Un’opportuna premessa

La raccolta d’esordio di Francesco Brancati, L’assedio della gioia (Le Lettere 2022) si propone fin dal titolo come “affettato” e “sprezzante” contributo al districamento (o alla complicazione) di un discorso sul presente. L’ambiguità dei due termini, coltivata come un orticello candidiano dall’autore con quanto di fecondo e di sconfitto ciò comporta, è quella poi di tema e rema. Soprattutto in un’epoca che tenta di nascondere con tutte le sue forze che ciò di cui si parla è già una forma di commento

L’obbligo di godere di lacaniana memoria, belletto miserabile dato a una forma di vita costruita sulla disgregazione e la disaffezione, è qui fissato nella sua contraddizione più deflagrante. La promessa di annichilimento ricevuta, cioè, da questa gioia falsa nelle situazioni estreme della fine della giovinezza, dell’amore, della salute, della vita; che bastano forse a coglierne la suprema mistificazione, non certo a superarla. Ne risulta, nei cinquanta testi che compongono la raccolta (ripartiti in sei sezioni più poesie “di guardia”), l’immagine plastica di una o più dimidiazioni, una o più “ferite”; e, nei momenti più felici, la balenante immagine di una più viva presenza al mondo, e dell’interdetto che la vieta. 


Il libro di Brancati

«I testi della prima e della terza sezione fanno parte di un più ampio volume, L’assedio della gioia, in fase di allestimento», diceva Brancati di Hula Apocalisse, la plaquette con la quale quattro anni fa si presentava sulla scena poetica. Eppure, L’assedio della gioia non è soltanto la “composizione” di quanto appariva sotto forma di “scheggia impazzita” nel 2018. Senza dubbio incide l’opera di dissezione di quei versi, che appaiono altrettante, irriconoscibili schegge nell’Assedio. Un libro che dunque senz’altro approfondisce e complica quanto, in questo proto-esordio, poteva dare adito a facili tentazioni genealogiche.

L’operazione in sé, d’altronde, spingendo sul pedale di un paradossale classicismo d’avanguardia, motivava in questo senso alcune tendenze ritmico-prosodiche. Un certo verso ipnotico, di matrice sostanzialmente anapestica e tendente all’endecasillabo («la colpa rovinando | rossa e frastornata sulla grana dell’asfalto», p. 53; «tutte le stelle mi entrarono in gola», p. 63); certe metafore araldiche («la casa era la rovina», p. 50); certi plurali stagliati come categorie dello spirito («e furono le impiccagioni nel cortile», p. 51); le insistenze sul remoto spesso in anastrofe («la poca luce attrasse», «la resa infine impose», p. 50); i preziosismi spesso aggettivali («enfiato», p. 33; «cilestrini», p. 39).

Eppure, senza soluzione di continuità, vi si avvertiva il gusto di una referenzialità repentina, da negativo in corso di sviluppo, da piano-sequenza cinematografico; un’attenzione visiva e si direbbe quasi ottica, sonora e anzi musicale ; l’immagine “arguta” e “meravigliosa” ritrovata dentro l’improvvisazione («arriva l’amore sinestetico | e brucia le ali di un moscone», p. 54).


Un brano

Ebbene, pur senza aver perduto la più parte di questa pasta ritmica, verbale e immaginativa, L’assedio della gioia è già un libro profondamente diverso. Sembra, cioè, che Brancati abbia apposto dei sigilli a quanto prima era furore e virtuosismo, raffreddando le immagini e i pensieri fino a renderli spietati e lucidi, al limite (come è stato peraltro già detto) “evanescenti”. 

Il testo d’apertura è, in qualche modo, un frattale del libro, e non solo per le movenze da accordatura orchestrale che lo avvicinano inesorabilmente ai libri di Mario Benedetti:

Adesso crede di ascoltare
il suo pensiero, invece intorno
sono due i sistemi di areazione:
le ventole sotto il corpo unibody
del portatile e poi le altre,
attraversano il corridoio, respirano l’edificio,
diventano i suoni che consentono il silenzio.
In quello stesso spazio il dittero
al ventottesimo giorno
curva la superficie delle molecole
in volo verso la spianata.

