A un anno e mezzo di distanza dall’uscita del romanzo La galassia dei dementi, Ermanno Cavazzoni torna in libreria con il secondo frutto del sodalizio con La nave di Teseo, Storie vere e verissime, che si presenta come una silloge di prose, parte delle quali è apparsa in una versione precedente sulle pagine del domenicale del «Sole 24 Ore» o in forma di testo occasionale. Da questo punto di vista il libro è affratellato a Il pensatore solitario (Guanda 2015), che già presentava una simile genesi, e che con la raccolta in questione presenta diverse affinità tematiche e stilistiche. Già nella loro prima apparizione questi testi avrebbero meritato di entrare in un libro vero e proprio, sia per la loro gittata, più lunga rispetto alle esigenze di un periodico, pur blasonato, che per la loro fattura.

La cautela suggerisce l’uso della generica nozione di prosa per mettere sull’attenti coloro che si aspettassero dal libro dei racconti nel senso più editoriale del termine, quando il genere cui questi testi si avvicinano di più è il corsivo satirico-umoristico, che ha nel Manganelli del Lunario dell’orfano sannita (1973) o del postumo Mammifero italiano (2007) uno dei riferimenti più illustri in ambito italiano. Si tratta di un genere letterario ibrido, aperto al commento di fatti storici e di costume, a incursioni narrative e frammenti saggistici, a ipotesi e modest proposals. Uno degli aspetti più interessanti di queste scritture sta nel perimetrare la fantasia dello scrittore, fornendogli un appiglio, un pretesto realistico da cui partire e che può essere più o meno stravolto, ma intorno al quale è vincolato a ricamare almeno in via preliminare. Non è che oggi questo genere se la passi proprio bene, un po’ perché molto legato alla cultura del giornale cartaceo, un po’ perché, salvo rare eccezioni, progressivamente sostituito dagli stessi quotidiani con rubrichette spesso languide, diluite e senza nerbo, firmate dall’intellettuale pubblico di turno.

Storie vere e verissime si apre con un’avvertenza, che richiede di essere brevemente esaminata prima di procedere con qualsiasi altra considerazione. L’autore vuole informare chi legge della assoluta veridicità di quanto troverà nel libro, rimarcando la sua estraneità rispetto ad ogni intento artistico: «Questa quindi non è narrativa di finzione, come si usa dire, ma la semplice e limpida realtà raccontata realisticamente». Tutto bene, se non fosse che la pleonastica “realtà raccontata realisticamente” non fa che rinfocolare il sospetto già aleggiante sul titolo del libro: una storia vera è dunque meno vera (più falsa) di una storia verissima? Temo di essere incappato, ancora prima di cominciare, in uno di quegli interstizi tra concetti in cui l’umorista ama infrattarsi. Avrei dovuto aspettarmelo, in fondo il titolo del libro fa eco alla Storia vera Luciano di Samosata, maestro del riso leopardiano e antico tessitore di menzogne oneste. L’avvertenza va dunque letta alla stregua di quelle scritte che aprono alcuni film, invero abbastanza scoccianti, che recitano “Based on a true story”, salvo preludere a qualche cosa che gli spettatori ricevono come finzione.

Anche se si tratta di due aspetti difficilmente separabili nel Cavazzoni corsivista, preferisco parlare di umorismo anziché di comico, perché un altro elemento che spicca nell’avvertenza, cui stavolta possiamo abbandonarci con più serenità, ha a che fare con il discrimine che per Pirandello decideva appunto tra comico e umorismo, ossia la riflessione, reagente che trasforma l’avvertimento del contrario in sentimento del contrario: «Ho voluto solo fare riflettere su tutto ciò che è dato per scontato; io ci ho riflettuto, ma il lettore può andare oltre nella riflessione, ci sono tante altre cose che vanno ripensate».

