Petrolio, uscito postumo per Einaudi nel 1992 a cura di Maria Careri e Graziella Chiarcossi (con la supervisione di Aurelio Roncaglia), è stato da poco ripubblicato in concomitanza col centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini: la nuova edizione Garzanti è sempre a cura di Careri[1], con il contributo decisivo di Walter Siti per le note critiche e la postfazione.  

“Nuova” edizione, si badi bene, non “definitiva”, come pure è stato annunciato alla cieca da una stampa un po’ superficiale: parlare di una veste non più modificabile per un manoscritto mai concluso che accumula oltre 400 carte, del quale è difficile anche arrivare a intuire l’ipotetica forma definitiva, sarebbe improprio. Era nelle intenzioni di Pasolini un «metaromanzo filologico», e tale è rimasto anche nella sua forma mai portata a termine. Forse, se Pasolini avesse licenziato il romanzo, questo avrebbe presentato un testo “definitivo” ancor più complicato e labirintico di quello provvisorio arrivato fino a noi, accumulando varianti, note, rifacimenti e versioni gemellari non solo dei personaggi, tanto più che nelle abitudini compositive sviluppate da Pasolini per Petrolio c’era anche quella di non buttare via nessun materiale. Il suo carattere metaromanzesco è, oltre la volontà d’autore, determinato anche da chi ne ha curato l’edizione postuma: con argomenti ugualmente validi, si può creare un’opera diversa a seconda dell’ordine dei frammenti scelto. Si può, per fare due soli esempi molto discussi, decidere di apporre la lettera ad Alberto Moravia alla fine (edizione Einaudi), o all’inizio (edizione Garzanti), sulla base di appunti lasciati nel manoscritto; optare per mettere le tre carte con numerazione romana (Dostoevskij “I demoni (e tutto), Tutto “PETROLIO” e *Forte (8 settembre 1973) in fondo, come è stato fatto nell’edizione Garzanti, invece che all’inizio, con l’appoggio di scelte analoghe compiute nella Divina Mimesis (1975, uscita con la piena supervisione pasoliniana). Non esiste un solo Petrolio, come non esiste (e Pasolini magari avrebbe trovato sensato l’accostamento) una sola Divina commedia. Il romanzo, se ne depuriamo la sinossi alla radice, è la storia di uno sdoppiamento: il protagonista Carlo si ritrova scisso in due figure (Carlo di Tetis e Carlo di Polis) che seguono percorsi antitetici, incrociandosi però in alcune trasformazioni comuni (entrambi diventano, a un certo punto, donna). Ma, anche se la grana del libro, fra sessualità di confine, indagine sulle macchinazioni politico-finanziarie dell’Italia post-boom economico e sperimentalismo a oltranza, è autenticamente novecentesca, per la natura oscillante del suo testo Petrolio sembra ritrovare il suo amore nella tradizione del Medioevo.

La co-autorialità postuma di Petrolio è in parte, com’era inevitabile, un risultato imprevisto dal suo autore, ma non del tutto estraneo all’operazione artistica che stava mettendo in piedi. Che direzione avrebbe preso, lo si è accennato, è difficile da capire: non è nemmeno scontato affermare che Petrolio sarebbe stato portato avanti. Fra lettori e persino conoscitori accademici dell’opera pasoliniana, ci si è fatti talvolta l’idea di Petrolio come “libro finale” di Pasolini: il fraintendimento, affine a quello sul “testo definitivo” di Petrolio, nasconde però un’altra verità da scoprire nelle carte. Non soltanto Petrolio non è libro finale: probabilmente non è neanche, a rigor di termini, l’ultimo testo scritto da Pasolini. La parola “fine” sulla possibilità di rimettere mano a Petrolio coincide, naturalmente, con la morte violenta dell’autore all’idroscalo di Ostia il 2 novembre 1975. Il problema è che l’ultimo appunto di Petrolio che si sia riusciti a datare (denominato Appunto 54b – Sikandar) risale a undici mesi prima, al 3 dicembre 1974. Allo stato attuale non si può escludere quindi che Pasolini abbia smesso di lavorare a Petrolio a quell’epoca, quando veniva da due mesi di intenso lavoro sull’accumulo di fonti e sulla stesura per tutte le parti prettamente politiche del romanzo (quelle a tema CEFIS ed ENI, sineddoticamente prese da molti come motore immobile dell’intero romanzo). È quindi possibile che nel 1975 Pasolini a Petrolio non abbia più lavorato, forse aspettando di recuperarlo in seguito, come aveva fatto con La Divina Mimesis (composta verso la fine degli anni Sessanta). Interruzione causata dal concomitante accavallarsi di progetti saggistici, cinematografici, documentaristici? Dall’esigenza di dare una direzione netta a un racconto che non vuole, per come lo leggiamo, risolversi fra iniziazione erotica, inchiesta sul Potere e puro piacere della digressione in prosa (molte parti “cancellate”, andrà notato, appartengono proprio alla categoria delle descrizioni di paesaggi e di natura: come se Pasolini non volesse insistere su una pratica di scrittura che pure, i lettori lo sanno, gli veniva meravigliosamente bene)? O piuttosto, il romanzo non doveva avere una strada precisa, anche se Pasolini non ha potuto, o voluto, complicarlo ancora di più? Come che sia, sul tavolo di lavoro davanti al quale Dino Pedriali lo immortala (in una delle cinquantadue fotografie donate dagli eredi di Pedriali alla Cineteca di Bologna, e che Siti non è riuscito a ottenere, per questa edizione, nemmeno in parte) Pasolini lascia in bella mostra le Lettere luterane: non Petrolio.

