La mia prima strada è la SS 114, strada statale Orientale Sicula, nel tratto fra
Catania e Siracusa: una fila di salici, subito dopo la deviazione per l’aeroporto,
annunciava l’arrivo, nel nostro viaggio di ritorno a casa. Poche decine di
chilometri e sarebbe arrivata l’estate, la compagnia, il mare. La vista di quei salici
– o forse erano oleandri? – mi dava una sensazione speciale, una morsa allo
stomaco che non ho più ritrovato. Forse perché non ho più ritrovato casa, forse
perché, tecnicamente, anche la definizione era sbagliata: in quegli anni
abitavamo in Sardegna, e il filare di salici che ci portava a Siracusa era la via
dell’estate, della vacanza.
Di certo, se devo dare un’origine al mio senso di spaesamento, lo posso collocare
là, lungo quel filare di alberi che forse non esiste più. Adesso per arrivare a
Siracusa si percorre la E45, autostrada di costruzione decennale e sofferta, come
tradizione meridionale pretende. Ritmata da moderne gallerie ben ventilate e
troppo illuminate, è fatta di lunghi viadotti che sorvolano i campi, sfiorano le
colline. Si procede osservando il paesaggio come da un drone, nell’illusione che
nulla possa toccarti, gli incroci a raso, le salite faticose, i sorpassi difficili, gli
svincoli, in una versione Google Earth di quello che un tempo si definiva
viaggiare.
Avrebbe potuto scrivere J. W. Goethe Viaggio in Sicilia, pur con tutti i suoi
pregiudizi -«Abbiamo ceduto alla tentazione di tralasciare Siracusa, anche
perché siamo consci che di questa splendida città è rimasto soltanto il nome
altisonante.»-, senza quei salici -o forse erano cipressi?- che indicavano la strada
di casa alla me bambina?
Ogni volta che arrivo in Sicilia mi dico che voglio prenderla, quella SS114 da
Siracusa a Catania, ritrovare una a una le pietruzze di me Pollicino, ma poi desisto.

Il passato è un luogo infido, un’ikea di avvenimenti. Ti avventuri con una
necessità ed esci avendo preso altro, e chissà se capirai le istruzioni di
montaggio. Così rimango con quella sequenza alberata, la conservo insieme alle
altre mie preferite. Tutte le città che ho attraversato, in cui ho vissuto. Non le
riguardo mai. Solo, a volte affiorano, spuntano da qualche libro. Genova, il treno
che arriva da sud, nell’incipit de La speculazione edilizia di Italo Calvino: «Alzare
gli occhi dal libro (leggeva sempre, in treno) e ritrovare pezzo per pezzo il
paesaggio -il muro, il fico, la noria, le canne, la scogliera- le cose viste da sempre
di cui soltanto ora, per esserne stato lontano, s’accorgeva: questo era il modo in
cui tutte le volte che vi tornava, Quinto riprendeva contatto col suo paese, la
Riviera». Siracusa, ancora un treno, ma verso il sud, e la luce descritta da Elio
Vittorini in Conversazione in Sicilia: «Stava nel corridoio, con le spalle al sole, e la
campagna di roccia e il mare dietro le spalle, ed eravamo noi due, io e lui, in tutta
la vettura, forse in tutto il treno, nella corsa per la campagna vuota.» Di nuovo,
una strada scomparsa: una campagna vuota che si capisce solo se si è esperita,
nel tratto finale di strada ferrata prima di entrare nella città di Siracusa, e che
ora non c’è più. Resta solo il ricordo della luce, il finestrino abbassato, il rumore
del vento e il fischio del treno, all’approssimarsi dei primi palazzi. Ogni città in
cui ho abitato è fatta di prime immagini: per Livorno, la città in cui vivo adesso, è
un edificio giallo, un palazzo a più piani di periferia, in zona Stagno:
tecnicamente in comune di Collesalvetti, un appunto che è già una storia,
metafora noiosa.