Di sera e al mattino ha sempre questa sensazione
una sostanza si frappone fra le cose che tocca
e le sue mani: prima di aprire lo stipite della cucina
dice che quel muco impalpabile deve per forza di cose
avere a che fare con il rimorso,
l’assenza del rumore non mi fa pensare.

La fila per i pasti lo trattiene vicino alla porta,
accanto un tavolo di plastica con gli adesivi
e un fiore giallo, pure di plastica. Qui dice
se taglio una pietra penso di poter capire
perché sei andato via.

Ha voltato le spalle.
Dopo, il suo sguardo annota.


Una lettura

La contemplazione della salvezza miserabile di altre Umwelten («il dittero al ventottesimo giorno») è in fondo analoga e simmetrica allo spazio dell’azione umana. «La cucina», «i pasti», «la porta», i «tavoli», i «fiori»; sarebbero archetipi validi sempre, ma nel libro muoveranno a caratterizzare l’uso ormai mostrificato degli spazi della “vita” (Paesaggio con passaggio), interni di ospedale (Giorni di vacanza), le sempre più oltraggiate immagini dell’abitare (Il terzo motivo). In mezzo, variamente, più o meno contemplate vie d’uscita («inventare gli sguardi senza le parole», p. 78) e quiete disperazioni («la pioggia | e la storia sono un altro ordine | di grandezza, che non lo riguarda», p. 25). Nonché le amare e innocenti manifestazioni di ciò che ormai oggettivamente immette al mondo e insieme aliena. I fiori sono di plastica.

Il corpo nella sua dimensione vissuta e organica occupa endemicamente il discorso. Lo si avverte nei più scoperti e irosi tentativi di esaurire una grammatica (Il corpo, pp. 67-68). Ma anche nella qualità lessicale e posturale. «Quando è sera il corpo sembra vetro | ma è il respiro a suggerire il vento» (FMB, p. 62).

Qualcosa, fin dal primo testo, presiede sotto forma di pneuma o soffio vitale a ogni sforzo ragionativo e di comprensione; di fatto vanificando o sospendendo ogni preteso suo valore. Sono i due «sistemi di areazione» (sic). Il «corpo unibody | del portatile», mezzo di produzione dell’operaio dell’informazione odierno; e «Le altre» – dotate di agentività verbale e dunque “vive” tecnicamente parlando. Sono le «ventole» che, come ha osservato Antonio Francesco Perozzi, «respirano» antropomorfizzate, inumane. Ma non si tratta di questo, o soltanto di questo. 


Dinamica dei rapporti

La «sostanza» che «si frappone fra le cose che tocca | e le sue mani» appare, come l’«anima» di sereniana memoria (Intervista a un suicida), una sorta di «rimorso». Sta per la serie inenarrabile di mediazioni che ci separa da un mondo ormai oggettivamente ridotto a quantità commensurabile, a somma di informazioni inventariabile. Viene a mancare la ragione stessa della lingua come prima forma di interpretazione dell’enigma naturale.

È già gran tempo che la specie umana non ha più un rapporto immediato con la vita e la natura, ma soltanto con alcune mediazioni: la proprietà come natura mediata, il lavoro come attività mediata, il capitale come mediazione universale. Questa interiorizzazione delle mediazioni, tanto profonda da generare l’illusione di un nuovo rapporto immediato, fu già definita, nell’ambito della cosiddetta Critica radicale, come Antropomorfosi del capitale (e si rimanda a questo link per una trattazione più esaustiva). 

E dunque in fondo la deissi, il puro dato situazionale e implicito, è qui come nel resto del libro il solo vero soggetto, la cifra ineludibile del tempo. Perché disposti a chiasmo, questi deittici recano visivamente e concettualmente le tracce dell’erosione di ogni margine di significazione («Adesso», «In quello stesso spazio», «Qui», «Dopo»). Le parole, al pari delle situazioni, esistono, semplicemente, come il resto («I ricordi oppure le strade non conservano | niente, non servono | a nulla», p. 28); le intermittenze degli incontri hanno una qualità da “agguato” deangelisiano, epitome di una solitudine collettivizzata. Con altre e più alate parole:

