Antonio Michelangelo è un uomo ricco e famoso: partigiano, dirigente di aziende importanti (Ibm, Olivetti, Eni), autore di un fortunato romanzo sulla Resistenza, di un film sperimentale diventato oggetto di culto, in tarda età incisore e santone, e sempre, con dedizione e costanza, seduttore. Il nuovo romanzo di Vanni Santoni (romanzo, a sentire l’autore, lungamente covato e progettato) ruota intorno a questa figura di padre insieme ingombrante e assente – o meglio, a ruotare intorno a lui sono i quattro fratelli che sono i veri protagonisti di questo libro, che Antonio, con reticenza e mistero, convoca nella sua tenuta in Toscana, a Vallombrosa.

Il romanzo è costruito dunque sui percorsi di questi quattro figli (da tre madri diverse) che si preparano all’incontro col padre, desaparecido o addirittura, per uno di loro, sconosciuto: a capitoli che, con un intelligente equilibrio di analessi e prolessi, raccontano la storia delle loro vite dall’infanzia ai momenti precedenti la partenza per Vallombrosa, se ne alternano altri incentrati sull’arrivo e sull’incontro tra di loro e con Antonio. I quattro fratelli Michelangelo sono tutti, variamente, irrisolti (personaggi precari, per riprendere un altro titolo dell’autore), e la lunga ombra dell’assenza paterna pesa su di essi a ogni passaggio delle loro biografie. Troviamo Enrico, letterato di scarsissime ambizioni e donnaiolo incallito col pallino delle studentesse (un po’ come il Chip de Le correzioni); Louis, che si arrabatta cercando di arricchirsi in Oriente tra tentativi deludenti di business e ancora più fallimentari improvvisate da trafficante di droga; Cristiana, artista contemporanea che fatica ad affermarsi e che subisce la concorrenza della fama paterna; e infine Rudra, laconico e animalista, la cui perenne distanza da quello che gli accade intorno manifesta, se non una resa preventiva davanti al mondo, almeno un esibito disinteresse.

La narrazione di Santoni è veloce, quasi frenetica, a dispetto delle seicento pagine del libro, ed è portata avanti perlopiù con dialoghi e narrazioni in prima persona, quando non con lunghi monologhi. La mimesi del parlato è eccellente, con pochi pari negli scrittori italiani recenti: il testo scorre fluido, senza scivolare in forzature o giovanilismi anche quando, nei dialoghi, mette in bocca ai comprimari di Enrico il gergo dei raver, o a quelli di Cristiana quello delle artiste alla moda. In generale, Santoni riesce a cesellare con naturalezza una ricostruzione del parlato estremamente orecchiabile con la pluralità dei gerghi tecnici dei suoi personaggi e delle fasi della vita che stanno attraversando.

Allo stesso tempo, va rilevato che la sovrabbondanza di elementi in presa diretta, per così dire, insieme alla focalizzazione sistematicamente interna del racconto, quando non addirittura in prima persona (o alla seconda, nel capitolo di Rudra), non può che suggerire una dimensione orizzontale della progressione romanzesca. Prendiamo per esempio uno dei passaggi conclusivi della parte di Louis, sull’aereo per l’Italia, non molto dopo aver rischiato di fare una brutta fine per mano dei suoi soci in affari:

Mi sembra di vedermi da fuori, lì seduto, il fastidio delle ginocchia contro il sedile di fronte, perché mai li fanno così stretti, è vero che qua in Asia sono tutti nani, ma così è troppo… Mi sembra di vedermi, mentre rileggo la lettera del babbo, mentre cerco di interessarmi al dato nuovo, al fatto di avere un fratello ulteriore, ma niente, quello rimane una sagoma senza volto, e invece mi vedo benissimo il volto pesto e senza più denti di Carletto, quello che sbocca sangue di Rémi… Forse con Parvati ho esagerato, forse il babbo non muore, forse non c’è nessuna eredità, ma altrimenti perché ci vorrebbe tutti lì? Solo noi, però, niente mamme… È vero che con le mamme diventerebbe una cosa grottesca, e poi la mia di mamma è morta, quella di Aurelia pure… Solo fratelli, quindi. Aurelia che mi alleva, o meglio che finisce di allevarmi, che mi salva il culo e mi permette di andare avanti fino ai diciotto e poi andarmene davvero; Aurelia che comunque non verrà. Restiamo io, Enrico il senza volto e poi Cristiana e Rudra, quei due bambini che vidi un giorno in piazza Savonarola: Guardali, sussurrava mia mamma, guardali, sussurrava indicandomeli, e io dodicenne guardavo senza capire quella bimba biondastra che strappava un robot di mano a un piccoletto di tre o quattro anni, lui invece coi capelli scurissimi, neri quasi blu, e quello si imbronciava e non piangeva. Guardali, quelli sono i tuoi fratelli […] (p. 267).