Il passato è un luogo infido, fatto di strade che si pensavano solo immaginate, e
invece poi si materializzano. Strada Statale 131 Carlo Felice, da Sassari a Ozieri.
Superata una curva affiorano le ciminiere dell’impianto che per decenni è stato
solo una sequenza sfocata, residuo di sogni di bambina. È il cementificio di Scala
di Giocca, ne riconosco i contorni, la montagna alle spalle, la disposizione dei
volumi. Quando, qualche anno fa, me lo sono visto comparire davanti, il
trasferimento dal ricordo all’invenzione si è inceppato: esisteva davvero, o l’avevo creato io, in quel momento esatto, solamente immaginandolo? È là che
nasce l’immaginario, da un ricordo incastrato male?

Il cementificio di Scala di Giocca.


E cosa ne facciamo di quelle condizioni al contorno che deformano le percezioni
dei luoghi in maniera plastica, lasciando tracce che rimangono impresse per
sempre? Accade per i grandi eventi, quelli della memoria collettiva: ancora oggi
non riesco a passare dal quartiere la Foce, a Genova, senza sentire il rumore
degli elicotteri, senza coprirmi bocca e occhi dai lacrimogeni. Per non guardare.
Accade per i piccoli eventi, quelli personali e privati, ed è ancora più dirompente:
riguarda solo te, non hai nessuno con cui elaborare.
La SS 392 del Lago di Coghinas da Tempio Pausania a Oschiri è una strada dal
tracciato impervio, che scala una montagna attraversando quercete e felci. La
percorrevo da bambina, alcune volte all’anno, al ritorno da una cura
spaventevole
, e la nausea delle curve si mescolava al dolore delle ferite, al buio
del bosco, alla macchina antica, al freddo dell’inverno.

Il lago di Coghinas.

L’ho ripercorsa qualche anno fa, quarant’anni dopo, in una mattina di dicembre dall’aria tersa, con
un’auto moderna dalle sospensioni adeguate. Eppure, a metà del percorso,
arrivati in cima, con l’azzurro placido del lago Coghinas che si intravedeva a
valle, ho dovuto accostare, scendere sul ciglio, chinarmi a vomitare, nello stesso
modo in cui vomitava la me bambina, senza una fila di salici a consolarmi.

La strada del Coghinas.


Non so se passerò più da quella strada, al contrario di quelle che faccio sempre,
ogni volta che posso: sono le mie strade obbligate. Il baricentro sta sui monti
Iblei
, in quella zona di transizione fra il siracusano dal ragusano: è la casa di
campagna della mia famiglia. Su un poggio panoramico che guarda la valle
dell’Anapo fino al mare, da quel punto tutte le strade intorno sembrano colare
giù. Come la via per Buccheri, solo toponimo: Roccalta: un primo tratto di curve
e asfalto incerto, dove le mucche spesso sconfinano dalle campagne intorno, una
vegetazione ispida dai colori improvvisamente bruciati, l’Etna sullo sfondo.

L’Etna sullo sfondo.


Come la SS124, da Buccheri a Vizzini, curve a mezzacosta e vecchie masserie, passando sotto alle pale eoliche che si muovono lente, inquiete. Ma la preferita
resta la via per la necropoli di Pantalica. C’è una curva esatta, una collina dolce
delimitata da un muretto a secco, con un unico ulivo che spicca sul giallo acre di
fieno tagliato: «Sullo spiazzo d’erbe da cui affioravano rocce come groppe
d’animali», scrive Vincenzo Consolo in Le pietre di Pantalica.

Roccalta.


Sono tante le vie obbligate, e io ne trovo sempre di nuove. È il mio modo per
conoscere una città, per affezionarmi a un territorio. Non cinema, bar, piazze,
supermercati o parrucchieri, ma strade sconosciute, vie impervie, nuove visioni.
Nei dintorni di Livorno la mia preferita è una strada di campagna, la SS 67 bis,
una via secondaria già dal nome, solo doppia qualcosa.

La via dell’Arnaccio.

