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Oltre i margini dell’esistenza. Gli ‘sconfinamenti’ della poesia di Lucio Piccolo

Alba CastellodiAlba Castello
24 Maggio 2024
in Poesia
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Oltre i margini dell’esistenza. Gli ‘sconfinamenti’ della poesia di Lucio Piccolo

Sunlight shade on concrete wall at the park

Intervento letto durante il Convegno tenutosi all’interno del II° Festival di Poesia Paolo Prestigiacomo, San Mauro Castelverde, 20 agosto 2022

Nella famosa prefazione alla prima racconta mondadoriana di Lucio Piccolo, edita nel 1956 e intitolata Canti barocchi e altre liriche,[1] così Eugenio Montale presentava l’esordiente poeta:

Un uomo molto singolare, un uomo sempre in fuga, […], un uomo che la crisi del nostro tempo ha buttato fuori dal tempo.[2]

Sebbene non si addica al «singolare» poeta di Capo d’Orlando la troppo sbrigativa definizione di «isolato»,[3] contraddetta dai numerosi contatti con l’ambiente intellettuale del tempo e dalle non poche «corrispondenze letterarie»,[4] è indubbio che la sua poesia presenti i caratteri di un’opera «controcorrente»[5] e in rotta con il suo tempo. Posto a margine della produzione del secondo Novecento dalle principali antologie poetiche, Piccolo è sicuramente incollocabile nel panorama poetico a lui contemporaneo. La sua opera, sebbene alimentata da una fitta rete di rimandi letterari e da un incessante dialogo intertestuale, con la letteratura italiana ed europea, contemporanea e no, rimane estranea a ogni possibile collocazione.

Tra le molteplici peculiarità stilistiche e tematiche che permettono di definire l’originalità della poesia piccoliana un ruolo di rilievo rivestono le inconsuete e «singolari» protagoniste dei suoi versi: le «sognanti, lontane ombre»,[6] come il poeta stesso le definisce. Attraverso esse, nella concretezza monumentale del barocco palermitano, nelle campagne orlandine e negli interni casalinghi l’autore intraprende la sua ricerca di un «senso del trascendente»,[7] dell’oltre il limite. Tale «sconfinamento»[8], il varcare la soglia dell’esistente, si riconnette direttamente a una riflessione sulla caducità del corpo e sull’inarrestabile trascorrere del tempo che tanta parte ha nella sua lirica.

In Canti barocchi prima, in Gioco a nascondere e soprattutto in Plumelia, accanto agli oggetti della memoria, ai volti paesani e alle figure mitiche e ancestrali, hanno il loro posto le misteriose presenze incorporee. D’altronde, già un’osservazione di carattere lessicale permette di rilevare come il termine ombra sia tra quelli più ricorrenti e semanticamente sfuggenti in tutte le sillogi del poeta, dunque «poeticissimi», per dirla con Leopardi.

In Canti barocchi e altre liriche, in particolare nel quarto componimento intitolato La notte, che chiude la suite dei quattro Canti, si legge:

La notte si fa dolce talvolta,

[…]

Subito allo schermo dei sogni

soffia in vene vive volti già cenere, parole afone…

muove la girandola d’ombre:

[…]

Riverberi d’echi, frantumi, memorie insaziate,

riflusso di vita svanita che trabocca

dall’urna del Tempo.[9]

L’atmosfera in cui misteriose presenze si animano è, non a caso, quella notturna. Proprio la notte, infatti, diventa la grandiosa orchestratrice di oniriche danze. Nel delineare tale atmosfera Piccolo affianca, inaspettatamente, alla materialità immanente delle «vene vive», una figurazione mortifera e spettrale: i «volti già cenere».

«La proliferazione a catalogo, a serie, delle immagini»[10] pare rispondere in tal caso all’esigenza di meglio definire la «girandola d’ombre». Le quattro immagini adoperate dal poeta nei versi citati sono portatrici di un senso profondo di precarietà e incompletezza e al contempo recano in sé traccia di qualcosa che è stato («riverberi d’echi», «frantumi», «memorie insaziate», «riflusso di vita svanita che trabocca dall’Urna del Tempo»).

