Bobi Berla è il protagonista de Il ponte nel deserto, secondo e ultimo romanzo di Brianna Carafa, pubblicato nel 1978 per Einaudi proprio il giorno in cui la scrittrice si spense. Come Paolo Pintus, protagonista del primo romanzo di Carafa, La vita involontaria, Bobi sembra subire la vita (di questi nomi consonantici, così irreali ma efficaci, parla Ilaria Gaspari nella prefazione alla ristampa per Cliquot del 2023). Ogni sua scelta – matrimonio, figlio, carriera – accade senza alcuna traccia di volontà o motivazione. Anche la truffa di cui si ritrova complice e vittima, e al centro dell’intera vicenda, gli capita suo malgrado.Se però a dominare è dapprima la tendenza ad accettare passivamente quello che la vita, ma ancora di più la società e chi lo circonda sembrano aspettarsi da lui, successivamente la “fuga” e l’abbandono del lavoro prestigioso, di villa e famiglia si presentano, invece, come una scelta più consapevole da parte di Bobi. Da qui, il viaggio in Messico e l’utopistico e inutile – ma agognato – progetto di costruire un ponte nel deserto: un raggiro che gli costerà la galera.

Il romanzo si apre proprio con l’arresto del protagonista, seguito dal processo e dal tentativo, non riuscito, di ricostruire la vicenda. L’andamento, tuttavia, è rallentato da continue anticipazioni e dall’inserimento frequente di flashback che offrono un quadro lucido e preciso della personalità del protagonista e della sua concezione della vita. Tale vicenda rocambolesca, resa attraverso una prosa paradossalmente lenta e raffinata, porterà Bobi a trovare il tanto agognato posto nel mondo, laddove nessuno lo crede(va) possibile. È infatti proprio nella pace della sua cella, solo, senza più le pressioni sociali e familiari e senza più l’obbligo di performare il suo ruolo di marito e ingegnere che Bobi trova la serenità, in una sorta di rivoluzione passiva e pacata:

Paradossalmente, Bobi traeva un grande conforto dal tornare nella sua cella: nulla mutava mai, […] neanche la luna poteva riportargli sopite inquietudini poiché davanti alla finestra c’era il muro. Là ormai contava solo il presente […] Il tempo si raggrumava in piccole, inalienabili certezze e questo sembrava bastare (p. 138).

Che la soluzione alla “vita involontaria” e subita fosse fuori dalla realtà, e quindi utopistica tanto quanto il ponte nel deserto progettato da Bobi stesso, è anticipato dalla figura del padre, presentato nella serie di flashback “infantili”: figura assente e sfuggente, rintanato tutto il tempo nella sua biblioteca (una soluzione meno problematica della cella di Bobi, effettivamente) senza curarsi di figli o moglie pur di “assentarsi dalla realtà”:

Ma quale realtà? A quali minuzie avrebbe dovuto soccombere, a che accenti enfatici sacrificare quella stoica ricerca della verità cui era dedito nella sua biblioteca, dentro la torretta, dove trascorreva ore di giorno e di notte, curvo sui vecchi tomi da cui pareva si levasse un sussurro che lui solo poteva udire? (p. 27)

Se il modello paterno sarebbe quello da seguire a discapito di ciò e di chi ci circonda, l’eredità delle donne della sua famiglia, forse impossibilitate più degli uomini ad “assentarsi dalla realtà”, è l’unica ad attecchire. La governante trasmette ordine e disciplina, mentre la madre trasmette a Bobi, suo malgrado di nuovo, una tendenza naturale alla tristezza, da cui consegue l’atteggiamento passivo nei confronti della vita, che può essere solo subita:

“ascolta come è bello! E com’è triste…” diceva la madre a Bobi mentre le dita nodose e inanellate vagavano sulla tastiera eseguendo lo Studio n. 3 di Chopin, chiamato appunto tristezza. Boby sentiva di doversi sottrarre a tutti i costi alla seduzione della malinconia materna, a quell’invito quasi supplice (p. 28).

La tristezza non è prerogativa solo materna, ma femminile, visto che anche Tania, con cui Bobi ha una relazione in gioventù, è anzitutto caratterizzata da uno sguardo triste «come volto a un evento penoso, di quelli che costringono a crescere prima del tempo» (p. 48). Si tratta di un sentimento che le donne «coltiva[no] con devozione, soprattutto quando sogna[no] una comunione di anime, che però, si dic[ono], non era di questo mondo» (p. 27). Se le donne sanno convivere con la tristezza, al contrario gli unici tentativi di resistenza di Bobi sono rivolti proprio contro la malinconia e la solitudine. Solo dopo aver accettato e ammesso la propria condizione di escluso – «aveva quarantadue anni e la sera precedente si era sentito solo per la prima volta in vita sua con un confuso sgomento» (p. 20) –, dopo aver (ri)conosciuto la pace che si ottiene estraniandosi dalla folla – «Se dunque si premeva le mani sulle orecchie non udiva più nulla, viveva in un mondo muto in cui delle figure si dimenavano insensatamente, e sul podio agitavano le loro ali nere. Ma non appena scostava le mani, irrompeva come un boato il brusio della folla, le voci concitate […]» (p. 136) – e solo, infine, apprezzando la «remota tristezza [come] nient’affatto disgiunta dal suo essere» (p. 117), Bobi finalmente è libero dalla menzogna dell’esistenza di un sé unitario e universale:

Era piuttosto una smagliatura nel suo tessuto, forse una delle tante, una falla. Quasi fosse stato, lui, una stoffa lisa, un intreccio di fili troppo radi in cui il vento poteva giocare provocando uno strappo. E là Bobi l’avrebbe potuto vedere, il suo sbaglio, lo spreco della vita, la vanità della sua doppiezza, del suo compromesso precario, l’inguaribile labilità della sua presenza piccola il non sapere cosa volesse e perché agisse in modo così incoerente (p. 63).

Quello di Bobi è un viaggio verso l’autodistruzione (come spiega bene Gaspari nella sua prefazione). La sua è una parabola discendente e di sconfitta, ma solo se esaminata nell’ottica borghese e capitalista che Bobi impara a decostruire. In effetti, rinunciando ai “successi” socialmente riconosciuti come lavoro, famiglia e ricchezza, Bobi si affranca dalla “vita involontaria”, non tanto diventando attivo, quanto piuttosto estraendosi finalmente dalla realtà.

Cliquot (che nel 2020 ha ristampato anche La vita involontaria di Brianna Carafa) continua nella sua missione di riscoprire testi, autori e autrici che il caso, le logiche di mercato, il canone poco variegato hanno gettato nell’oblio, ma che è bene tornare a conoscere. È necessario, nella frenesia contemporanea anche più che nel 1978, che si legga e si ammetta di somigliare a un personaggio “incongruo” come Bobi, imperfetto ma conscio, e in quanto tale rivoluzionario.


B. Carafa, Il ponte nel deserto, prefazione di I. Gaspari, Roma, Cliquot, 2023, 160 pp., € 18.