Voglio essere

nella Storia

e voglio essere

assente dalla Storia.

Voglio essere riconosciuta

e voglio l’onore

di non esserlo.

(Carla Lonzi, Taci, anzi parla)

La prima volta che lessi Sputiamo su Hegel, circa sei anni fa, ne fui folgorata. Avevo 27 anni, stavo terminando il dottorato, e di Carla Lonzi sapevo solo che aveva fondato un importante gruppo femminista negli anni Settanta. Avevo da poco concluso Elogio del margine di bell hooks e, nonostante gli itinerari di vita e di pensiero delle due fossero molto distanti per non dire opposti – hooks esponente del femminismo intersezionale, Lonzi del femminismo della differenza –, nella mia testa questi testi avevano creato un cortocircuito: in entrambi avevo percepito un potere trasformativo della parola; una radicalità di pensiero che contiene contraddizioni e ambivalenze che mi sollecitavano; un posizionamento marginale, dove il margine diventa punto di osservazione privilegiato per osservare il centro ed elemento fondativo per la costruzione dell’identità.

Dopo la lettura ricordo di aver cercato un confronto con diverse persone che sapevo interessarsi al femminismo o agli studi di genere e le reazioni al mio entusiasmo per Lonzi erano principalmente due: o dichiaravano di conoscerla ma di non averla mai letta, oppure (in molti) ammettevano di non sapere chi fosse. Per molti anni su Carla Lonzi (1931-1982), figura centrale del femminismo italiano di seconda ondata e fondatrice di Rivolta Femminile insieme a Carla Accardi ed Elvira Banotti, è calato un lungo silenzio, in buona parte dovuto alla mancata circolazione dei suoi scritti e alla difficoltà materiale nel reperirli (fino al 2010 l’unica edizione esistente era quella del 1974 pubblicata dalla casa editrice di Rivolta [1]).

Per questo motivo, particolarmente felice è stata la scelta de la Tartaruga, casa editrice fondata nel 1975 da Laura Lepetit (che peraltro aveva militato in Rivolta Femminile) e che da qualche anno è stata rilevata da La nave di Teseo, di ripubblicare la sua opera. Una scelta, questa, che si pone in continuità con una riscoperta di Lonzi anche da parte della critica, che negli ultimi anni le ha consacrato diversi studi monografici (Zapperi, Iamurri, Conte, Subrizi). Inaugura questo progetto di ripubblicazione Sputiamo su Hegel e altri scritti, a cura di Annarosa Buttarelli, dal 2018 responsabile del Fondo Carla Lonzi alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Oltre al saggio che dà il titolo alla raccolta, il volume contiene altri cinque testi [2] (Manifesto di Rivolta Femminile; Assenza della donna dai momenti celebrativi della manifestazione creativa maschile; Sessualità femminile e aborto; La donna clitoridea e la donna vaginale; Significato dell’autocoscienza nei gruppi femministi), che esprimono in modo eloquente la radicalità del pensiero di Lonzi sia a livello teorico che a livello formale.

Oggi, leggere o rileggere la sua opera significa, infatti, entrare in contatto con una parola diretta, assertiva, colta, volontariamente provocatoria e generatrice di domande: come scrive la stessa Lonzi nella premessa in apertura a Sputiamo su Hegel e altri scritti, i testi che compongono il volume, più che essere dei «punti fermi teorici», rendono conto di un pensiero che è in divenire e «riflettono un modo iniziale […] di uscire allo scoperto», dopo aver constatato con sdegno «che la cultura maschile in ogni suo aspetto aveva teorizzato l’inferiorità della donna» (p. 9).

Il percorso che la conduce alla fondazione di Rivolta e alla scrittura di questi testi è caratterizzato da un graduale processo di presa di coscienza che culmina con il passaggio, avvenuto proprio tra il 1969 e il 1970, dalla critica d’arte al femminismo. Lonzi, infatti, nasce come critica d’arte, affermandosi tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta come una delle principali promotrici e scopritrici delle nuove correnti di stampo astrattista, come l’arte informale e l’arte povera. Sarà proprio la frequentazione ravvicinata degli artisti (tra cui Pietro Consagra, che diventerà il suo compagno) a far emergere in lei una nuova concezione di critica d’arte «non gerarchica e partecipativa» (Zapperi) lontana dai modelli dell’epoca (in particolare Roberto Longhi, con cui si era formata, e Giulio Carlo Argan, contro il quale prende parola pubblicamente nel 1963 con l’articolo La solitudine del critico).

