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Rossana Campo: un’apache tra i visi pallidi

Paolo BonaridiPaolo Bonari
8 Marzo 2017
in Letterature, Premio Bergamo
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Rossana Campo: un’apache tra i visi pallidi

Domani, giovedì 9 marzo, alle ore 18, Adriana Lorenzi, come ogni giovedì, intervista gli autori dei libri candidati al Premio Narrativa Bergamo 2017. Dopo il primo incontro con Giorgio Vasta (Absolutely nothing) è il turno di Rossana Campo con Dove troverete un altro padre come il mio (Ponte alle Grazie 2015). Sulla Balena Bianca, ogni mercoledì, la recensione del libro presentato. Qui il calendario degli altri incontri. 


Statisticamente, è difficile azzardare un’ipotesi, ma l’impressione è che siano più numerosi i tributi letterari dedicati da scrittori e scrittrici al genitore di sesso opposto, il che corrisponderebbe alla verità umana elementare che tutti noi siamo maggiormente attratti e incuriositi dalla differenza sessuale, in ammirazione della potenza d’amore che un vivente così diverso in radice da noi può esprimere nei nostri confronti. A causa di una maggiore frequentazione di quella tradizione letteraria, a me viene in mente tutta una linea maschile e “mammista” francese, della quale fanno parte, in ordine cronologico, Il libro di mia madre di Albert Cohen, La promessa dell’alba di Romain Gary, Lettera a mia madre di Georges Simenon, Dove lei non è di Roland Barthes e Lista di nozze di Jean Rouaud (questi due ultimi titoli non sono purtroppo rispettosi degli originali, Journal de deuil e Pour vos cadeaux). Diversamente, di uomini che hanno onorato letterariamente il proprio padre ricordo, limitandomi alle mie letture più recenti, Edoardo Albinati con Vita e morte di un ingegnere, Philip Roth con Patrimonio. Una storia vera e lo svizzero di lingua tedesca Urs Widmer con Il libro di mio padre, che è appena stato tradotto in italiano e pubblicato dall’editore Keller.

In quest’elenco alla rinfusa di testi autobiografici e familiari in morte di un genitore, fatto soltanto di maschi, è bene aggiungere allora il volume di Rossana Campo, più per un motivo valoriale che per esigenze di quote rosa: perché il suo libro non sfigura affatto, in mezzo a quella lista, anzi si piazza ai primi posti, in virtù di una qualità che lo diversifica, del disordine che lo anima.

Dovremmo subito precisare che Dove troverete un altro padre come il mio (edito da Ponte alle Grazie nel settembre del 2015 e vincitore del Premio Strega Giovani nel 2016, laddove la specificazione di età si riferisce al pubblico dei votanti, non agli autori in gara) è un memoir, al pari di altri testi che ho elencato e che sarebbe scorretto definire romanzi, se volessimo fare i pignoli: Rossana trae dalla propria memoria una serie di ricordi, di aneddoti, di episodi che permettono al lettore di farsi un’idea del genitore “diverso” che la scrittrice ha avuto la fortuna e la “disgrazia” di avere, e la vividezza di quest’idea testimonia la perfetta riuscita dell’operazione.

Renato, il padre recentemente scomparso, è stato uno «sbandato, iperemotivo, schizzato, a tratti anche matto, e un grande indefesso ubriacone» che, nella propria inaffidabilità, ha finito per esasperare la moglie e madre dell’autrice Concetta, abbandonata a se stessa anche nelle circostanze più significative, quelle del parto, quando egli pensò bene di assentarsi, di andarsene a fare un giro, proprio alla comparsa delle doglie: «Sì, ero troppo emozionato, ho preso la jeep e me sono andato verso La Spezia, sono arrivato alle Cinque Terre, Manarola, Vernazza, Monterosso, bei posti, mi piaceva andarmene al mare in autunno, senza tutti gli stronzi di turisti. Ah che belle le Cinque Terre!». Tanto, «quelle sono cose da donne».