Questo mondo, ovvero la comunità apparente […], è una totalità ostile che si sottrae a qualsiasi tentativo di presa e insieme costantemente incombe con durezza ferrea. Insiste ma non è concreta, è un’irrazionalità incommensurabile. Un complesso di eventi ciechi che sembrano rispondere solo a una logica interna, misteriosa, e si impongono con violenza, isolando una piccola persona umana spaesata. (Le forme vuote della storia, «Teatro di Oklahoma»)


Il “personale”…

La prima “persona” è possibile solamente come “voce vocante” di una terza, mossa da fuori campo. Si tratta di complicare, cioè, quanto già Guido Mazzoni aveva fatto a partire dall’io impiegato da Franco Fortini – “romanzesco” nella misura in cui il romanzo guarda dall’esterno tutte le istanze che prendono la parola nel testo. Non è la sola devozione con questo autore, come segnala peraltro Massimo Gezzi nella prefazione al libro. 

La stessa epigrafe anteposta da Brancati, “(2011-2021)”, sembra a suo modo sottintendere un “dialogo a distanza” con Mazzoni. Il gusto mazzoniano è piuttosto quello dell’“in calce”, che ha esempi illustri su una linea che va da Ungaretti a Sereni. Mira a confondere le tracce dello scrivere e del vivere nella polvere della cronaca e della storia, lo complica in un’intrigante giuntura eroico-nichilistica.

A ben vedere, così funziona anche la sua terza persona, che Brancati recupera e adultera per i medesimi motivi, esagerandone i tratti nelle scelte prosodiche. L’ampio utilizzo di incipit ragionativi, formulari, di siffatta foggia può insomma essere letto come tratto più o meno auto-, di certo ironico, e senza fine alimentato. Una devozione, in fondo, a quell’Ariosto a cui l’autore ha dedicato i suoi interessi di studioso.


… e il “politico”

L’anteposizione, e si direbbe quasi all’esibizione, delle stimmate storiche – che, di volta in volta, motivano e giustificano la simbologia più scoperta: e basterà tornare a FMB (p. 65) per trovare, nel giro di pochi versi, «una Sarajevo di plastica» e l’«acattolica necropoli di Woody, Goku, Batman» – manifesta in Brancati un tipo di sofferenza che, stante anche quanto detto prima, alberga nel tempo e nelle cose prima ancora in sé; rinviando di fatto al momento sempre di là da venire della loro redenzione.

Sintomo evidente di quanto, con un patchwork pseudo-gramsciano, si può definire come il suo “mazzonismo”della ragione, “anti-mazzonismo” della volontà. Molto fortiniano, invero, come peraltro traluce dagli stessi versi: «Però insisti sulla carta, più forte | indica il massacro» (p. 80). Quanto diversa, questa gioia, da quella che Fortini cantava nel ’47, «Qualcosa comunque che non possiamo perdere» (La gioia avvenire); e tuttavia «avvenire» sembra il fantasmatico emistichio che fa un endecasillabo del titolo del libro, e la sua sofferta controparte. 

dieci anni racchiusi in questo libro, a voler parlare di quella che ormai è sempre sul punto di non essere più una storia del mondo, sono d’altronde quelli che iniziano a Fukushima e finiscono a Wuhan; per non dire delle angosce, le speranze e le illusioni di ciò che non parla o rifiuta di parlare in lingua geopolitica. Per Brancati, classe 1987, sono poi quelli della prima giovinezza. Questo forse sarebbe già bastato a fare di Brancati un poeta “politico”.


La religione della storia (ancora)

L’assedio della gioia è un resoconto lucido, insomma, di una o più dimidiazioni, di una o più “ferite”, collocate su almeno tre livelli ed esibite con un certo gusto, secondo un modello poetico novecentesco ben definito: l’antico mestiere dell’emozione, il coraggio di sanguinare sotto gli occhi di tutti. Questi livelli, tuttavia, sono anche gerarchici, e rispondono in ultima istanza a un solo imperativo. Quello, cioè, di ordine cosmico-storico, capace di inglobare, trasfigurando e oggettivando, sia la dimensione corporale-individuale sia quella sociale-relazionale. 

