È un’antologia di testimonianze di chi è nato in un’altra era, quella della rivoluzione digitale. Quasi di nascosto è una raccolta di racconti, scritti da dodici autori, tutti under venticinque. L’ha curata Matteo B. Bianchi per Accento, la casa editrice fondata da Alessandro Cattelan, e il suo intento era quello di emulare l’iniziativa intrapresa, ormai quasi quaranta anni fa, da Pier Vittorio Tondelli, della quale giova fare almeno un cenno.

Il progetto del 1986, in tre volumi, Giovani blues, Belli & perversi e Paper gang, pubblicato nel giro di cinque anni dalla casa editrice Il lavoro editoriale (che assumerà poi il nome Transeuropa), presentava i racconti di ventisei scrittori al di sotto dei venticinque anni. L’obiettivo di Tondelli era di compiere un’indagine letteraria: «Noi non stiamo cercando giovani autori… Cerchiamo semplicemente di vedere cosa diavolo combinano i nostri giovani», dichiarava nella prefazione a Under 25. Giovani blues. La realtà editoriale degli anni ’80, però, era oltremodo diversa da quella di oggi: per giovani esordienti era impensabile pubblicare con una grande casa editrice. Tondelli, invece, diede un’occasione a ragazzi i cui manoscritti erano destinati pressoché tutti al cassetto. Diede loro voce, e colmò un vuoto culturale. Fu un momento spartiacque, in quanto da lì l’editoria in generale, ma soprattutto i colossi del settore, iniziarono ad accogliere anche debuttanti assoluti nei propri cataloghi.

Matteo B. Bianchi, coadiuvato dalla caporedattrice e editor di Accento Eleonora Daniel – ventiseienne, dunque vicinissima agli autori in questione –, si è posto la stessa domanda: cosa scrivono oggi i giovani (autori) italiani? Dopo le nefaste prime fasi di ricerca, però, vista la difficoltà nel reperimento di materiale quanto meno soddisfacente, il curatore ha iniziato a declinare l’interrogativo, mutandolo in: scrivono oggi i giovani italiani? Da riviste letterarie e scuole di scrittura avevano ricevuto picche. «È impossibile: sotto i venticinque non si trova niente», avevano addirittura detto loro. Bianchi nella prefazione racconta di mesi infruttuosi:

Parlando con editor, docenti, librai è emerso come i giovanissimi oggi si affidino a una pluralità di mezzi d’espressione: social, […] podcast, dirette web, cortometraggi, newsletter, canali autogestiti. […] Poi, la forma d’elezione sembra essere quella delle rime, del rap. […] Quella di chi ha oggi tra i diciassette e i venticinque anni è una generazione vivacissima ed estremamente creativa, senza dubbio. Ma, in questo ventaglio amplissimo di strumenti, veniva da chiedersi se fra loro ci fosse ancora qualcuno che scegliesse la narrativa pura e semplice per raccontare e raccontarsi. Eravamo sicuri che qualcuno lo facesse, ma appariva sempre più evidente che per il momento agissero in privato, senza esporsi, quasi di nascosto.

(Prefazione, p. 8).

Solo dopo aver esteso la ricerca ad altri tipi di intermediari – scrittori affermati, insegnanti, influencer, redazioni giornalistiche – le cose sono cambiate e i testi hanno iniziato ad arrivare. Ma c’è voluto quasi un anno. Poi, da quattrocento testi son venuti fuori i dodici che compongono l’antologia. E, in sostanza, quest’ultima racchiude «due anime: da un lato, un panorama di voci nuove fra le quali potrebbero comparire alcune giovani promesse della nostra narrativa futura; dall’altro, una sorta di indagine sociologica sulla realtà contemporanea che i ragazzi vivono e inevitabilmente scelgono di raccontare» (Prefazione, p. 10).

Per quanto concerne la mera qualità letteraria, i racconti dove tecnica stilistica e narrativa vengono più abilmente maneggiate sono tre:

Abbandono, di Michela Panichi: l’autrice ambienta la storia in un collegio femminile d’atmosfera novecentesca, un’istituzione soffocante e oscurantista, e descrive un amore incompiuto: per i tempi, per il luogo, per la mentalità. Oggi sarebbe diverso, forse… La narrazione è condotta dal punto di vista delle studentesse – ingenuo, innocente, curioso –, le quali seguono con lo sguardo lo scorrere e il disfarsi della vita altrui, della vita di un’insegnante che ammirano, e possono solo limitarsi a invidiarne la passione, in quanto a loro, ancora, preclusa.