Elencate alla rinfusa, sono queste solo alcune delle acquisizioni garantite dal lavoro di scavo filologico (quello al tempo stesso decisivo e più trascurato dal pubblico più ampio, che verso Petrolio ha avuto un approccio più “di contenuto”).Le curatrici Careri e Chiarcossi (che ha scelto di non apporre il nome sul frontespizio ma è indicata nei ringraziamenti della Nota) hanno ripreso in mano un lavoro di trent’anni fa, rileggendo e trascrivendo rigo per rigo le oltre quattrocento carte che compongono l’opera non conclusa, vergata (pare) con una grafia a dir poco incomprensibile: dettaglio inusuale, rispetto ad altri manoscritti pasoliniani coevi che mostrano un più alto tasso di leggibilità, ma forse spiegabile col carattere di “appunto per sé stesso” che molti passaggi di Petrolio hanno. La rilettura ha permesso di sciogliere equivoci ingenerati da refusi che pregiudicavano a tratti anche il senso di Petrolio. Uno su tutti, l’appunto in cui Pasolini annota di aver letto la parola «Petrolio» in un articolo dell’«Unità» e questa ispirazione passeggera lo spinge a «pensare alla trama di tale libro. In nemmeno un’ora questa “trama” era pensata e scritta»: solo che la parola «trama» nell’edizione Einaudi era resa come «traccia», cambiando l’interpretazione del passo.

Le altre novità sostanziali dell’edizione Garzanti (rispetto a quella Einaudi e a quella, intermedia, commentata da Silvia De Laude per Mondadori nel 2005) stanno su un doppio versante. L’ordine dato ai frammenti meriterebbe una discussione in un articolo a parte, composto però da qualcuno che possieda una competenza di filologia d’autore ben superiore a quella di chi scrive. Il discorso sul commento a Petrolio, affidato al duplice strumento delle Note e della Postfazione (intitolata Non doveva finire così) di trenta pagine, entrambe a firma di Walter Siti, merita invece di essere affrontato senza pregiudizi. Se i giudizi di valore (che annoverano Petrolio fra i testi importanti, ma non fra i testi più belli, di Pasolini) e le contestualizzazioni critiche rinvenibili fra Note e Postfazione sono ampiamente condivisibili su tutte le questioni significative (del resto Siti, uno fra i più profondi conoscitori dell’opera pasoliniana, sa di che sta parlando: e si vede), più riserve suscita l’interpretazione, a cavallo fra testo scritto e vita reale di Pier Paolo Pasolini, circa gli effetti di Petrolio sull’omicidio dell’autore.