Queste dimensioni, agitate come manichini assieme alle persone verbali e ai loro casi, Brancati tenta di farle parlare una volta per tutte in una lingua che, se non le risolve, ne espliciti almeno il livello dello scontro. Correlati oggettuali della resurrezione di ciò che si poté chiamare dio in forma di Storia, con tutto ciò che di aberrante e di orrorifico comporta.

Che la gioia sia anche questo massacro – un belletto atroce, una catena ornata di fiori, la parete di una fornace –, è insito in una certa percezione del tempo e della sua serie ordinata (la Storia, per l’appunto) come figure dell’alienazione, svincolate ormai da ogni “determinazione” rivendicabile per sé e per altri e anzi tendenti a farsi giorno dopo giorno divinità oggettive.

«Laddove la vita è prestazione, tutta la medicina è medicina del lavoro», scriveva un poeta che abbandonò poi i versi, Giorgio Cesarano. Già nel 1972, Cesarano contemplava ossessivamente “il muro delle scorie materiali” e il suo «avvelenante, vendicativo, dimostrante assedio» (Critica dell’utopia capitale, p. 134). È dove la vita appare abolita, diceva, che si può avvertire il senso vivo di un “essere” della specie:

Oseremo
turbare il sonno rifugiato nell’espansione delle galassie?
Nel sonno incespica soltanto per amore,
nell’amore incespica soltanto perché è carne.

(J. A. P. dopo qualche anno, riconsiderando le ingenuità dell’altra volta, p. 52)

Brancati dà (e, fintanto che le condizioni attorno a noi non mutano altrimenti, potrà dare) il suo meglio nell’atto di rinunciare a mostrare la medietà dello strazio (ad «afferrare la sostanza del dolore», p. 91) e nell’avvicinarsi invece, anche solo come pura intenzionalità, a un’escursione termica di tipo parossistico, tra uno zero Kelvin della condizione materiale e la temperatura di fusione della grafite, dentro e fuori di metafora. Laddove insomma il «massacro» non è «indicato» ma coincide con il corpo del testo; o invece l’utopia di una riappropriazione integrale, spoglia o ammantata, si mostra. Ecco il suo «grano verosimile d’amore»:

Uomini, laghi e bestie, piattaforme,
conifere, ossidi e silicati, container,
gommoni, confini, garze sporche,
plusvalenze, provette, indici di mercato,
circuiti ostinati a bisbigliare il vento,

un affanno grande nella bocca,
vetri e schegge contro le epidermidi,
acari protesi alla nostra ingratitudine,
la sua piana cecità.

(p. 80)

Abbiamo atteso miliardi di anni che un solo fotone giungendo sui piedi
e le guance trasportasse l’amore;

(p. 56)

Per concludere

È nel dibattersi tra questi due stati della materia (tra la freddezza che questo tipo di comunicazione impone e il tentativo di portare l’espressione dal livello delle cose a un altro possibile stato) che questa poesia di Brancati mostra più scopertamente il senso dell’operazione e il suo fianco scoperto. Laddove, con motto céliniano-mazzoniano, «nulla importa se non la vita» (ultima ideologia borghese), Brancati vuole chiedersi se vi sia o vi possa essere dell’altro, se altre ragioni e ordini di motivazioni possano spingere a vivere e a morire. E il punto sarà semmai comprendere che la solitudine, l’isolamento, l’insensatezza in cui si consumano i versi non hanno altro superamento che nella pratica (e nella critica) quotidiana della vita.

Fino ad allora, non sono possibili altri scambi se non come tra prometei divorati prima ancora di portare in dono il fuoco. Un’immagine a suo modo suggestiva del fare poesia di oggi, questa festa di false investiture. Fino a che una coscienza non sarà concepibile altrimenti che come «elenco preciso di libri e discorsi» (p. 23), nulla porta la lunga battaglia combattuta per gli altri o per sé. Questa poesia è di conseguenza una denunciamanifestazionecorollario di un problema, e le soluzioni che esige sono, alla lettera, inumane. Nel senso che rifiutano, in tutto o in parte, l’«umanità» che ci ha condotti qui.


Francesco Brancati, L’assedio della gioia, Firenze, Le Lettere, 2022, €16.