Primo, di Micol Maraglino: sembra venire da un’altra epoca. Con un tono mitico e ancestrale, l’autrice arriva persino a creare un idioma peculiare della comunità protagonista della storia. Viene narrata l’impresa simbolica di far nascere un bambino nella fame, impresa nella quale crede soltanto un prete, Primo, che si ritrova a combattere contro le superstizioni degli altri abitanti. Era l’unico a giudicare giusta la nascita: giusta in senso umano, non religioso. Perché non è un racconto sulla giustizia, è un racconto sulla speranza.

Nel cuore della matrioska, di Isabella De Silvestro: tratta dell’impegno sociale, di una volontaria che va a trovare e si prende cura di un carcerato. L’autrice tocca temi spinosi, come quello morale di trovare una soluzione giusta – umana – per chi ha arrecato dolore. Ma forse la soluzione non c’è, sembra di capire, e l’unico modo è esserci, star vicino in qualche modo ai carcerati, e vivere a pieno la vita che hanno ormai persa.

Le tre autrici citate dimostrano una indubbia maturità, e potrebbero rappresentare le giovani promesse a cui nella prefazione Bianchi pare alludere per il futuro della narrativa italiana.

Circa gli altri racconti, si alternano prove di buon livello (Ruben Rossi, The best time of my life; Martino Giordano, Non diventare donna; Michelangelo Innocenti, Al di là del principio del D’Angiò; Animata Sow, Pelle italiana; Emma Cori, Miasma), e altre ancora acerbe, dallo stile fin troppo semplice, e carenti di elementi narrativi sufficientemente originali. Ciononostante, offrono la fotografia cui il curatore della raccolta fa riferimento: documentano, cioè, un’indagine sociologica. In fin dei conti, Quasi di nascosto è, prima di tutto, questo: un’indagine sociologica che testimonia i disagi e le paure insiti nell’animo, sembra, di una generazione intera, il cui lamento è spesso strozzato in gola, e arriva ovattato alle orecchie di chi non vuol sentire.

Quella di Accento è, dunque, un’operazione preziosa, che merita di essere, però, più che letta, esaminata, in quanto offre sì uno spaccato dello stato dell’arte della narrazione giovanile, ma, soprattutto, apre una finestra sul loro mondo, un mondo vicino eppure così lontano se si è nati nel secolo scorso.

Tuttavia, nel complesso, viene da chiedersi se a chi per raccontarsi sceglie la forma della pura narrativa non risulti quantomeno estranea questa tecnica d’espressione. Forse lontana. O forse solo diversa dal modo consueto di comunicare, di dirsi. Non è per tutti così, si capisce, ma la sensazione generale – essendo questi, comunque, i migliori testi fra quattrocento censiti – pare essere che l’arte del racconto in prosa non appartenga agli under venticinque così visceralmente come altri mezzi più immediati, veloci, dai contenuti meno ragionati.

Il filo conduttore che unisce i dodici racconti e i dodici autori è la voglia di scappare. La voglia di scappare da qualcosa, non sentirsi mai nel posto giusto, sentirsi sbagliati. Nessuno sta bene dov’è, né com’è. Trapela una certa disillusione, la quale cozza dolorosamente col legittimo sognare in grande degli autori e con la speranza di un futuro appagante. La critica alla società contemporanea è una costante, infatti.

La Generazione Z è la prima nativa del digitale – un mondo, che lo si voglia o no, diverso dal nostro – e ne sarà la prima testimone. Quasi di nascosto dimostra come gli under venticinque abbiano dei valori profondi, che non si può sperare di storicizzare perché, oltre che profondi, sono valori urgenti. Nell’antologia si tratta di guerra, di razzismo, di femminismo. Si parla di transessualità, di barriere sociali, di amore e di amicizia. Di mondo e di vita, insomma. Di un futuro, però, che appare incerto e che spaventa terribilmente. Le battaglie che i ragazzi vogliono intraprendere, e quelle che hanno già iniziato a combattere, esigono la presenza di tutti, anche di chi non li ha ancora capiti, anche di chi ostinatamente non riesce a calarsi – per colpa della cultura e della mentalità del suo tempo – in temi distanti dal proprio modo di pensare.

La Z è la generazione giusta per sensibilizzare il mondo sui temi sopracitati, temi impellenti, temi che riguardano tutti. Proviamo a fiancheggiarli, allora. E per fortuna, forse anche per parlare a chi non li comprende, con buona pace dei Social network, dove tutto sembra evanescente, qualcuno che come antidoto alla paura scrive è rimasto. E la speranza è che continui, perché c’è bisogno di testimoni.


AA.VV., Quasi di nascosto: 12 nuovi autori sotto i 25, a cura di Matteo B. Bianchi, Milano: Accento, 16€, 169 pp.