Questo nuovo modo di pensare la critica trova la sua espressione più compiuta in Autoritratto (1969) in cui Lonzi dà vita a un «convivio immaginario» [3] con quattordici artisti attivi negli anni Sessanta (Carla Accardi, Getulio Alviani, Enrico Castellani, Pietro Consagra, Luciano Fabro, Lucio Fontana, Jannis Kounellis, Mario Nigro, Giulio Paolini, Pino Pascali, Mimmo Rotella, Salvatore Scarpitta, Giulio Turcato, Cy Twombly). In quest’opera la voce di Lonzi si interseca con quella degli artisti in un dialogo paritario e senza sopraffazione, dando vita a una forma che, seppur su temi diversi, in parte anticipa una pratica centrale del gruppo femminista da lei fondato, cioè l’autocoscienza. L’esperienza come critica d’arte le permette inoltre di far emergere la centralità della questione del riconoscimento tra artista e critico-spettatore e, in particolare, la mancata reciprocità nel rapporto con gli artisti: prendendo a modello la dialettica servo-padrone, Lonzi si rende conto che il suo ruolo, in quanto critica-spettatrice, è sempre stato quello di dare riconoscimento agli artisti senza però essere mai riconosciuta:

La personalità creativa, intanto che sembra dare agli altri, toglie loro la possibilità di fare centro su di sé e di mirare a una liberazione in proprio. L’artista accetta la liberazione di riflesso che egli elargisce, anche se non si accorge che il sospetto che egli ha verso lo spettatore è un risultato inconscio di questa operazione ambigua. Quando ho capito che mi si chiedeva di immedesimarmi nello spettatore ideale, mi sono sentita a disagio. Che funzione era quella? D’altra parte, l’ambiguità dellartista verso lo spettatore viene anche dal fatto che lui ne ha bisogno e perciò deve sentirsi autorizzato a procurarselo: lo cerca, lo alletta, lo adopera, lo ricaccia lontano dalla ricerca di sé. Nonostante tutto l’artista fa il vuoto di creatività intorno a sé (Lonzi, Taci, anzi parla, p. 45).

È proprio una volta constatato questo «vuoto di creatività» dell’artista e la conseguente impossibilità di essere riconosciuta che Lonzi abbandona definitivamente la critica d’arte e si apre al femminismo, passaggio accelerato tra l’altro dalla presa di coscienza di una sovrapposizione fondamentale tra il rapporto artista-spettatore e quello uomo-donna. Infatti, così come l’artista ha bisogno dello spettatore per essere riconosciuto ma non fa lo stesso nei suoi confronti, allo stesso modo anche l’uomo, secondo Lonzi, necessita della donna per realizzare il suo desiderio di riconoscimento, che tuttavia manca di reciprocità. Come affermerà in uno dei primi testi pubblicati insieme al gruppo di Rivolta, «la creatività maschile ha come interlocutore un’altra creatività maschile, ma come cliente e spettatrice di questa operazione mantiene la donna il cui stato esclude la competitività. […] L’attività dell’uomo, anche nell’arte, si articola nella competizione con un partner che è ancora un uomo, e nella contemplazione che chiede alla donna» (Assenza della donna dai momenti celebrativi della manifestazione creativa maschile, pp. 63-64).

La scoperta del femminismo – «è stata la mia festa» scriverà nel suo diario – si traduce nella possibilità di uscire dal ruolo contemplativo di spettatrice e di essere riconosciuta come soggettività, attraverso forme di espressione non prevaricanti. Nel 1970 insieme a Elvira Banotti e Carla Accardi (unica artista donna presente anche in Autoritratto) Lonzi fonda Rivolta Femminile, pubblicando tra il 1970 e il 1972 una serie di testi teorici che nel 1974 verranno raccolti nel volume Sputiamo su Hegel e altri scritti. Il primo di questi è il Manifesto di Rivolta Femminile (1970), in cui vengono esposti i principi fondativi del gruppo, perlopiù volti all’affermazione del concetto di differenza («La donna è l’altro rispetto all’uomo. L’uomo è l’altro rispetto alla donna. L’uguaglianza è un tentativo ideologico per asservire la donna a più alti livelli», p. 13) e del separatismo («comunichiamo solo con donne», p. 20), che in seguito diventerà un vero e proprio processo di uscita dalla cultura («deculturizzazione», p. 43), considerata come il luogo principale di manifestazione del potere patriarcale.

I due testi più corposi della raccolta, Sputiamo su Hegel (1970) e La donna clitoridea e la donna vaginale (1971), rappresentano proprio il tentativo di mostrare l’origine patriarcale della filosofia e della cultura occidentale. Nel primo, questa decostruzione avviene analizzando quelli che per Lonzi rappresentano i capisaldi del pensiero occidentale e dell’oppressione femminile: il marxismo, con la sua assimilazione dei rapporti di genere con i rapporti di classe; Hegel, filosofo che ha «razionalizzato il potere patriarcale nella dialettica tra un principio divino femminile e un principio umano maschile» (p. 27), definendo la differenza tra i sessi non come una condizione umana ma come un dato metafisico, immutabile; la psicanalisi, responsabile della formulazione di una teoria della sessualità in cui il piacere e l’immaginario sessuale femminili sono pensati in funzione dell’uomo e del fallo.

