Abbiamo seguito per intero i quattro giorni di CaLibro 2023, il festival che da ormai nove anni porta a Città di Castello, in Umbria, un’offerta variegata e di livello in ambito letterario. Quest’anno CaLibro si è rinnovato e, grazie alla collaborazione di Edizioni E/O, è nato CaLibro Africa Festival, edizione tematica e concentrata sulla letteratura, o meglio, le letterature africane. Tra incontri, presentazioni, letture degli autori, laboratori per l’infanzia, film e spettacoli di musica e danza, dal 28 settembre al 1° ottobre le strade e gli spazi pubblici di Città di Castello hanno potuto ospitare artisti ed esperti, professionisti dell’editoria e del giornalismo culturale provenienti da Africa ed Europa uniti nel clima familiare e accogliente che l’organizzazione del festival è stata così brava a creare. Ha partecipato anche un nutrito pubblico, locale e non, sinceramente interessato ad avvicinarsi, con postura aperta e propensione all’ascolto, alle molte voci, lingue, storie e culture provenienti dal più antico continente del mondo. 

A CaLibro Africa Festival, a Città di Castello, Niccolò Gualandris ha intervistato Damon Galgut, scrittore sudafricano del post-apartheid, autore di "La promessa".

A CaLibro Africa Festival ho avuto il piacere di parlare con Damon Galgut, scrittore sudafricano e autore di numerosi romanzi e racconti, tra i quali sono stati tradotti in italiano, per Edizioni E/O, Il buon dottore (2004; trad. di V. Raimondi, 2022), L’impostore (2008; trad. di Silvia Piraccini, 2023), In una stanza sconosciuta (trad. di C.V. Letizia, 2010), Estate artica (trad. di F. Pedone, 2014). Nel 2021, con il suo ultimo romanzo La promessa (trad. T. Lo Porto), ha vinto il Booker Prize.  

Ho incontrato Galgut nell’atrio del suo albergo, nel pomeriggio, dopo averlo già conosciuto a pranzo. Qualcuno della casa editrice mi consiglia di tenere le domande il più corte possibili, in controtendenza a come usano fare molti giornalisti culturali italiani. “Lui odia quando gli spieghi il suo libro. L’ha scritto lui, non glielo devi spiegare, se no rischi, come è già successo, che lui ti risponda con un sì o un sono d’accordo e non elabori”. Io faccio tesoro di quanto appreso e do un’occhiata nervosa alle domande: lunghezza media e poche spiegazioni, mi pare. Spero di non sabotare l’intervista.  

Arrivato il giorno stesso da Città del Capo, l’autore è comprensibilmente stanco, è vestito in modo casual e si vede che preferirebbe di gran lunga riposare un po’ prima di andare alle prove del reading con accompagnamento musicale che lo attende in serata, ma al momento di sedersi per iniziare la conversazione sembra subito a suo agio, attento e disponibile. Mi rivolge un’occhiata dolce e comprensiva, da romanziere veterano ma sempre curioso. Io decido di andare subito al sodo. 

Nei suoi precedenti libri, In una stanza misteriosa e Estate artica il viaggio era molto presente, sia come azione che come metafora per i cambiamenti interiori dei personaggi. Ne La promessa, invece, l’intera azione si svolge in Sudafrica e in uno spazio molto più limitato. Perché ha sentito questo bisogno di ritorno? Da dove è nato il romanzo? 

Sì, forse questo è il riflesso di qualche mio cambiamento interiore, ho viaggiato in un modo molto irrequieto… direi a livello esistenziale. Quando ero più giovane tutti a casa hanno sempre saputo che mi sarei fermato per massimo tre mesi prima di sentire il bisogno di andarmene da qualche altra parte. Ora non più così giovane e questo particolare aspetto della mia vita è cambiato. Di questi tempi sono molto più sedentario, davvero. Viaggio quasi solo per i festival letterari e per le mie pubblicazioni. Ma non è una brutta sensazione essere più stabili; certamente mi ha reso più felice, ma sì, tu alla fine scrivi dal tuo attuale stato emotivo e intellettuale, qualunque esso sia, e il mio è diventato molto più legato alle mie radici, per così dire, a Città del Capo e al Sud Africa. 

