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Home Poesia

Valentino Zeichen, un anno fa

Roberto BatistidiRoberto Batisti
5 Luglio 2017
in Poesia
0
Valentino Zeichen, un anno fa

 

A un anno dalla scomparsa di Valentino Zeichen, escono per Fazi Le poesie più belle del poeta-dandy d’origini fiumane ma indissolubilmente legato a Roma. Il volume campiona l’intero arco della sua produzione, dall’esordio di Area di rigore (1974) a Casa di rieducazione (2011), con una certa preferenza per le sillogi più recenti, il tutto incorniciato da alcuni inediti. Il rigore di Zeichen era quello di un lucido/ludico epigrammista seriale, costruttore di piccoli congegni barocchi innescati da una mirabile erudizione che, come tutti i dandy, sapeva rendere gustosa e non oppressiva. Ma in generale Zeichen resta sempre in bilico tra il Witz fulminante e la freddura, tra la levità geniale e uno sconfortante disimpegno (metrico, formale, stilistico prima ancor che ideologico). Questo poeta che non amava gli sperimentalismi (si veda l’epigramma rivolto ad Andrea Cortellessa, che ovviamente non rinuncia al calembour sul cognome del critico) offre il godimento cognitivo della trovata brillante, attorno a cui quasi ogni testo ruota – ma spesso poco di più. Eccelleva perciò nel dipingere quei mondi (l’arte, la società mondana, la città di Roma) che gli somigliavano: eleganti e scettici, fluttuanti con grazia su radici culturali profonde. La sua vetta potrebbe stare però nei versi di Gibilterra (1991), che applicano la sua lieve maniera al grande dramma storico della seconda guerra mondiale (per lui, classe ‘38, ferita d’infanzia), trasfigurandolo in quel Risiko di marionette testarde che a un certo livello effettivamente fu. Lì – come in altri versi dove la storia o la geopolitica si fanno araldica – la leggerezza giocosa del poeta ha il merito di far emergere quella infame del potere, e quella tragica della condizione umana.


 

Peter Paul Rubens

Le guerre di religione disseminano l’Europa di rovine
e nel dare rotazione alle colture classiche
facilitano la crescita di carestie;
manca il pane!
ma fermenta l’impasto delle forme,
per opera di un ingegno pittorico
affine a quello del fornaio.
Escludendo l’aria compressa
la sovrabbondanza carnale
delle figure femminili
non è farina del diavolo
ma opera del lievito di birra.
Se le loro volumetrie
venissero misurate dai
luminari della medicina sociale
garanti dei canoni estetico-salutisti
Rubens verrebbe denunciato
al comitato di vigilanza dietetica:
per impiego di estrogeni,
come creatore di obese,
moltiplicatore di tessuti adiposi,
allevatore di bellezze opulente.
Tuttavia, l’accumulo di ordinazioni
pervenenti alla sua avviata bottega
lo giustificano a colmare di benessere
le vaste superfici di innumerevoli tele.

(da Pagine di gloria)

***

Fronte russo 1941-1943

I piromani di anime
classificarono la musica
materiale strategico
di tipo infiammabile,
alla stregua della benzina.
Due popoli ben forniti
di munizioni sonore
si scambiarono pezzi memorabili
con le loro orchestre balistiche.
Sul fronte russo
cantavano bocche da fuoco
di ogni calibro.

 

La musica germanica era forte
ma incolore per tradizione, e
a pari volume di percussione
prevaleva il cromatismo slavo.
Fra contendenti roboanti
c’eravamo anche noi
con le belle arie italiane
congelate nelle voci
come i piedi dei soldati
dentro scarpe di cartone.

 

Avevamo in dotazione
strumenti bellici antiquati,
diretti appena da un maestro:
un Duce di bande,
così morì il bel canto.
Di tanti, molti non tornarono
dalla Russia, anche se
un motivo incessante
li teneva svegli
nella tormenta di neve.
«Tornerai da me, perché senza i tuoi
baci languidi, non vivrò…».

(da Gibilterra)

***

Mura Aureliane

Era ancora Roma, ma meno;
non si doveva sapere che
avesse mura perimetrali
già fantasmi medievali,
in esse i barbari videro
la fragilità dell’impero.
Era il 270 Dopo Cristo;
i Goti non avevano binocoli
ma occhi non dissimili,
accecarono le sentinelle
con infantili specchietti.
Alle diciotto porte
della cinta muraria
fecero saltare le fibbie
e ne divelsero le staffe
usandole come arieti,
infilzarono con le spade
i fori della cinghia.

 

Altrove, l’impero cinese
consolidava la Grande Muraglia.

(da Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio)

***

Mappamondo 

La guerra infuria
su tutti i fronti;
io sono un bambino
e me ne sto accanto al mio
mappamondo illuminato.
Eludo l’obbligo d’oscuramento
imposto dal coprifuoco.
Solo le acque dei mari
sembrano calme, ovunque,
mentre i bollettini radio
segnalano che negli abissi
le unità sommergibili
danno la caccia ai convogli
di superficie. E questi
rispondono con bombe di profondità;
accosto le dita agli oceani
che adesso scottano.

(da Neomarziale)

 ***

La mattanza della Bellezza 

(ad Andrea Cortellessa, critico)

All’avvistamento della Bellezza
appena una polena che fende l’onda,
e all’istante cala la benda nera
sull’occhio critico del pirata
dall’affilata Cortellessa tra i denti;
e inizia l’allegra mattanza
della sirena nella tonnara.
Ma nell’ambito letterario contemporaneo
l’innominato pratica il volontariato
e rianima sperimentalisti smorti.

(da Casa di rieducazione)


ziechenValentino Zeichen, Le poesie più belle, Fazi, Roma 2017, 232 pp. 15€

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Tags: poesieZeichen
Roberto Batisti

Roberto Batisti

Sono nato nel 1985 a Bologna, dove mi sono laureato in lettere classiche e dove ho svolto il dottorato di ricerca in storia della lingua greca. Attualmente lavoro come assegnista di ricerca all’Università Ca’ Foscari di Venezia e sono docente di ruolo di latino e greco a Vignola (Mo). Oltre alle pubblicazioni accademiche, che si muovono tra filologia classica e linguistica storica con qualche incursione nella critica stilistica, scrivo di poesia contemporanea e altri temi culturali su diversi siti e riviste: oltre alla Balena Bianca, In realtà la poesia, Poetarum Silva, Critica Impura, Midnight, Perigeion, Mumble:, Carteggi Letterari, Idioteca, Be Un//Natural, Argo, lay0ut magazine. Nel 2018 ho pubblicato la raccolta “Affeninsel” nel volume collettivo "Hula Apocalisse" (edizioni Prufrock spa).

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