L’origine eterogenea di queste prose rende difficile mapparne anche sinteticamente gli argomenti senza che qualche spunto interessante venga escluso; ritengo perciò più utile provare a verificare come esse esemplifichino alcune caratteristiche tipiche dello sguardo di Cavazzoni, al quale vorrei associare da subito l’aggettivo relativo, una qualifica che è possibile saggiare ancora nell’avvertenza quando l’autore descrive i grandi comici del cinema muto e sonoro come «i più fedeli, seri e precisi ritratti della specie umana fiorita sul terzo pianeta del sistema solare ad un certo punto dei quindici miliardi di anni che sono passati». Questo spirito relativizzante dà forma al luogo d’elezione della letteratura di Cavazzoni, il purgatorio, la cui reificazione terrena è la sala d’attesa (Il buffo della vita), che rappresenta una metafora della vita umana come brevissima parentesi tra due aldilà, nella quale si succedono perlopiù errori, illusioni e pulsioni, nell’attesa del nostro turno verso una destinazione su cui girano resoconti malcerti e fra loro divergenti. Al di là dei rilievi puntuali che si potrebbero fare, questa attitudine demistificatoria è molto presente nel libro, senza mai però sfociare in un’ironia fredda e impartecipe, anche se nei momenti dove l’autore ingrana la marcia puntando dritto contro il tendone del gran circo letterario non ce n’è per nessuno: si vedano I premi letterari e Le case editrici per capire cosa intendo.

In Il buffo della vita, dopo essersi chiesto perché le sale d’aspetto dei medici, invece che proporre svaghi costruttivi per ingannare il tempo, pullulino di inutili riviste, Cavazzoni si risponde sostenendo che l’intenzione sottesa è quella di far capire ai pazienti in coda che la vita, rispetto alla «voragine eterna che aspetta tutti», è una somma di scemenze paragonabili a un pettegolezzo da rotocalco. In questa prospettiva è interessante vedere come nella riflessione dell’autore la tecnologia, gli alieni (Speranza negli alieni) e l’arte (La moderna arte potrebbe fare miracoli) vengano collettivamente considerati come surrogati di santi e madonne, cioè come una speranza nel miracolo di essere sottratti alla nostra reale condizione di esseri umani. Potremmo dire che i miracoli sono un vecchio pallino di Cavazzoni, per il loro mescolare credenze, speranze, illusioni e, perché no, un po’ di fantasia: penso ai prodigi degli anacoreti raccontati in Gli eremiti del deserto (Quodlibet 2016), ma anche ad alcuni brani di questo libro, come Miracoli a Medjugorje e il bellissimo Vite bucherellate, in cui l’autobiografia per ex voto dell’artista Maurizio Finotto si trasforma in occasione per leggere l’esistenza come una successione di miracoli grandi, piccoli e minuscoli. Un grande spazio nel libro è dato agli ultimi momenti di vita degli uomini illustri (Voltaire conteso, Gogol’ nell’ultimo istante, Come si vive nell’aldilà, Fine ultima dei dittatori), con una preferenza spiccata per scrittori, comici e dittatori e un’attenzione particolare concessa alle famous last words, quasi sempre delle cretinerie, ma che interessano l’autore come documenti di persone che stanno per abbandonare la sala d’attesa per avventurarsi oltre la soglia, punti di partenza che danno vita a ipotesi interpretative fantasiose e divertenti.

A prescindere dall’argomento in questione, il punto di vista che siamo invitati ad assumere produce effetti di vero e proprio straniamento. Cavazzoni è un abile scandagliatore di ciò che Perec chiamava l’“infraordinario”, il quotidiano che abbiamo sempre sotto gli occhi ma che sfugge alla nostra attenzione, il giornaliero che non fa notizia. Credo ci sia un vincolo stretto tra questo modo di vedere il mondo e il concetto di straniamento artistico, secondo il quale l’opera d’arte ha il compito di svelare aspetti inediti della realtà mettendo in crisi gli automatismi della percezione, una formula antica e per certi versi sorpassata, ma che in molti casi continua a rivelarsi utile. In Storie vere e verissime questo effetto è ottenuto per rallentamento e avvicinamento dello sguardo rispetto all’oggetto trattato, che può essere rappresentato da un fenomeno, ma anche da una forma linguistica.