Io poi cerco di non ripetermi quando scrivo, così – e lo hai giustamente notato anche tu – quell’aspetto della mia scrittura è cambiato. Un’altra cosa nuova di questo libro è il cast molto più ampio di personaggi. Penso di aver scritto per molto tempo con una focalizzazione piuttosto ristretta – in prima persona – o comunque così strettamente legata a un singolo personaggio – come quello di E.M Forster in Estate artica che avrebbe potuto benissimo essere una narrazione in prima persona. Ne La promessa ho voluto sperimentare con un cast molto più grande e mettermi alla prova, vedere se ne fossi capace. Credo anche di essere stato attratto dall’idea di scrivere di una famiglia. Per lo più ho scritto di individui solitari, di persone sole, e penso che la famiglia ne sia il polo opposto. 

Un passaggio che mi ha molto colpito, all’inizio del libro è quando un personaggio afferma che “i morti non vogliono niente”. In realtà la promessa che dà nome al romanzo, fatta alla madre morente dal marito assume un significato quasi sacro. 
Sembra che la morte e il tempo, in questo libro, siano le uniche vere forze che agiscono su personaggi spesso incapaci di esprimere una propria volontà. 

Penso sia un’osservazione giusta, probabilmente non l’ho mai inquadrata in questi termini ma di sicuro avevo in mente il tempo. Il tempo per me è il vero protagonista del romanzo ed è il motivo che mi ha spinto a scriverlo. Magari tutto ciò viene dal fatto che sto invecchiando ma mi sento molto interessato a come le cose cambiano nel tempo. Le vite delle persone, certamente, ma anche, a un livello superiore, la vita della nazione sudafricana: ci sono stati alcuni cambiamenti molto radicali negli ultimi quarant’anni, alcuni dei quali emergono anche in questo libro. Penso che guardando agli eventi umani attraverso l’occhio del tempo si arrivi alla conclusione che non abbiamo davvero in controllo della nostra vita; che la Storia, se vogliamo, è ciò che plasma i nostri destini e che la fine del nostro viaggio nel tempo è la morte: è un funerale…per ciascuno di noi. 

La prima idea di questo libro è nata dalla conversazione con un amico che mi stava raccontando dei suoi funerali in famiglia: madre, padre, sorella e fratello. Io ho pensato che fosse una struttura interessante per un romanzo, quella di saltare da un funerale di famiglia all’altro e vedere le stesse persone cambiare in intervalli di dieci anni ogni volta, più o meno 

Questa è stata la prima cosa che mi ha davvero interessato. La politica, anche se è diventata molto centrale nell’interpretazione del libro e nelle discussioni su di esso, è stata invece l’ultima cosa a cui ho pensato. 

La forza della sua scrittura ne La promessa proviene sicuramente dall’utilizzo di una particolare tecnica narrativa: l’idea di uno sguardo mobile, che passa senza soluzione di continuità tra focalizzazione interna ed esterna, tra prima e terza persona, con escursioni nel punto di vista di personaggi marginali. Lo spirito del narratore si aggira e si reincarna come un fantasma. Da dove viene questa scelta? Sarebbe anche interessante conoscere i suoi modelli letterari. 

Forse ad altri scrittori non importa tanto quanto a me, ma ho sempre sentito che si debbano prendere decisioni quando si scrive. Sto scrivendo in prima persona, sto scrivendo in terza persona? Questo è un inizio, ma ogni decisione che prendo sulla voce o sullo stile esclude un sacco di altre possibilità e io sono molto, molto tormentato dalle possibilità che non esploro. Una parte di me ha sempre voluto frammentare la narrazione in un modo che permettesse più prospettive, una sorta di cubismo letterario, chiamiamolo così, in modo che chi legge possa vedere lo stesso momento da più punti di vista. Ho scoperto che quella particolare voce si sarebbe potuta adattare molto bene a quello scopo.  

La scoperta della voce, ne parlo spesso, è arrivata tramite la stesura di una sceneggiatura cinematografica; o meglio…un paio di bozze di una sceneggiatura che mi era stata commissionata. 
In questa sceneggiatura la macchina da presa si comporta precisamente in questo modo narrativo: sembra un’esperienza fluida, ma la prospettiva salta continuamente da una parte all’altra. 
Mi è rimasta nella testa quella particolare modalità narrativa quando sono tornato alla scrittura del mio libro e l’ho improvvisamente percepita come un approccio narrativo completamente nuovo che avrei potuto usare per scomporre la percezione in molti modi. Tutto ciò mi è sembrato abbastanza eccitante, mi è sembrato nuovo. Non mi veniva in mente un libro in cui ci fosse esattamente questa cosa. Quindi sì, mi sono sentito molto… come dire, coinvolto. 