Piccolo sente il bisogno di esplicare e specificare la densa semantica della sua rappresentazione e, a proposito dell’espressione «memorie insaziate», nei suoi Appunti critici, spiega:

Le memorie insaziate possono avere due sensi: memorie di qualcuno che nella vita non compì quello che voleva, che rimase come un nodo non sciolto. Memoria che non cessa mai di ritornare come in un incubo. […] Non propriamente fantasmi nel senso spiritualistico e tradizionale, esse sono tuttavia sul punto di diventarlo.[11]

L’autore, dunque, insiste su quello che evidentemente considera uno dei nuclei concettuali della sua poetica. Tali entità intangibili non devono essere considerate fantasmi nel senso «spiritualistico e tradizionale» del termine, la loro è una condizione ancora in divenire («non propriamente fantasmi […] sono sul punto di diventarlo»).

La dimensione del trascendente viene tuttavia sottoposta a un continuo processo di normalizzazione, privata dei connotati più terrificanti e accolta in toto nel quotidiano.

Anche in Gioco a nascondere le ombre rivestono un ruolo centrale. Proprio a proposito della sua seconda raccolta Lucio Piccolo, in un’intervista rilasciata a Ronsisvalle, dichiara:

Credo che la parte migliore di Gioco a nascondere sia quando è venuta l’oscurità, e la casa si è interiorizzata, è diventata ombra, spazio in cui andiamo errando e ritrovando le figure care, persone care che ci sono state vicine… [12]

Il poeta con tali affermazioni amplia ulteriormente lo spettro semantico e aggiunge nuove sfaccettature alla dimensione dell’ombra. Gli evanescenti profili sono, quindi, anche «figure care», «persone care» e la casa stessa, interiorizzata, diventa ombra.

Un componimento in particolare della silloge del 1960, l’ultimo, non solo pone al centro le inquiete presenze ma proprio da esse prende il titolo: Ombre. Si legga l’incipit della lirica:

Le sognanti lontane ombre che sono

dietro le tue parole questa notte,

fantastiche o dolenti le portava

la corrente dei giorni, il vento che apre

i colori, ed ognuna il suo segreto

di dolore o di gioia che il destino

segnò e il buio chiude;[13]

Queste impalpabili essenze sono «lontane» e inafferrabili ma, in un bellissimo ossimoro, sono anche così vicine da poter essere avvertite dietro il suono di semplici «parole». Sfuggono a ogni tentativo di razionalizzazione, sono «fantastiche» e allo stesso tempo portano in sé la memoria di esperienze reali.

I versi sembrano suggerire come esse siano custodi del segreto di un dolore o di una gioia, sono travolte dalla «corrente dei giorni» che inarrestabile conduce inevitabilmente a un cambiamento.

Anche nel secondo componimento di Gioco a nascondere, Anna Perenna, dedicato a una dea, una mitica divinità delle acque, la costante ansia del varcare la soglia trova nuova conferma:

intese hai con l’ombra, Perenna,

urgono ad un tuo sguardo d’intorno

forze di generazioni inesauste

alle soglie, in ansia di forme[14]

Anna Perenna ha intese misteriose con l’ombra e con «forze di generazioni inesauste» che, in una perenne condizione liminare, tra materialità corporea ed evanescenza, rimangono «in ansia di forme». La comunione, o forse meglio la comunicazione, tra corpi e ombre, tra terreno e ultraterreno, è evidente e necessaria.