Ne La donna clitoridea e la donna vaginale, invece, in molto simile a ciò che negli stessi anni la femminista statunitense Anne Koedt scriveva nel suo The Myth of The Vaginal Orgasm (1970), Lonzi si concentra su quella che considera la principale sfera entro cui si manifesta l’assoggettamento femminile, ossia la sessualità, definita come il primo luogo di esercizio del potere patriarcale e di sottomissione della donna. Rivendicando la separazione nel corpo femminile tra organo di piacere (clitoride) e organo riproduttivo (vagina), Lonzi identifica nella donna vaginale colei che simbolicamente aderisce al mito culturale della femminilità e che accetta l’oppressione femminile senza rivendicare il proprio diritto al piacere, mentre nella clitoridea colei che ha coscienza di esistere indipendentemente dai ruoli e che sceglie consapevolmente di non subordinare il proprio piacere – e quindi il proprio sé – a quello maschile:

La donna vaginale è quella del patriarca e la sede di ogni mito materno, la donna schiava che tramanda la catena delle soggezioni da cui il dominio maschile è stato reso permanente in qualsiasi mutamento storico. L’imprevisto del mondo non è la rivoluzione sessuale maschile, cioè il disinibirsi che porta a un rinnovato prestigio del coito nella coppia, nel gruppo, nella comunità o nell’orgia universale, ma la rottura del modello sessuale pene-vagina. In questo imprevisto sta il possibile scioglimento dei nodi insolubili creati dalla cultura patriarcale che ha soggiogato la donna nella sacralità del rapporto emotivo superiore-inferiore (p. 136).

Come emerge da questa citazione, la critica di Lonzi si rivolge anche alla rivoluzione sessuale (nello specifico alle teorie di Wilhelm Reich, particolarmente diffuse in Italia negli anni Sessanta) e all’idea, promossa soprattutto dai movimenti del Sessantotto, di una sessualità libera e disinibita ma ancora confermativa del primato del coito sul piacere (femminile):

La delusione che il femminismo ha avuto anche sui movimenti hippies deriva dal fatto che il giovane che non fa la guerra, ma l’amore finisce per ristabilire suo malgrado quel funzionamento che lo conferma difensore del nucleo primario del patriarcato (p. 128).

Proprio in relazione a questa critica al coito e alla (falsa) libertà sessuale è da leggere anche il testo Sessualità femminile e aborto (1971), in cui le donne di Rivolta si schierano contro la liberalizzazione dell’aborto, giudicato l’ennesimo tentativo dell’uomo di deresponsabilizzarsi e di riaffermare la centralità di una sessualità procreativa:

La liberalizzazione dell’aborto è diventata attraverso millenni, la condizione mediante la quale il patriarcato prevede di sanare le sue contraddizioni mantenendo inalterati i termini del suo dominio. […] Proviamo a pensare a una civiltà in cui la libera sessualità non si configuri come l’apoteosi del libero aborto e dei contraccettivi adottati dalla donna: essa si manifesterà come sviluppo di una sessualità non specificatamente procreativa, ma polimorfa, e cioè sganciata dalla finalizzazione vaginale. Non si tratterà più di preparare l’incontro tra il sesso di un soggetto egemone e il suo strumento, ma tra due soggetti umani, la donna e l’uomo, e i loro sessi (p. 72, 74).

È interessante notare come le posizioni di Lonzi e di Rivolta Femminile sulla falsa libertà sessuale e sull’aborto anticipino e siano paradossalmente molto simili a quelle di Pier Paolo Pasolini che, in diversi testi e in particolare nel 1975, nel suo famoso articolo Sono contro l’aborto per il «Corriere della Sera», adduceva tra le ragioni per cui schierarsi contro l’aborto la centralità egemonica del coito. Parallelamente allo sviluppo di un pensiero teorico scritto, l’altro elemento che caratterizza il femminismo di Lonzi e di Rivolta Femminile è l’autocoscienza, pratica fondamentale per il processo di conoscenza del sé e definita come uno «spazio storico» (Significato dell’autocoscienza nei gruppi femministi, p. 140) in cui la donna nasce come soggetto e pone le basi della sua autonomia.

L’autocoscienza rappresenta il corrispettivo italiano del consciousness raising, una pratica già diffusa nei gruppi femministi americani degli anni Sessanta, consistente in un processo di ricerca e di trasformazione di sé a partire dal confronto con le proprie simili. Concretamente essa si traduce in una serie di incontri, spesso domestici, in cui attraverso la presa di parola individuale, la narrazione del sé e l’ascolto reciproco, le donne di Rivolta danno vita a uno spazio unicamente femminile dove riconoscersi mutualmente e sancire la propria autonomia rispetto all’universo maschile. L’elemento innovativo di questa pratica è la possibilità di coniugare la dimensione politica della creazione di uno spazio relazionale tra donne con la dimensione narrativa che rende possibile il riconoscimento attraverso il racconto del sé.