Quella delle influenze è una questione diversa e molto più complessa. Tutti le hanno ma quasi nessuno lavora consciamente nella vena di un determinato autore che ammira. Spesso lo ha già assorbito inconsciamente nel suo modo di pensare; nel suo approccio. 
Ho sentito molto chiaramente lo spirito di William Faulkner aleggiare sopra il mio processo di scrittura. Sono rimasto profondamente influenzato da Mentre morivo, per l’assemblaggio polifonico di voci, ma molti lettori hanno colto qualcosa de L’urlo e il furore; immagino perché si tratta di un romanzo familiare in quattro sezioni molto distinte che contengono salti temporali: questa però è una somiglianza più superficiale. 
Non avevo mai letto Virginia Woolf ma ho iniziato mentre stavo scrivendo questo libro. Ho parlato con un amico, anche lui scrittore, di quello che stavo cercando di fare e lui mi ha detto: tu devi leggere Virginia Woolf! L’ho letta ed è stata una grande scoperta; forse troppo recente per costituire una vera influenza ma sicuramente mi affascina il suo modo di trattare il tempo. 

Quindi direi Faulkner per la voce e Virginia Woolf per il tempo, ma in generale i modernisti. 
Anche Samuel Beckett è molto importante per me. 
I modernisti, ecco. Non so cosa mi entusiasmi di più in particolare, ma se si parla di romanzo mi sembra che quello sia stato il punto, il momento in cui il romanzo ha raggiunto il suo apice ed ha raggiunto la massima audacia nell’esplorare le possibilità della forma e della voce. 
Penso anche che dobbiamo accettare che il romanzo sia diventato una forma più marginale di narrazione. Oggi probabilmente la forma della serie in streaming ha assunto quella posizione culturale centrale, ma non intendo sembrare cinico perché non credo che i romanzi siano morti e non credo che moriranno; penso solo che siano più marginali nella loro importanza, non per me ma forse per la maggior parte delle persone nel mondo. 

Penso di essere abbastanza d’accordo quando afferma che la serie in streaming è il romanzo di oggi e che i romanzi abbiano da tempo superato il proprio picco di rilevanza, in termini di importanza affidata a questa forma di narrazione rispetto ad altre. Mi chiedo però, dal punto di vista stilistico lei crede che la vena sia in qualche modo esaurita e non ci sia più nulla da estrarre? 

Non lo so. Come dicevo prima, quando questo particolare approccio narrativo si è impadronito di me mi è sembrato qualcosa che non avevo mai letto prima. Voglio dire, sicuramente ho letto romanzi che hanno esplorato un territorio simile ma non in questo modo esatto, quindi devo per forza credere che ci siano nuove possibilità nella narrativa che non sono ancora state scoperte e mi piace pensare che potrei ancora imbattermi in una o due di queste. 

Vengono ancora pubblicati libri entusiasmanti ogni giorno e ci sono scrittori che sperimentano approcci narrativi che io definirei ancora abbastanza rivoluzionari. 
Penso a qualcuno come Sebald, una voce che mi è da subito sembrata rivoluzionaria, appeno l’ho incontrata, e non stiamo parlando di molto tempo fa. 
Il romanzo continua ad essere una forma stimolante; forse non con infinite possibilità ma certamente con ancora una grande quantità di vie che non sono state percorse.  
Ciò che è cambiato di più, semmai, è il prestigio culturale in cui è tenuto e ne possiamo vedere le prove nel fatto che c’è molto meno spazio dato alle recensioni di libri, alle discussioni. 
Certo, molto si è spostato online e va bene così; non fa nessuna differenza il luogo in cui avvengono questi scambi, ma penso solo che dal punto di vista culturale l’attenzione del mondo si sia spostata su forme molto più transitorie che non coinvolgono necessariamente tutti con lo stesso livello di profondità, ma per le persone che amano i libri questo è ancora un panorama interessante, che può ancora dare forti emozioni.  