La poesia di Lucio Piccolo, che a buon diritto potrebbe essere dunque definita poesia di continui sconfinamenti nel mondo dell’oltre, delle ombre, muove costantemente alla ricerca di quel «senso familiare d’oltre il limite»,[15] come lo stesso autore lo definisce. Ma, come sottolineato già all’inizio, è soprattutto nell’ultima raccolta, in Plumelia, che tali presenze acquistano un ruolo centrale. Come per La notte, in Canti barocchi, e per Ombre, in Gioco a nascondere, anche nella terza raccolta si può rintracciare almeno un componimento dedicato interamente alle misteriose entità, nel titolo esplicitamente definite come I morti:

                                           

Un’ombra

che si allungò su la credenza,

o nel cortile sotto la caldaia

l’occhio che ancora luce

quando tutto è spento,

soltanto questo, ma sono

i morti. Male non fanno, che può

un flusso di memoria

senza muscoli o sangue? terrore

dai vani al crepuscolo, bianche

ombre, movenze agli spiani

tesi di luna nei sogni infantili…

Pure un turbamento sono, nelle sere

sommesse – pazienza, preghiere.

Sono su le giogaie e i passi

dei monti, anche nei giorni

quando spiegato è calmo il manto

delle domeniche a frange d’oro…[16]

Attraverso le tre sillogi, in un costante gioco di rimandi, il riferimento alle ombre permane ma, in una climax di intensità e di pathos, è in Plumelia che l’autore rappresenta in maniera più articolata e complessa queste fantastiche compagne del suo itinerario poetico. È nello spazio della dimora che l’identificazione di esse con i morti diventa esplicita: «ma sono | i morti. Male non fanno».

Le ombre, sono adesso flussi di memorie «senza muscoli o sangue». E, andando oltre le mura domestiche, in un ulteriore ampliamento semantico e della prospettiva, esse sono anche essenze proprie del paesaggio naturale, spiriti nuovi e antichissimi, che si agitano sulle giogaie e sui passi dei monti.

L’autore mette a punto un lessico specifico e puntuale. Quelle che prima erano appellate genericamente come «ombre» sono, adesso, definite «i morti». La scelta lessicale tradisce una nuova ansia definitoria che non connotava le raccolte precedenti.

Il valore e la novità delle misteriose e mistiche presenze, nelle molteplici forme che esse assumono, sembra risiedere nel loro essere parte essenziale di una complessa concezione dell’esistenza, che travalica i margini dell’immanente, del tangibile, e non procede in direzione lineare ma ciclica. Ma le teorie sui fantasmi e sull’oltre-vita e l’humus esoterica da cui traggono linfa vitale, ben lungi dal rimanere ancorati a un mero orizzonte di superstizioni e miti, lontani dall’avere valenze religiose, assolvono a una funzione poetica e conoscitiva fondamentale. Gli sconfinamenti nel mondo dell’oltre diventano strumento di definizione e di comprensione della vita, anche nella sua forma immanente. Poiché tutto quello che è terreno e precario non è altro che figurazione del sempiterno adempimento che si realizzerà nell’oltre-vita.

La ricerca piccoliana, che prende le mosse dal quotidiano e rivolge una grande attenzione al segreto custodito nella concretezza dei personaggi rurali che popolano i versi, sente il bisogno di indagare anche tutto quello che essi saranno: nient’altro che ombra, «memoria insaziata», «anime in fiamme», parte di quel cerchio dell’esistenza che, in quanto tale, non conclude ma, semmai, ritorna, seppure in forma altra: «Che cos’è il futuro se non aspettazione, e dunque nostalgia di un ritorno? » [17]


[1] L. Piccolo, Canti barocchi e altre liriche, con la Prefazione di Eugenio Montale, Mondadori, Milano 1956.

[2] E. Montale, Prefazione a Canti barocchi e altre liriche e poi in Gioco a nascondere. Canti barocchi e altre liriche, Mondadori, Milano 1960, p.106.

[3] V. Ronsisvalle, Il favoloso quotidiano. Sceneggiatura e script del film tv su Lucio Piccolo, maggio 1967, in Lucio Piccolo, «Galleria», a cura di V. Consolo, V. Ronsisvalle e J. Tognelli, maggio-agosto 1979, n. 3-4, p.

