«Volai sulla cresta del Dolon. È un’altitudine da capogiro, lì le nubi strisciano raso terra e sotto, le montagne, sembrano tanti nani (…). È tutto in curva, una curva dopo l’altra che lungo le pareti ti conduce al cielo, mentre le ruote schiacciano le nuvole» (pagg. 50-51).

Il camionista Ilj’as racconta la scalata al valico di Dolon con il suo rimorchio. Un’impresa quasi impossibile. Voleva dimostrare ai suoi compagni che lui non si fermava davanti a nessuna difficoltà, che poteva superare qualsiasi ostacolo, anche quelli in apparenza insormontabili. È uno dei passi più ispirati scritti da Činghiz Ajtmatov, scrittore kirghiso e voce strettamente legata all’esperienza dell’Unione Sovietica, contenuto nel romanzo La ragazza dal fazzoletto rosso (1970) recentemente pubblicato da Marcos y Marcos.

Ajtmatov (1928-2008) infatti ha vissuto in pieno gli anni della massima espansione politica e militare di Mosca ed è stato un membro di primo piano della Nomenklatura, ricoprendo incarichi istituzionali al massimo livello. È stato anche ambasciatore, mantenendo sempre un profondo legame con il suo stato d’origine, la Kirghizia, oggi Kirghizistan, terra remota e fiabesca, allora ai confini dell’immenso Paese.

Ajtmatov è un autore da scoprire più che da riscoprire, dato che da noi è praticamente sconosciuto. Soprattutto per la sua capacità di unire l’elegia degli elementi leggendari e delle tradizioni antiche, ancora profondamente radicate nell’immaginario collettivo kirghiso negli anni del dopoguerra, ad una spinta alla modernità. Ed è proprio nel racconto di quella remota terra e delle sue contraddizioni la grandezza di Ajtmatov.

Ne La ragazza dal fazzoletto rosso, il camionista Ilj’as è assegnato all’impervia linea dello Xinjiang, nella confinante Cina, che può raggiungere solo attraverso il valico di Dolon, a oltre tremila metri, un incubo per tutti i viaggiatori a causa delle strade inaccessibili e tortuose sempre innevate, a filo di dirupi e rocce verticali. Vuole dimostrare ai suoi colleghi che è possibile portare un rimorchio sovraccarico lungo quel tragitto già di per sé quasi insuperabile. «Ehi, Dolon, Dolon, colosso del Tian’- Shan’!» (pag. 51) è la sua invocazione ai piedi del passo. Il Tian’- Shan’ è l’imponente catena montuosa che separa il Kirghizistan dalla Cina.

Durante una delle sue missioni di lavoro in viaggio verso un kolchoz, incontra casualmente una ragazza, rimanendo bloccato col suo camion nel fango «sulla strada dove sarebbe annegato un cammello», e si innamora, ma Asel’ è promessa sposa in un matrimonio combinato. Il comunista Ajtmatov, nemico dell’oscurantismo e dell’ignoranza, avversa queste tradizioni secolari: «Dio mio, fino a quando queste vecchie usanze continueranno a spezzare le nostre giovani vite» (pag. 38), fa dire al suo personaggio. Ilj’as e Asel’ decidono di rompere quelle consuetudini ataviche e si sposano; ora però lui deve compiere quell’impresa epica, per tentare di salvare dal fallimento la sua ditta e il suo lavoro, in mezzo a una tormenta, circondato solo da rocce e neve. La vita è molto dura in quegli anni di Dopoguerra nel grande Paese impegnato nella lotta per uscire dalla miseria e dalle tradizioni arretrate. Soprattutto in quelle remote e periferiche repubbliche asiatiche, ostacolate dall’isolamento e dall’asprezza della loro morfologia, fatta di steppe e rilievi imponenti, terre durissime da sottomettere, da coltivare, da vivere. Ma Ajmatov ci mostra quanto forte e indissolubile sia il legame che si crea tra quelle terre e i suoi abitanti. Un legame di dipendenza e di totale amore.

In altre opere, il Kirghizistan di cui Ajtmatov si fa cantore, assume tratti fiabeschi e viene popolato da spiriti, folletti e creature dei boschi, come nel suo romanzo più conosciuto all’estero, Il battello bianco, del 1960 (Marcos Y Marcos, 2007). È la leggenda della Madre Cerva «dalle ramose corna», che un giorno accolse con sé due bambini sulle rive del fiume Enesaj, salvandoli da morte certa e dando loro così la possibilità di fondare la stirpe da cui discende il popolo kirghiso. Il bambino protagonista, di cui non viene mai detto il nome, vive immerso nella sua fantasia, in un mondo incantato, in cui la natura benevola si contrappone al mondo reale, fatto di soprusi e abbandono, di violenza e ingiustizia. Con la mente fugge lontano dalla sua valle e dalla solitudine, lontano dallo zio Orozkul, un «sabotatore della foresta socialista», uomo violento, prevaricatore e alcolizzato; lontano dagli altri adulti che non si curano di lui. Fugge con la fantasia verso il battello bianco che osserva tutte le sere con il suo binocolo. Sogna di diventare un pesce e di raggiungere a nuoto suo padre, che nei suoi pensieri è un marinaio di quel battello che attraversa ogni giorno il lago Issyk Kul’. «Sognava di trasformarsi così perfettamente che tutto in lui sarebbe stato di pesce: corpo, coda, pinne, scaglie – solo la testa sarebbe rimasta la sua, grossa e tonda sul collo magro, con le orecchie a sventola e il naso graffiato. E gli occhi, identici a come sono. Con una piccola differenza – vedono come quelli dei pesci» (pagg. 49-50).