Tornando alle serie tv, una cosa che mi respinge è il fatto che sono troppo simili alla vita reale, per me. Non ha confini e può continuare a spaziare in ogni direzione, qualcosa che può anche risultare interessante, immagino, ma io sono molto attratto dall’eleganza della struttura e da ciò che può essere realizzato ponendo dei confini ad una determinata narrazione invece di lasciarla libera e senza limiti. È come se la forma delle cose si fosse in qualche modo rotta, scomposta, e questo genera una marea di possibilità, con altrettanti sviluppi possibili. 
Io però mi sento un po’ all’antica: amo una struttura che abbia un inizio, uno svolgimento e una fine, per quanto strani o sperimentali possano essere. Mi piace pensare che qualcuno ci abbia lavorato duramente, abbia faticato a dargli forma con una concezione architettonica. Quella specifica postura architettonica e progettuale è ciò che ammiro negli scrittori che amo. 

La famiglia Swart inizia il proprio declino con la morte della madre e se prima poteva permettersi di vedere il mondo come una serie di “superfici lisce”, ignorandone gli spigoli, come dice Amor, la figlia minore, a proposito dell’arredamento di casa, ora è costretta a vedere la realtà sudafricana per come è ed affrontare il proprio privilegio. Quanto è ancora importante parlare di razzismo e Apartheid in Sudafrica? 

Purtroppo, è più rilevante che mai. L’Apartheid sarà anche finito, ma quando qualcuno visita il Sudafrica si rende subito conto che non è finito davvero. Si accorge che la stratificazione economica della società è ancora molto in linea con quella sancita dall’Apartheid. La classe privilegiata è quasi esclusivamente bianca; quella lavoratrice, espropriata e abbandonata, è quasi del tutto composta da persone di colore. Il potere politico avrà anche cambiato forma e sarà stato passato a persone diverse, ma il potere economico, quello che conta, è sempre nelle stesse mani. 
Tutto questo è la causa del rancore estremo che permea il paese. Penso che il Sudafrica sia in un mare di guai in questo momento e la questione razziale è sempre stata ed è ancora il nucleo principale. 

Una domanda su L’impostore (Edizioni E/O, 2023), romanzo del 2008 che è appena stato tradotto in italiano. Nel romanzo il conflitto tra due personaggi antitetici fa emergere le contraddizioni del paese. C’è la ricerca di una sorta di “anima” del Sudafrica contemporaneo, messa in pericolo da crudeltà e materialismo. È un aspetto che emerge costantemente nelle sue opere. In cosa consiste quest’anima secondo lei? 

Be’ sai, questa è una domanda molto interessante e non sono sicuro di poter fornire una risposta, ma hai messo l’accento su qualcosa di molto centrale per la vita sudafricana. 
In molti paesi che ho visitato c’è un senso di cosa significhi appartenere a quella nazione, magari con delle ipocrisie, delle fratture, degli interessi divergenti ma c’è sempre qualche scampolo di carattere nazionale. Il Sudafrica è così diviso e frammentato che non può esserci un’idea coerente di identità in cui ci si possa riconoscere. Ragioniamo ancora etnicamente per definire chi siamo. Essere sudafricani bianchi non è affatto lo stesso che essere sudafricani neri o sudafricani mixed-race
In molta scrittura sudafricana, non solo nella mia, si può trovare questa ricerca di chi siamo e con quale voce parliamo. Sono voci discordanti che si parlano l’una sull’altra, si incrociano, si attraversano senza formare un coro unificato. Ora che ci penso, questo è uno dei motivi per cui ho voluto dare una dimensione corale a La promessa, ho pensato a questo senso di discordia di molte voci che si contraddicono a vicenda senza riuscire a riunirsi in una voce unica. Se il Paese riuscisse a riunirsi in modo simile penso che potrebbe salvarsi. Ma siamo ancora molto lontani. 

Questa frammentazione del Sudafrica è sfaccettata, plurale e crea un divario molto percepibile. Concretamente, la ricerca di una voce unica o un risanamento di questa ferita da chi potrebbe essere perseguita? È una questione politica? Etnica? Culturale? 

