenti contrastanti: magari il socialismo di stato aveva abbassato lo sguardo, ma i «conservatori» americani non erano altrettanto spacciati? I baby boomer erano più progressisti dei loro genitori e la generazione di Adam, per quanto schizofrenica, si diceva che fosse più progressista ancora. Adam aveva sentito affermare da più parti che tutti quei «ragazzini bianchi che vogliono essere neri» erano la dimostrazione che le vecchie linee di faglia del conflitto razziale stavano scomparendo. Di lì a poco Eminem sarebbe stato il rapper con più dischi venduti di tutti i tempi («In un solo passaggio di 15 secondi, Slim Shady sputa ben 97 parole, ossia 6, 46 parole al secondo»). (pp. 193-194)

Grazie a una lunga ellissi temporale, l’ultimo capitolo del libro si svolge in piena amministrazione Trump e racconta di una manifestazione di protesta davanti alla sede dell’ICE (Immigration and Customs Enforcements), l’agenzia federale che si occupa della sorveglianza delle frontiere e della gestione dei migranti: il senno di poi contribuisce a rendere più amara, almeno per chi scrive, questa previsione di fine millennio che preconizzava un futuro più progressista per gli Stati Uniti. Quelle che a prima vista sembrano essere due Americhe, sia geograficamente (Topeka e New York) che cronologicamente (1996 e 2019), alla fine risultano essere una sola, piena di contraddizioni.

3. Synechdoche, Topeka

Una delle qualità più evidenti del Lerner narratore, sempre in dialogo attivo con il Lerner poeta, è la capacità di selezionare e raccontare situazioni dalla gittata simbolica molto ampia, che rimangono impresse nel lettore anche ad anni di distanza. In certi casi si tratta di universalizzazioni abbastanza scoperte, sorprendenti ma dopo tutto non così interessanti, in cui la condizione dell’individuo si pluralizza in modo fulmineo. Qualcosa del genere accade nell’episodio iniziale del romanzo, che vede Adam infiltrarsi per sbaglio in una casa diversa da quella in cui pensava di essere entrato: «Insieme al puro terrore di essere finito nella casa sbagliata, insieme al riconoscimento delle differenze, ebbe la sensazione di trovarsi, uguali com’erano, in tutte le case attorno al lago nello stesso tempo: il sublime ripetersi di uno schema sempre identico» (p. 19). La versione più raffinata di questo procedimento è rappresentata da quelle che definirei, invece, delle ‘sineddochi narrative’, nelle quali Lerner lavora creando densità semantica in situazioni circoscritte, che si caricano di riferimenti ulteriori più o meno allusi in cifra, vere e proprie mise en abymes che riverberano oltre il particolare.

Un esempio in questo senso si ritrova nelle numerose pagine – tra le più intelligenti e divertenti del libro – in cui Lerner descrive nel dettaglio funzionamento, cerimoniali e strategie delle gare di oratoria a livello studentesco alle quali Adam è chiamato a competere come specialista di ‘dibattito estemporaneo’. Questo tema è particolarmente ricco in quanto permette all’autore di lavorare almeno su tre livelli di riferimento: il primo ha a che fare con la crescita di Adam e la sua transizione da studente liceale a futuro universitario, legata simbolicamente all’esito di un importante torneo di oratoria; il secondo utilizza questa disciplina come esemplificazione della metariflessione sul linguaggio condotta nel libro: «A un antropologo o a un fantasma che passeggiasse per i corridoi della Russell High School, il dibattitto praticato nei tornei interscolastici apparirebbe non tanto come una forma di competizione oratoria quanto come un rituale glossolalico» (p. 35). Il terzo livello estende alla vita politica statunitense (e occidentale) le considerazioni a proposito delle dinamiche proprie del campo della retorica a livello giovanile: a questo livello troviamo la sineddoche cui alludevo, la parte per il tutto.

Il primo capitolo del romanzo si intitola Asfaltare: l’allusione è a una «pratica controversa» in voga in queste competizioni, l’asfaltatura, che consiste nel tentativo da parte di un oratore di enumerare argomenti a una velocità tale per cui l’avversario non possa confutarli tutti nel tempo assegnatogli nel confronto. Questa tattica sfrutta un vizio di forma nella valutazione di queste competizioni, per il quale ogni argomentazione lasciata cadere è vincente a prescindere dalla sua bontà. Dopo aver descritto questo espediente eticamente dubbio, Adam nota come l’asfaltatura sia tipica dell’advertising radiofonico, delle pubblicità dei medicinali e delle clausole microscopiche nascoste nei contratti. La glossolalia, intesa come flusso verbale incontrollato, come flow discorsivo sganciato da ogni riferimento al reale, è il gorgo verso il quale converge esplicitamente la riflessione sul linguaggio condotta nel romanzo, esemplificata in diversi campi quali la poesia, il rap, la psicanalisi e appunto l’oratoria. La glossolalia indica il punto in cui il massimo del logocentrismo intellettuale si rovescia nel suo contrario, ossia in uno stato di regressione rapsodica e infantilistica disancorato da qualsiasi significato. Dai primi due livelli di riferimento, quello individuale e quello di riflessione linguistica, si arriva subito al terzo, il riferimento più ampio e generale, di carattere sarcastico:

Già prima che la vita di una notizia si accorciasse a ventiquattr’ore, prima dei tweetstorm, del trading finanziario basato sugli algoritmi, dei fogli Excel e degli attacchi degli hacker per mandare in sovraccarico i server, gli americani venivano «asfaltati» nella loro vita quotidiana; nel frattempo, i loro politici continuavano a parlare molto, molto lentamente di valori del tutto scollegati dalle misure che adottavano (p. 37).

