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Triste zenit: su “Un adulterio” di Edoardo Albinati

Lucia FaienzadiLucia Faienza
17 Luglio 2017
in Letterature
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Triste zenit: su “Un adulterio” di Edoardo Albinati

L’ultimo romanzo di Edoardo Albinati, Un adulterio conduce da subito il lettore in uno scenario acquatico, quasi archetipico: un’isola non ben identificata nello spazio geografico, teatro del piacere e del sogno di fuga di due amanti. Un’architettura narrativa tanto scarna quanto conclusa che potrebbe contemplare un vasto numero di variazioni figurali sul tema – il tradimento e l’isola sono due topoi letterari sovrascrivibili all’infinito per la loro essenzialità che è anche potenzialità di trasformazione dell’oggetto. Mentre però l’isola, nel romanzo, conserva i rimandi edenici ed utopistici con cui viene spesso connotata, dalla letteratura di viaggio fino a quella fantascientifica – ne sono un esempio i classici della Città del Sole di Campanella, L’isola del tesoro di Stevenson, fino a L’isola di Huxley – diversa appare la maniera in cui viene configurato l’adulterio, tema per eccellenza della letteratura romantico-naturalista. Al centro di molti romanzi sul filone borghese c’è l’aspetto totalizzante dell’amore che, pur nell’autodistruzione, offre una teleologia alle vite dei personaggi, permettendo così di accostare e creare un collegamento ideale anche tra opere composte da autori e periodi distanti, da Anna Karenina a L’odore del sangue, da Madame Bovary a L’amante infelice. Un antecedente ideale dell’opera di Albinati andrebbe invece ricercato ne Il compimento dell’amore di Musil, proprio per il rapporto centro-periferia con cui l’autore dispone il tema principale e gli “affluenti” teorico-riflessivi che ispessiscono la narrazione: anche qui la coppia di amanti in sé rimane sullo sfondo, mentre la narrazione muove verso la comprensione di uno spettro più ampio e generale di dinamiche relazionali. E, soprattutto, per il venire meno della corrispondenza romantica tra amore e destino: la sfera della necessità che ha condotto all’unione viene posta in dubbio e superata da quella dell’aleatorietà delle possibili combinazioni del caso. Se questa riflessione viene sviluppata sistematicamente e con abbondanza di introspezione da Musil, emerge invece come un vapore tra i pensieri degli amanti di Albinati:

Era un uomo qualunque, quello che aveva accanto? E se era invece speciale, l’unico uomo per lei, fatto apposta per lei, l’ultimo uomo rimasto, quello giusto, perché non era apparso prima, e come avrebbe potuto separarsene solo trentasei ore dopo e riprendere il resto della vita?

Rispetto al precedente di Musil la storia di Un adulterio muove verso la rarefazione di cose e personaggi, in modo tale che la stessa passione extraconiugale diventi una lente, attraverso cui spiare una condizione più universale che particolare e interiore.

Come lo spazio dell’ambientazione, così anche lo svolgimento dell’azione risulta ben delimitato, tripartito nell’arco di un fine settimana, venerdì sabato e domenica, quasi assistessimo come spettatori allo sviluppo di una pièce teatrale o a quello di una forma-sonata. Questo tipo di organizzazione del materiale narrativo è indicativo del valore emblematico che l’autore affida alla vicenda: lo sguardo esterno che osserva e commenta ricostruisce una situazione che vorrebbe essere “tipica”, nel senso in cui è riconoscibile ma non individuata nell’unicità soggettiva del personaggio. Osserviamo infatti i due amanti, Erri e Clem, muoversi come in un acquario – l’elemento marino, d’altronde, occupa buona parte dello spazio delle azioni; il desiderio dei due, inoltre, è materia collosa solo in superficie, nel momento in cui unisce i loro corpi ma lascia scivolare il piacere in una bolla estatica tutta al singolare: «Avvinghiati, non provano quasi nulla del contatto, eppure lei gode rumorosamente e anche lui». Gli stessi amanti vengono affidati a poche pennellate descrittive, così come tutto lo sviluppo della situazione clandestina è appena accennato; solo a pagina 71 verrà introdotto un flash-back del primo incontro tra i due, il quale sfumerà comunque nel generico di una situazione appena abbozzata: l’incontro, lo scambio di sguardi, l’attrazione.