Se Sputiamo su Hegel e altri scritti è l’espressione teorica del femminismo di Lonzi, le altre opere che rientrano nel progetto di ripubblicazione (il diario Taci, anzi parla. Diario di una femminista, Vai pure. Dialogo con Pietro Consagra, la raccolta postuma di poesie Scacco ragionato. Poesie e gli Scritti sull’arte) rendono conto non solo dei numerosi ambiti toccati dall’esperienza di Lonzi, ma anche della pluralità di forme esplorate nel suo percorso di ricerca: dalla poesia al saggio critico, dalla trascrizione di dialoghi registrati al diario. La scrittura, con la sua capacità polimorfa, si afferma come la grande costante di tutto il suo itinerario, strumento privilegiato attraverso cui dare voce al proprio desiderio di riconoscimento e attraverso cui unire teoria ed esperienza.

Proprio in virtù della volontà di lasciare spazio alla potenza vibrante delle parole di Lonzi, la curatrice del volume Annarosa Buttarelli ha deciso di non inserire nessun apparato critico in accompagnamento al testo: come scrive nella breve introduzione in apertura, «proponiamo di ripresentare gli scritti di Carla Lonzi senza accompagnamenti critici, come testi per la lotta delle donne, per la meraviglia di coloro che li leggeranno per la prima volta, come alimenti per la trasformazione di sé, come viatico per chi è alla ricerca della qualità di un pensiero» (p. 8). Se da un lato questa scelta ha effettivamente il merito di permettere ai testi di mostrarsi in tutta la loro forza espressiva, dall’altro, forse proprio in virtù dell’operazione editoriale volta a rendere gli scritti di Lonzi maggiormente fruibili a un pubblico variegato e non necessariamente esperto di questioni femministe, sarebbe stato utile presentare questa serie di ripubblicazioni con un cappello introduttivo più esteso che presentasse la figura della femminista e inquadrasse anche solo storicamente il suo pensiero.

Penso per esempio a testi come Sessualità femminile e aborto, in cui le posizioni radicali del gruppo su una questione complessa e ancora di attualità come quella dell’aborto avrebbero potuto essere introdotte e ricollocate dentro il contesto storico culturale in cui si sono prodotte (e magari anche dentro il vivo dibattito che si è sviluppato sulla questione per tutto il decennio degli anni Settanta). Un’operazione simile non avrebbe di certo significato confinare il pensiero di Lonzi all’interno di maglie troppo rigide, ma, anzi, avrebbe consentito a chi legge (soprattutto se neofita) di avvicinarsi ai testi senza rischio di fraintendimenti o equivoci. Questa scelta limita non di poco la portata della ripubblicazione, che rischia di essere più una ristampa in linea con le mode del momento che un reale tentativo di riproporre criticamente il pensiero di Lonzi oggi. Un pensiero complesso e, come dice Buttarelli, «sempre più raro a trovarsi» (p. 8). Un pensiero non privo di ambivalenze e contraddizioni, così come non priva di ambivalenze e contraddizioni è stata la vita di chi lo ha formulato, attraversata da «due spinte entrambe attive e sovrapposte» (Taci, anzi parla, p. 47), che l’hanno portata a stare al contempo dentro e fuori dal mondo, tra bisogno di autonomia e ricerca di riconoscimento. Un pensiero la cui radicalità va interrogata, storicizzata e ricordata, poiché oggi, per dar voce a nuove forme di femminismo (ormai lontane da quello della differenza), è fondamentale tenere a mente i percorsi più validi e prolifici di chi è venuta prima di noi. E quello di Lonzi è sicuramente uno di questi.

[in copertina: uno dei “lenzuoli” di Carla Accardi]


[1] Scritti di Rivolta Femminile è stata la prima casa editrice femminista in Italia.

[2] Sputiamo su Hegel e La donna clitoridea e la donna vaginale sono stati scritti solo da Carla Lonzi, mentre gli altri dall’intero gruppo di Rivolta. 

[3] Lonzi intervista i 14 artisti separatemene, registrandoli su nastro magnetofono e poi, nel momento della sbobinatura, monta le varie interviste in modo da comporre un dialogo tra gli artisti mai realmente avvenuto, in cui disquisiscono sia su questioni legate alle loro opere e allo stato dell’arte contemporanea, sia sui fatti storici di quegli anni.


Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel e altri scritti, a cura di Annarosa Buttarelli, La Tartaruga, Milano 2023, 144 pp., € 16,00.