Ad esempio, in Gli eterni reduci Cavazzoni parte dalla sloganistica da corteo (“Il Tal dei Tali è vivo, e lotta insieme a noi”), prendendo alla lettera la formula e in qualche modo bloccandola nell’attenzione di chi legge, esplorando i possibili risvolti comici di questa “letteralizzazione”. Il meccanismo scatta anche nel brano successivo, Il paradiso dei terroristi, in cui ciò che viene posto sotto la lente di ingrandimento dell’umorista sono le credenze sulle ricompense che i terroristi islamici si aspettano di ricevere nell’aldilà in cambio del loro sacrificio. Stessa cosa vale per Il comunismo come sarà, in cui lo stesso trattamento tocca alla descrizione che Marx fornisce della società comunista realizzata, nella quale si potrà dipingere o pescare a seconda del proprio desiderio: «Quindi se ne deduce che metà della popolazione, nel comunismo realizzato, sarà di pescatori, l’altra metà di pittori»; altra letteralizzazione, questa, nella quale l’irrigidimento delle inferenze logiche, la loro fallacia, riflette il granito di quei linguaggi che vogliano porsi come univoci e non-interpretabili, contro i quali la letteratura dovrebbe ancora offrire qualche anticorpo.

Un’altra caratteristica dell’occhio di Cavazzoni è la capacità di associare oggetti e concetti su base analogica, creando nessi persuasivi tra fenomeni apparentemente distanti tra loro. In Grandi timonieri la guida dello Stato viene paragonata con sorprendente efficacia alla guida di un autobus: «In quel momento c’erano due correnti d’opinione tra i passeggeri, chi voleva una guida collettiva e chi una guida ispirata da Dio. Come si capirà entrambe avevano qualche difetto, anche se a parole promettevano guida moderna e sicura». L’immaginazione analogica permette di scovare il simile nel diverso, i difetti in grado di riunire i secoli sotto il vessillo dell’errore, come testimoniato da brani quali Come progredisce la civiltà, ma anche da alcuni pezzi apparsi originariamente come introduzioni agli almanacchi curati dallo stesso Cavazzoni per la collana “Compagnia Extra” di Quodlibet da lui co-diretta. Altri testi pescano direttamente dal vissuto personale (Perché non ho fatto carriera politica, Turismo postmoderno, La civiltà degli scarafaggi), fatto abbastanza inusuale per l’autore emiliano, anche se lo spunto autobiografico è quasi sempre un pretesto, una rampa di lancio che fa atterrare le parole in altri luoghi rispetto a quelli che ci aspetteremmo di visitare. Fa eccezione Avventure con Celati, documento di un’amicizia straordinaria, che lascio tutto al lettore.

Dal punto di vista stilistico colpisce sempre il nitore analitico della prosa di Cavazzoni, una caratteristica esaltata dal genere del corsivo e irrobustita dalla necessità (para)logica di ogni periodo nel costruire gli effetti desiderati. Storie vere e verissime è un’opera all’altezza di Il pensatore solitario: se due indizi fanno una prova, la produzione corsivistica di Cavazzoni si dimostra ad oggi un lato importante della sua attività letteraria, da affiancare ai suoi romanzi e alle raccolte di racconti, nonché un buon tramite per i nuovi lettori che volessero avvicinare questo autore per la prima volta.

Vorrei citare in chiusura un pezzo tratto da Il pensatore solitario, intitolato La vita come sala d’attesa, che forse può aiutarci a risolvere l’iniziale rompicapo riguardante la possibile verità delle storie, emerso nell’avvertenza della nuova raccolta. In esso l’autore distingue tra due tipi di verità, che chiama rispettivamente documentale ed esemplare. Il primo, che non ci aiuta per nulla, è il prodotto spesso sgangherato di prove e testimonianze collegate secondo una logica giudiziaria. Per quanto riguarda invece il tipo esemplare: «La verità sta nella produzione di un oggetto immaginario che sembra coerente e che si chiama vita, e la cui verità viene dalla coerenza; il vero a cui paragonarla non c’è, questi sono fatti dell’immaginazione, che convincono per la loro fattura, non per la corrispondenza a qualcos’altro». Eureka?


cavazzoniErmanno Cavazzoni, Storie vere e verissime, La nave di Teseo, Milano 2019, 221 pp. 18,00€


 

In copertina: Maurizio Finotto, Vita, morte e miracoli (particolare), installazione realizzata al Museo d’Arte Moderna di Bologna nel 2017