Il microcosmo delle gare di oratoria è una miniaturizzazione, una sineddoche appunto, della retorica politica americana e di una società caratterizzata da un agonismo esasperato, in cui ciò che conta è primeggiare a qualunque costo e a scapito di qualsiasi buon senso.  Oltre a ciò, queste pagine esprimono un forte senso di impotenza, che è quello di qualsivoglia tentativo di discorso intellettuale antisistema e antimaggioritario, previsto e integrato all’interno del sistema stesso. In fondo, il libro racconta molto bene miserie e piccinerie di una sinistra intellettuale che predica bene e razzola, se non male, nella maniera consentita dalle circostanze. È Jane a restituire con ironia la paradossalità di questa condizione mentre assiste a una performance di Adam, il quale è impegnatissimo ad argomentare a favore della necessità dell’adozione del reddito di cittadinanza negli Stati Uniti all’interno dell’area-eventi del Mall of America di Bloomington, Minnesota: «Era ridicolo e lo trovavo adorabile, il mio uomo-bambino che citava Rosa Luxemburg davanti a una platea di futuri avvocati d’affari e dei loro lobbisti all’ombra del più grande centro commerciale del mondo» (p. 282). Una curiosità: il Mall of America di Bloomington, a poche miglia da Minneapolis, fu occupato nel dicembre 2015 dai manifestanti del movimento Black Lives Matter in seguito a un tentativo di cancellare una manifestazione da parte della dirigenza del centro. La protesta era stata organizzata dopo la morte di Jamar Clark per mano della ormai famigerata polizia di Minneapolis, tristemente tornata d’attualità in seguito all’uccisione di George Floyd. Lo spettacolo compiaciuto dell’élite culturale va letteralmente in scena nel tempio del consumismo capitalista, oggi anche simbolo della disuguaglianza razziale e sociale.

Un’altra miniaturizzazione di questo genere, che suggella la ricca riflessione narrativa condotta sul femminismo, sulla mascolinità e più in generale sulla difficoltà di intervenire praticamente nella società in maniera coerente rispetto alle proprie convinzioni, si trova nella magnifica scena dello scivolo, contenuta nell’ultimo capitolo del libro, nel quale ritroviamo Adam adulto, marito e genitore, fatto che sollecita una considerazione conclusiva.

4. Un’adolescenza senza fine?

Un punto che ha senso affrontare in conclusione, prendendomi il rischio di essere smentito, è il seguente: a lettura conclusa, Topeka School quale tappa rappresenta nel percorso narrativo di Lerner? Uno degli slogan ricorrenti di questo romanzo, «l’America è un’adolescenza senza fine» segnala la crucialità del punto nella riflessione dello scrittore, così bravo nei suoi libri a descrivere le dinamiche appercettive dei suoi avatar autofinzionali. Più che il romanzo della maturità, Topeka School mi sembra il romanzo della transizione verso la maturità: da una parte completa l’archiviazione del divertente e raffinato ‘casinismo’ postmoderno di Leaving the Atocha Station, che già alludeva da lontano (dalla Spagna) e in modo molto adolescenziale alle figure genitoriali che prendono parola nel nuovo libro, dall’altra è un romanzo più ambizioso a livello strutturale di 10:04. Il nostos, il confronto con le origini, era un passaggio sentito come obbligato dall’autore per poter proseguire il suo viaggio con nuove consapevolezze e la comparsa di Adam padre e marito nell’ultimo capitolo lascia presagire un ulteriore giro di vite per il futuro: l’adolescenza letteraria di Lerner può dirsi conclusa.

A posteriori, credo che la qualità maggiore del libro sia quella di riuscire a tenere sulla bilancia in modo convincente una serie di piani di lettura trattati in modo che nessuno di questi possa prevalere definitivamente sugli altri: Topeka School è un romanzo sulla famiglia e sull’individuo, sull’adolescenza e sulla maturità, sull’America e sul mondo occidentale, sul linguaggio e sulla poesia, sulla memoria e sull’oblio. Non mi sembra che dal romanzo emerga una gerarchia definitiva di questi valori. Tuttavia, i pregi di Topeka School possono anche essere i suoi difetti, a seconda di come li si voglia valutare: se la struttura polifonica del libro risponde a un’esigenza di allargare le possibilità narrative oltre i limiti dell’ego, il prezzo da pagare è una sensazione di perdita di immediatezza e freschezza rispetto ai romanzi precedenti. La forma evolutiva raggiunta da Lerner in Topeka School è frutto di un lavoro non scontato, seppur necessario, di raffinamento strutturale e tematico, come se l’autore avesse cercato di raccontare un cambiamento senza per questo interrompere la riflessione portata avanti nei primi due libri. Sapendo di non essere più l’autore di dieci anni fa, Lerner si è decisamente messo in gioco. Quanto è bello per un lettore osservare un autore che si industria in ogni modo per far sì che i suoi libri crescano insieme a lui, un’ambizione che non tutti gli scrittori sono in grado di perseguire con efficacia. Per farlo, serve talento, onestà e intelligenza: Lerner ne ha da vendere.


Ben Lerner, Topeka School, trad. it. di Martina Testa, Palermo, Sellerio, 2020, 375 pp., € 16.