Qual è, dunque, lo scopo dell’autore? La costruzione metaforica a partire dall’ambiente, lo scavo nelle cause che hanno condotto Erri e Clem alla situazione attuale, l’estetizzazione – salvifica – della fuga dalla routine coniugale? Nessuna di queste ipotesi sembra essere soddisfatta dal romanzo che invece si sviluppa attorno a un’ossessione già strutturale nella Scuola Cattolica: l’inafferrabilità dell’oggetto del desiderio; oggetto ideale che al contatto con la realtà della materia si sgrana fino a dissolvere la propria immagine.

Nella Scuola cattolica, infatti, l’obiettivo dell’autore puntava a cogliere attraverso l’anamnesi del passato personale e collettivo il punto di genesi del delitto del Circeo, in una regione al di là dalla cronaca – intenzione che pareva contraddirsi già nella scelta di una scrittura che si espande per digressioni, eludendo continuamente un “centro”. L’autore sceglie qui di rappresentare la relazione degli amanti nel suo momento più alto, quello dell’incontro clandestino; ma il “desiderio bruciante” dei due a contatto con la realtà dei corpi incenerisce all’istante la simbiosi e la possibilità di pensarsi come dualità: dal vuoto che ne deriva nasce la coazione del desiderio che si ripete freneticamente, senza che la passione possa trovare appagamento. Quello a cui assistiamo è un sole calante, nonostante splenda nel punto più alto del desiderio – metafora che viene “replicata” anche nella stagione eletta per la fuga, settembre, sul finire dell’estate. Sul mezzogiorno degli amanti, quindi, si allungano ombre precoci, segno di una pienezza irraggiungibile e tutta mentale che non conduce alla fusione in una superiore unità. La corruzione agisce dall’interno, in una ricerca di fuga in cui l’Altro è sempre fuori fuoco e non coincide se non per pochi istanti con i contorni dell’amante. Ciò che impedisce ai protagonisti di credere nel loro sogno d’amore è la consapevolezza di trovarsi dentro un copione già letto, quasi un eccesso di coscienza metatestuale, che annienta l’illusione dell’amore come eternità e salvezza.

L’anomalia di questa coppia, rispetto alle rappresentazioni romantiche e borghesi dell’amore adultero, è quindi quella di non trovare la sua cornice nel Noi solitario e impenetrabile degli innamorati. Non c’è separazione dei due da tutto il resto perché entrambi sono monadi avvicinate provvisoriamente, ma destinate a respirare ciascuna nel proprio liquido:

Sì, a Clementina piaceva nuotare, forse più ancora del fatto di stare con Erri: tutta la gioia di quel momento di solitudine acquatica non la cederebbe in cambio dell’amore che hanno fatto poco prima. Sono cose diverse, è vero, ma una è più grande dell’altra.

Quello che sembra non convincere pienamente nel romanzo breve di Albinati è la tensione di rappresentare l’universale, che non riesce a creare una vera e propria situazione narrativa: viene meno, infatti, quella cellula del mondo in potenza che dovrebbe essere racchiusa anche nello scheletro di poche righe descrittive – a tal proposito è difficile non pensare ai Sillabari di Parise che trovano proprio nell’essenzialità la loro principale risorsa letteraria. Negli amanti di Albinati è proprio la realtà a risultare carente, a smorzarsi nella stilizzazione di due figure che faticano ad esistere e a dire qualcosa di più sull’impossibilità dell’isola per gli amanti, dentro e fuori la pagina.


albinati-3594Edoardo Albinati, Un adulterio, Rizzoli, Milano 2017, 128 pp. 16€

 

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Tags: adulterioAlbinatiisolaromanzo
Lucia Faienza

Lucia Faienza

Lucia Faienza è ricercatrice in Letteratura italiana contemporanea presso l'Università degli Studi dell'Aquila. Le sue passioni più durature sono i romanzi, il cinema e Bach- non necessariamente in quest'ordine.

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