In via preliminare, colpisce che Siti inizi la sua Postfazione mostrando di dare ecumenicamente ragione sia a chi, come Carla Benedetti, vede in Petrolio un «romanzo sul potere» in cui «tutte le altre dimensioni del libro […] devono essere subordinate al primo assunto», sia a chi, come Emanuele Trevi, ha dipinto in Qualcosa di scritto (2012)l’immagine anti-politica di Petrolio come romanzo iniziatico ed epifania negativa: qualcosa di scritto che raddoppia qualcosa di vissuto (per interposta persona) da Trevi, cioè l’avvicinamento alla morte di Laura Betti, raccontato nella forma dell’epicedio narrativo, vagamente saggistico. Il riconoscimento di due ragioni che, contro il principio di non-contraddizione, appaiono ugualmente valide agli occhi di Siti anche se dovrebbero escludersi a vicenda, è cristallizzato nell’aneddoto tratto da Del romanzo storico di Manzoni (in realtà già pre-esistente nella tradizione ebraica, dove al posto del giudice manzoniano c’è un rabbino: lo si legge qui sotto il titolo Ragion di tutti). Poco importa che Siti, come ha ricordato Bazzocchi nella sua recensione al volume per Doppiozero, meno di vent’anni fa si rivolgesse a Benedetti definendola una che discuteva di Pasolini con un approccio indignato e troppo militante e che non avrebbe dovuto parlare dell’operazione filologica condotta sui Meridiani perché «di filologia palesemente non sa nulla». Nella postfazione Garzanti Siti senza problemi riconosce la giustezza dei due approcci opposti. Ma un simile gesto nasconde una sottigliezza notevole del curatore. Le posizioni espresse da Trevi e Benedetti sono, oltre che mutualmente esclusive, comprensibili e significative solo se prese nella loro interezza. Ammettere per via di paradosso che entrambe siano giuste proponendo poi una terza interpretazione di sintesi, che estrapola alcune idee dall’una e dall’altra, equivale a prendere le distanze da entrambe, previo riconoscimento formale della loro correttezza, saltando il passaggio delle confutazioni argomentate.

D’altronde, equilibrio formale a parte, più che verso Trevi, Siti inclina verso Benedetti, alla quale pare vicino per la comune lettura politica e a chiave di Petrolio. A volte Siti ci fornisce decifrazioni che, pur sussurrate fra parentesi, mostrano un grado di arbitrio interpretativo molto forte, come quando, descrivendo la sequenza del Pratone della Casilina, in cui Carlo ha un incontro sessuale con venti ragazzi, congettura: «(Date le caratteristiche del romanzo, non è escluso che il numero venti sia da collegare alla Rosa dei Venti, l’organizzazione paramilitare di stampo fascista, atlantica e potenzialmente golpista, legata al SID e al generale Vito Miceli)» (p. 756 nota 58). Altre volte, l’interpretazione labile riguarda non un passo specifico, ma qualcosa di generale, che spicca in un’edizione filologicamente corazzata come questa: la creazione del legame fra Petrolio e la morte vera di Pasolini. In breve: nelle pagine 790-795 della Postfazione Siti si dichiara convinto, sulla base di una miscela di dichiarazioni di Salvatore Silvano Nigro, scampoli di cronaca, ipotesi documentarie e pure suggestioni (come quella riguardante l’uso di due automobili Morane-Saulnier «quasi uguali» nell’omicidio Mattei e nell’omicidio Pasolini), che Pasolini sia stato «vittima di un’esecuzione» da parte della mafia catanese. Nella convinzione (nata da un fraintendimento da parte dei suoi presunti assassini) che Pasolini stesse scrivendo un libro d’inchiesta incentrato esclusivamente su Cefis e sui legami fra il potere economico-industriale di Mattei e la mafia siciliana, quest’ultima l’avrebbe fatto uccidere. Poi avrebbe insabbiato tutto, anche col sangue, fino alla morte dell’ultimo testimone diretto Pino Pelosi, che fu condannato in quanto il solo esecutore del delitto. Pasolini, come il giornalista freelance Salvatore Palazzolo prima di lui, avrebbe pagato con la vita il prezzo delle proprie indagini, anche se nelle proprie ricerche, come Siti, Belpoliti e altri studiosi hanno dimostrato in precedenti lavori e come traspare anche dall’apparato dei Documenti riprodotto nell’edizione Garzanti (raccolto da Pasolini in una cartella conservata al Vieusseux con la dicitura “Varia”) non aveva scoperto nulla di inedito rispetto a quanto si sapeva già sul caso Mattei e l’ENI.