Penso che le soluzioni a molta della sofferenza sudafricana restino, purtroppo, nelle mani dei politici. Ci deve essere un’iniziativa guidata dallo Stato per rendere il Sudafrica una società più equa, ma non c’è visione o forza di volontà da parte del nostro governo per fare una cosa simile. 
Tutto ciò che hanno fatto è stato creare una nuova classe politica ai fini di creare nuovi benefici per loro stessi.  
Esaurita la forza rivoluzionaria che ha portato ad alcuni cambiamenti nella società sudafricana il governo si è gradualmente rivelato come una cleptocrazia. Ci hanno derubati al punto che lo Stato sta crollando. Nessuno ha una visione, un piano e probabilmente siamo ormai fuori tempo massimo affinché certi correttivi banali possano sortire qualche effetto.  
Io non ho la soluzione e sono molto cauto nel parlare in termini razziali, ma penso che staremmo tutti meglio, specialmente in Sudafrica, se cominciassimo a identificarci e trattarci tutti come mixed-race e smettessimo di avanzare pretese di “purezza”. È tutta una sciocchezza. I confini razziali sono già stati attraversati più e più volte da tutti i nostri antenati e quindi da dove viene questa nostra ossessione di classificarci in gruppi opposti? Sarebbe molto più sano pensare a noi stessi come esseri umani. Siamo tutti esseri umani in una situazione incasinata e dovremmo cercare una soluzione comune. 
Siamo molto, troppo lontani da questa mentalità e la situazione non sembra migliorare. Odio dirlo perché non penso affatto che sarà risolutiva, ma penso che in Sudafrica ci stiamo dirigendo verso una vera e propria rivoluzione. 

Alla luce di tutto ciò, come pensa si possa intrecciare il suo percorso di scrittore con la realtà che ha vissuto e sta vivendo in Sudafrica? 

Penso che solitamente si esageri parlando di ciò che l’arte può fare. Non vedo l’arte e soprattutto non la scrittura come così potenti. La scrittura ha certi poteri, ma credo che siano abbastanza limitati. 
Mi piace credere che il mio lavoro consista nel disturbare, sostanzialmente. Disturbare  la gente facendo vedere la realtà in un modo nuovo. Di norma ci abituiamo presto a particolari modi di pensare e vedere il mondo. Questi modi diventano quasi sempre cliché ed è compito dello scrittore, secondo me, lavorare per infrangere i cliché e farti guardare al familiare con occhi diversi, con qualcosa di nuovo che possa forse risultare sorprendente. 

Personalmente, mi sono ritrovato sotto il fuoco di molte critiche per il mio trattamento di Salome, la donna nera che è il vero fulcro del racconto ne La promessa. Ho scelto di renderla una presenza silenziosa senza alcun potere. Anche se tutto ciò che accade ruota intorno a lei, il lettore non riesce a farsi un’idea chiara della sua identità, della sua voce. Ora, c’è una convenzione letteraria che dice “non puoi trattare un personaggio in questo modo, specialmente se stiamo parlando di un personaggio di colore: devi dargli presenza”. 
Chiaro, io ne capisco le motivazioni e trovo che provengano da sentimenti nobili, che condivido. Ma guardiamo al risultato pratico di questo approccio. I lettori sentono di aver svolto il proprio “dovere” nei confronti di questo personaggio, le hanno dato attenzioni e quindi possono dimenticarla, ma questo come può essere positivo se il Sudafrica è pieno di milioni e milioni di donne proprio come lei, che davvero non hanno una voce, che davvero non hanno una presenza, che davvero non hanno alcun potere. Penso che sia molto più utile disturbare il lettore facendo piombare questo personaggio in mezzo al romanzo e dare fastidio a qualcuno per quanto ella sia trascurata, per quanto risulti invisibile. 
Se un personaggio simile riesce a rimanerti in mente dopo aver terminato il libro allora sì che posso pensare di aver sortito qualche effetto pratico, concreto. Forse così può avere un impatto sulla tua vita, magari non sul mondo intero, ma per qualcuno può creare quel piccolo scossone, quella scintilla che può far ripensare a come ci si comporta, a come si agisce nella vita di tutti i giorni. 
Questo, secondo me, è un risultato molto più utile e concreto rispetto a far pensare alla gente “be’ peggio per loro” riguardo alle Salome del mondo reale ma illudersi di aver fatto la cosa giusta nel mondo della letteratura. 


(Questa intervista è stata condotta presso l’Hotel Tiferno di Città di Castello, il 29 settembre 2023. È stata trascritta ed editata a fini di maggiore chiarezza.
Ringrazio Damon Galgut per la disponibilità, Giulio Passerini di Edizioni E/O per aver organizzato l’incontro, Lorenzo Alunni e tutto lo staff di CaLibro per l’accoglienza nei miei confronti e per la bellezza di questo festival).