[4] Si ricordino quelle le corrispondenze letterarie con W. B. Yeats (per le lettere di Yeats cfr. N. Tedesco, Lucio Piccolo. Cultura della crisi e dormiveglia mediterraneo, cit., pp. 49-50), con gli editori Mondadori e Scheiwiller e con scrittori e intellettuali di rilievo quali Guido Piovène, Leonardo Sciascia, Maria Luisa Spaziani, Vincenzo Consolo, Corrado Stajano (Due lettere inedite di Piccolo a Corrado Stajano, «Galleria», XXX, 3-4, 1979), Antonino Pizzuto (L’oboe e il clarino. Carteggio 1965-1969. Antonio Pizzuto – Lucio Piccolo, a cura di A. Fo e A. Pane, Scheiwiller, Milano 2002).

[5] Cfr. N. Tedesco, Lucio Piccolo, Pungitopo, Marina di Patti 1986; poi in edizione riveduta e ampliata in Lucio Piccolo. Cultura della crisi e dormiveglia mediterraneo, Sciascia editore, Caltanissetta-Roma 2003, p. 57.

[6] L. Piccolo, Ombre, in Gioco a nascondere. Canti barocchi e altre liriche, Mondadori, Milano, 1960, p. 44.

[7] V. Ronsisvalle, Il favoloso quotidiano, cit., p. 95.

[8] L. Piccolo, in Gioco a nascondere, cit., p. 14.

[9] L. Piccolo, La notte, in Canti barocchi e altre liriche, cit, p. 61. Il corsivo è mio.

[10] Cfr. E. Montale, prefazione a Canti barocchi e altre liriche, cit., p.109.

[11] Cfr. L. Piccolo, Appunti critici, in N. Tedesco, Lucio Piccolo, cit., pp. 121-122.

[12] Cfr. V. Ronsisvalle, Il favoloso quotidiano, cit., p. 72. Il corsivo è mio.

[13] L. Piccolo, Ombre, in Gioco a nascondere, cit., p.44.

[14] L. Piccolo, Anna Perenna, in Id., Gioco a nascondere, cit., p. 23. Il corsivo è mio.

[15] L. Piccolo, Gioco a nascondere, in Id., Gioco a nascondere, cit., p. 15.

[16] L. Piccolo, I morti, in Plumelia, cit., p. 47.

[17] Nella già citata intervista del 1963 rilasciata a Domenico Cicciò si legge: «Ha notato l’uso che io faccio del futuro? Che cos’è il futuro se non aspettazione, e dunque nostalgia di un ritorno? Il mio strumento principale resta il ritmo. È la realtà che deve calarsi nel simbolo, e non viceversa.» (D. Cicciò, Non garba a Lucio Piccolo l’altrui Gioco a nascondere, cit.).

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Tags: #poesiacritica di poesiaLucio Piccolopoesia contemporanea
Alba Castello

Alba Castello

Alba Castello è Ricercatrice in Letteratura italiana contemporanea presso l’Università degli Studi di Palermo dove ha conseguito il titolo di dottore di ricerca con la realizzazione di un’edizione genetica digitale su "Plumelia" di Lucio Piccolo. I suoi interessi letterari e filologici sono rivolti principalmente alla poesia e alla prosa del secondo Novecento e alle nuove metodologie digitali di analisi e di edizione del testo, argomenti ai quali ha dedicato interventi e saggi. Tra i suoi lavori si segnalano le monografie: "«Nel profondo del tempo e dei tramonti». Tra le carte di Lucio Piccolo: nuclei ideativi e processi compositivi di Plumelia", Palermo University Press, Palermo, 2022 e "«In questa geografia precisa e infrequentata». Le topografie letterarie della poesia di Giorgio Caproni", Pungitopo editrice, Gioiosa Marea, 2022. Collabora con il portale sul Romanzo italiano contemporaneo "Lo specchio di carta" diretto da Domenica Perrone.

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