Il fuoco della controversia sta perciò nel modo in cui Siti costruisce la propria tesi: sulla base di appoggi e tracce, costruisce una storia completa e coerente, e non lo fa da critico, da storico della letteratura o da giornalista. Il suo approccio è ancora una volta da romanziere: creare una versione credibile degli eventi sulla base dei pochi elementi a disposizione, integrare la realtà con la verosimiglianza, insistendo su un vuoto attorno al quale lo scrittore gira da molti anni. Una lettura attenta dell’opera narrativa di Siti lo mostra: l’eziologia del delitto Pasolini lo ossessiona. L’episodio è ricostruito nel racconto Il colpo di pollice in La magnifica merce(Einaudi, 2003), dalla doppia prospettiva di Pasolini e di Dino Pedriali; è posto a oscuro momento generativo di Tommaso Aricò, broker legato a doppio filo alla mafia, in Resistere non serve a niente (Rizzoli, 2012), che, ci viene fatto intuire dal narratore, viene concepito dal padre la stessa notte in cui aveva partecipato all’esecuzione del poeta («avevano mezzo ammazzato un frocio che si credeva ‘stocazzo, per dargli una lezione. “Ciavevi ancora l’odio addosso, m’hai intossicato la pancia”: sentiva delle fitte che il dottore non sapeva spiegarsi, come se il feto si storcesse e si difendesse dalle ombre»)[2]; e, per fare a mia volta una congettura indimostrabile, non pare del tutto scollegato dalla lettura sitiana che metà di La natura è innocente (Rizzoli, 2020) sia ambientato, vent’anni dopo, in quell’ambiente sottoproletario e mafioso di Catania in cui Siti collocherebbe gli autori presunti del delitto Pasolini.

Quanto di ciò che è descritto nelle due pagine della Postfazione sulla verità dell’omicidio Pasolini ha una radice nell’effettivamente avvenuto, e quanto in qualcosa che è indipendente da prove, verifiche, validità giudiziaria? L’impressione è che, lungi dall’essere solo discorsi campati in aria, le parole di Siti siano il più bell’omaggio che il curatore dell’opera omnia di Pasolini potesse fare al suo oggetto di studio. Nel Romanzo delle stragi, in una delle pagine più celebri della sua intera scrittura, Pasolini rivela di sapere i nomi dei mandanti delle principali stragi terroristiche italiane dal 1969 al 14 novembre 1974 (giorno in cui l’articolo esce sul «Corriere della sera»; come si è detto, proprio in quei mesi stava lavorando con maggiore intensità alla sezione politica di Petrolio). Immediatamente dopo, rivela che non ha evidenze da mostrare, ma parla sulla base di altro.

Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere[3].

Nella sua Postfazione Siti ha evocato un romanzo intorno alla morte di Pasolini, sulla base di segmenti lontani, sensati, ma di fatto indimostrabili. O ci si crede – e la tentazione è forte, perché la tesi appare forte e affascinante – oppure no: senza fare nomi, né dare prove, Siti si è posto con coerenza nella non breve linea delle «declinazioni contemporanee dell’Io so»[4]. Al lettore decidere se questo sia un tentativo di superare Pasolini sul suo stesso terreno, o un atto d’amore compiuto da chi ha voluto omaggiare l’autore studiato per tutta una vita replicandone il “metodo”, e in questo modo legittimandolo.


[1] Desidero qui ringraziare Maria Careri sentitamente per una lunga conversazione-intervista in cui ha voluto condividere presupposti e risultati del lavoro su Petrolio e che, in una forma scorciata, si può leggere qui: https://iltirreno.gelocal.it/tempo-libero/2022/03/06/news/petrolio-rompicapo-filologico-che-ha-ancora-molto-da-offrire-1.41279780.

[2] Walter Siti, Resistere non serve a niente, Rizzoli, 2012, pp. 53-54.

[3] Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari in Idem, Saggi sulla politica e sulla società, a cura di Walter Siti e Silvia De Laude, Mondadori, I Meridiani, 1999, pp. 362-363.

[4] Guido Vitiello, Il poeta e l’inquisitore. Slittamenti progressivi dell’Io so in Pasolini e Sciascia. Ultimi eretici, a cura di Filippo La Porta, Marsilio, 2020.


Pier Paolo Pasolini, Petrolio, a cura di M. Careri, W. Siti, Garzanti, Milano 2022, 828 pp. 28,00€