La via dell’Arnaccio è costeggiata dalla Fossa di Chiara, un canale dagli argini sopraelevati rispetto al
piano strada, così che il pelo d’acqua si intravede e basta, se non da un piccolo
ponte, o quando è pieno. Dall’altra parte scorre il Canale imperiale, a formare un
reticolo idrografico figlio di una bonifica intensa e complessa che si intuisce dalla
forma degli appezzamenti, a cui si aggiunge la rete viaria moderna, come
l’autostrada E80, che costeggia con un lungo viadotto, fino ad attraversarlo, in
località Biscottino. Poche case, un bar oramai chiuso, una casa del Popolo di cui
rimane solo l’insegna. In certe giornate dal cielo terso, i monti Pisani sullo
sfondo, sembra di stare negli Stati Uniti, eccomi dentro Nomadland, o almeno in
quelli che sono gli Stati Uniti della mia testa, perché in verità io non ci sono mai
stata, e forse non ci andrò mai. Un paesaggio deformato dalle mie proiezioni e
dalla mia immaginazione un po’ naïf, la stessa che mi fa preferire i western a
Woody Allen, Cormac McCarthy a Philip Roth.

La via dell’Arnaccio.


Tutte le strade che mi circondano sono costruzioni, frutto di incastri mal riusciti
fra proiezioni e desideri, fra traumi e frustrazione. Lungo la strada dell’Arnaccio
per alcuni chilometri sento dentro di me l’epica di un mondo lontano, mi
crogiolo nel mio bovarismo di provincia, e ho tutto ciò che serve. Il canale gonfio
quando piove troppo, con l’acqua che sfiora dall’argine invade la sede stradale, come una sottile pellicola. Le baracche di legno, sconnesse, pericolanti, con gli
improbabili retoni per la pesca. Le anatre, le garzette, i cormorani. La testa che
dondola per i pini verso Cascina, le radici che hanno conquistato il fondo
stradale, e sfondano l’asfalto, a scossoni. Il tramonto di fuoco e ciminiere su
Livorno, che si spezza in mille sfumature. La nebbia di certe sere d’inverno,
nessuno io giro, solo io in macchina, e Radio3.
Come la notte in cui mi è apparso un uomo, pronto a diventare personaggio per
un romanzo, e così è stato. È salito dalla nebbia, come il bambino con la
maglietta a righe alle due donne nel racconto I fantasmi di Borgoforte di Gianni
Celati: «Secondo il libraio quel bambino era apparso loro, stando alle loro parole,
quasi fosse un pezzo di tempo che torna, in una spirale di ripetizioni, a cui
nessuno fa caso perché riconosce solo le proprie immagini, perché crede
ciecamente alla propria esistenza». È comparso sul ciglio dell’argine, salendo dal
canale, e mi ha indicato la via. E pazienza per gli Stati Uniti della mia testa: è
stato un racconto di fantasmi, e io l’ho seguito. L’ho preso e l’ho trasferito nella
bassa padana, insieme ai colori e le temperature di questo pezzo di Toscana che
abito adesso. Li ho mescolati con il paesaggio di pianura che conoscevo e non ho
più frequentato, in un innesto ibrido, che crea il nuovo.
Tutte le strade che mi circondano sono invenzioni, ricordi, deformazioni. Nella
mia vita professionale di strade non ne ho mai progettato, e della materia
specifica – Costruzione di strade, ferrovie, aeroporti -, ho solo vaghe reminiscenze.
Qualche parola per me evocativa, come clotoide, e poco altro. Non so che tipo di
strade avrei progettato, se mi fosse capitato, e forse è stato un bene. Non mi
piacciono le strade moderne, le molte corsie, l’impossibilità di uscire, accostare,
fermarsi. Mi piace viaggiare lentamente, guardare il mondo scorrere. Osservo,
immagino, ricostruisco, e poi riporto tutto qui, alla mia scrivania. Tranne quella
fila di salici, di cui non so più nulla. Troppa la paura di scoprirli oleandri, o
magari cipressi.