Agli occhi della piccola Rossana, però, tale sregolatezza ha rappresentato anche o soprattutto la libertà, la via d’uscita dal rigore della vita ordinaria, dalle regole sociali, tanto che il ricordo della figura del padre continua a dare forza alla donna, diventata adulta, per quel «suo sfanculare il mondo intero». Renato è uno «che perde sempre tutti i lavori che trova», che costringe la moglie a provvedere, a rimediare alle sue mancanze, incatenandola a un’eroica esistenza e resistenza quotidiana, e che diverte la bimba, la quale è incapace di valutare la portata dei disastri paterni: «quando perde il lavoro io lo vedo di più», e tanto le basta per un innamoramento filiale che non conosce ostacoli, fino a un certo punto, fino a quando Renato sarà ancora in grado di trasformare la routine quotidiana in un’avventura, in una di quelle esperienze travolgenti in cui «tutto diventa pieno di swing come dice lui».

Poi, purtroppo, arriveranno i lunghi anni del tracollo, il lato oscuro di tanta incontrollabile vitalità, lo «spettacolo quotidiano della disperazione e dell’odio di se stesso» di un irriducibile membro degli «apache del Molise», uno di quei «terroni» che restano «eterni emigranti» in campo ostile, «al Nord Italia», un superstite di antiche tribù zingaresche che non riuscirà mai ad acclimatarsi alla vita «nella terra dei visi pallidi», nella provincia savonese; arriveranno anche le violenze domestiche, le percosse alla moglie, la furia senza un nome né un perché che devasta sé e gli altri: l’avvertenza è di non andare a cercare nella memorialistica le tracce di istruzioni e comportamenti corretti, perché le vite sono tutte sbagliate, a differenza dei congegni narrativi, e in queste pagine le botte sono subite e non denunciate, i compagni di classe sono dei «mongoli» e qualsiasi tentativo di irreggimentazione riceve l’«affanculo» che merita.

La lingua di Campo riesce a mettere in discussione la distinzione che ho fatto mia troppo comodamente e che separerebbe questo testo dal romanzo tout court: «una sintassi e una grammatica sporche, un po’ storte e scalcagnate», come da auto-descrizione dell’autrice, restituiscono un’espressività che il memoir tradizionale non conosce, un movimento che, prolungandosi nel presente, lo scompone. Sulla soglia del romanzo, ad assistere alle fasi germinali della sua mutazione da altro che era, da bozzoli di memoria: è così che sembra di stare, di fronte alla presenza fortissima di questo padre, a tutte le assenze dei necessari congiuntivi, a una lingua anti-geometrica, non millimetrica e forse neppure metrica, che non riconosce gli spazi assegnati e che è variabile persino negli errori, di pagina in pagina, perché l’autrice una volta inciampa e l’altra no, sbaglia anche a sbagliare.

Certo, ci potremmo fermare a ragionare sul perché ci troviamo alle prese con molti romanzi intentati, oggi, invece che con quelli falliti, ripensando a chi, come William Faulkner, misurava la grandezza di un’opera dall’enormità dell’inevitabile fallimento che segue alle altrettanto enormi pretese: ma è meglio, stavolta, esultare per questo libro molto animato, molto vitale, proprio in virtù del suo essere stato scritto “male” da Rossana Campo, genovese di nascita, cresciuta benissimo fino al punto di essere diventata colei «che tutto comprende e perdona»” (come scrive Valeria Parrella in quarta di copertina) e di essere per sempre «molto fiera di essere la figlia di Renato».


campoRossana Campo, Dove troverete un altro padre come il mio, Ponte alle Grazie, Milano 2015, 160 pp. 13€

 

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Tags: CampomemoirpadrePremio BergamoPremioBg17romanzo
Paolo Bonari

Paolo Bonari

Nato nella provincia senese, vicino al confine umbro, ha studiato a Montepulciano, a Bologna, a Firenze, dove ha ottenuto un Dottorato di ricerca in Filosofia. Si è occupato di teoria mimetica e di epistemologia politica; poi, ha deciso di dedicarsi a qualcosa di più impegnativo, e ha ripreso in mano i libri di Emilio Salgari, perché sembra che il mar della Malesia sia il più profondo di tutti.

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