Come in ogni favola, ricorre nei romanzi di Ajtmatov, raccontati quasi sempre in prima persona, la contrapposizione elementare e assoluta tra un buono e un cattivo, tra il bene e il male: ne Il battello bianco al nonno e al bambino si oppone lo zio Orozkul, ne La ragazza dal fazzoletto rosso il camionista Ilj’asil deve fronteggiare il perfido collega Dzantaj, mentre l’antagonista di Kemel è Abakir, in Occhio di cammello (1960). In quest’ultimo, un racconto lungo (Besa Muci, 2020), ci troviamo in un kolchoz, nella steppa di Anarhaj, dove incontriamo varie figure, le principali delle quali sono Kemel e Abakir. Il primo è un ragazzo studioso di etnologia e meccanica, giunto nel kolchoz come addetto al vomere ma ritrovatosi suo malgrado a fare l’acquaiolo; il secondo è il suo capo e lo maltratta continuamente. La loro è la storia di due giovani sovietici, il primo un idealista, il secondo più realista ma anche un uomo meschino. Un giorno viene dato loro un trattore, un mezzo moderno che permette di lavorare con minore fatica e maggiori risultati. Inaspettatamente, un giorno Kemel scavando la terra della steppa con l’aratro meccanizzato trova dell’oro. Questa scoperta per lui è motivo di stupore e di gioia, ma nello stesso tempo anche di amarezza: l’antagonista farà suo l’oro e sparirà. Dietro al tema della rivalità tra i due uomini, risulta dominante la descrizione della vita nel kolchoz, vista attraverso gli occhi di Kemel, la voce narrante, che pensa di essere arrivato in un luogo ideale, e invece si accorge che anche lì la vita è fatta di duro lavoro e di ingiustizie. Ma è sempre la descrizione struggente di quella terra, indomita e ancora superbamente selvaggia, l’anima vera del racconto e l’oggetto della narrazione, che riporta le tracce di lontane epoche passate, di passaggi di fieri popoli nomadi e di mandrie, di battaglie e di misteriose leggende pastorali.«È lì intatta da secoli, la steppa lussureggiante che si estende dall’altopiano curdo fino ai giuncheti di Balxas! Secondo la leggenda, nei tempi remoti, smarritesi sulle colline di Anarhaj, senza lasciare traccia, sparirono intere mandrie, e poi là i cavalli divenuti selvaggi vagarono a lungo» (pag. 29). E a lui stesso, Kemel, perso in quella infinitezza, sembra di sentire ancora l’eco di quelle epopee e di esserne parte. È l’incantesimo della steppa che cattura col suo canto chi ci finisce dentro. «Mi sembrava di sentire la voce dei tempi passati. La terra fremeva, rombava per il calpestio di migliaia di zoccoli. La cavalleria dei nomadi con picche e vessilli si propagava come un’onda oceanica con urla a grida selvagge. Davanti ai miei occhi passavano terribili battaglie: risuonava il metallo, gridavano gli uomini, si azzuffavano, c’erano gli zoccoli dei cavalli. E anche io ero lì da qualche parte. Ma cessava la battaglia e si distendevano per la primaverile Anarhaj le bianche jurte, si innalzava il fumo del kisiak» (pag. 31).

Per Ajtmatov, queste lande devono sì emanciparsi dalla loro condizione semifeudale, ma nel rispetto del loro patrimonio passato. Perché quella è la terra dell’oro. Quello è un paese benedetto, nasconde tesori, ma bisogna saperli trovare, ti ripaga se non lo tradisci. Da dove viene quell’oro della steppa? Kemel lo sa, lo spiega all’indifferente e insensibile Abakir che lo porterà via, tutto per sé: l’oro l’avevano portato i conquistatori Mongoli durante le loro scorrerie: prima di arrivare lì avevano conquistato il Catai portando le ricchezze che avevano depredato. Compaiono ancora le due dinamiche divergenti alla base della vita dei personaggi di Ajtmatov: radici etniche tradizionali e modernità. Ajmatov collega strettamente le radici etniche con la natura nella vita tradizionale del Kirghizistan e le controbilancia con un’accettazione entusiastica dello stile di vita industriale e soprattutto collettivizzato sovietico. Ma non c’è solo la lotta per la modernizzazione e il progresso nell’economia: c’è anche quella nei rapporti sociali e familiari. Ajtmatov mette quasi sempre al centro delle sue storie giovani in contrasto con un mondo legato a tradizioni antiche e superate. Ma spesso questo confronto risulterà perdente: i suoi personaggi riusciranno a sottomettere la natura, non le tradizioni. Ne La ragazza dal fazzoletto rosso, il camionista che domina col suo mezzo meccanico l’impervio passo del Dolon a un alto prezzo, nonostante l’opposizione dei suoi compagni, fa il pari con l’entusiastico Abakir che vuole andare a lavorare nel remoto e arretrato kolchoz e contribuire alla sua emancipazione, riuscendoci. La modernità vince. Ma gli uomini che la promuovono sono degli sconfitti, sul piano umano e individuale. Il’jas verrà abbandonato dalla donna che ama sopra ogni altra cosa, e la prepotenza e la malvagità dell’avversario di Abakir avrà il sopravvento.


Činghiz Ajtmatov, La ragazza dal fazzoletto rosso, traduzione di Ljiljana Avirović, Milano, Marcos y Marcos, 2022, 16,00€.