Passaggi simili a questo, in cui il rimuginare sul presente si alterna a divagazioni sul passato prossimo e remoto, caratterizzano l’intero romanzo. L’architettura del libro, che come vedremo tra poco è senz’altro articolata, si intuisce dal basso, ed è rafforzata dall’alternarsi di piani temporali, ma il racconto resta appiattito sull’interiorità di volta in volta di questo o di quel personaggio. Un narratore onnisciente, che pure emerge a tratti nel testo, avrebbe senz’altro contribuito a fare de I fratelli Michelangelo un testo dal respiro più solenne, più epico.

Dico questo come un dato di fatto, e non come critica al romanzo: perché è evidente che a Santoni non interessa costruire grandi architetture da romanzo ottocentesco. Certo: il romanzo procede in un crescendo dal comico al serio. Dagli episodi farseschi di Enrico, che trascorre il demi-monde in putrefazione degli scrittoruncoli romani a caccia di belle prede, e di Louis, che si aggira per un’India non da cartolina, ma quasi da parodia, con santoni in realtà originari di Vicenza, la cui illuminazione consiste in un acido di troppo, si passa agli episodi più seri di Cristiana, la cui angoscia creativa è palpabile, e del racconto dell’infanzia solitaria e meditabonda di Rudra. Questo crescendo è rafforzato dal ricorrere, attraverso analessi, di medesimi episodi dell’infanzia dei ragazzi, in modo che la progressione del loro arrivo a Vallombrosa si fa anche ricostruzione di un passato in parte comune, e della figura di Antonio. E certo, poi, tutto concorre – a una prima impressione e complice l’autopromozione dell’autore –, a far credere di trovarsi di fronte al “Grande Romanzo Italiano” che Santoni stesso delinea nel suo ben noto e gargantuesco questionario: coerentemente con la natura globale della grande letteratura del presente, la storia si dipana attraverso numerose ambientazioni geografiche (Bali, India, Londra, Berlino, Parigi, Roma, la campagna toscana), mentre la biografia di Antonio Michelangelo interseca varie zone calde della storia italiana e dell’immaginario della nazione, dalla lotta partigiana all’Olivetti, dalla stagione delle avanguardie ai segreti dell’Eni, passando per la sapienza eterna della Bibbia e del Bhagavad Gita.

Queste apparenze sono però sbugiardate dalla conclusione del romanzo. Il crescendo di serietà nei toni e lo spessore della biografia di Antonio sono smentiti da un finale grottesco e rapidissimo, profondamente anticlimatico, che ricorda nei modi la chiusura di Denti bianchi di Zadie Smith: Antonio confessa ai figli di essere stato un bugiardo, di non avere mai fatto la Resistenza, di avere spacciato per veri gli episodi inventati che racconta nel suo romanzo – finché, in un concitato equivoco, il figlio Louis non lo fa precipitare per errore da una rupe. E dopo questa chiusura, nulla cambia: dai cinque brevi epiloghi di mezza pagina che chiudono il testo, dedicati ai figli e ad Antonio, non emerge nessuna catarsi, e tutti continuano a fare esattamente quello che facevano prima. Enrico risolve il proprio complesso edipico nella maniera più sconsigliabile – fidanzandosi con l’ex compagna del padre; Louis, stufo dell’India, tenta la fortuna in Cina; Cristiana non si emancipa dallo spettro paterno, ma torna all’assalto del mondo dell’arte contemporanea con una nuova opera basata proprio sui giorni a Vallombrosa; Rudra, taciturno, rientra in Svezia dal compagno; mentre Antonio si rifà vivo con una vecchia fiamma. Le loro vite continuano a non avere niente in comune.

Senz’altro un lettore potrebbe anche chiedere il conto all’autore di seicento pagine di peripezie, e domandargli: qual è il punto? Dopo tutto questo, dopo le avventure di Louis in un’India che «puttana Eva, sembra Mad Max» (p. 236), dopo la lunghissima disamina della scena dell’arte contemporanea con diffuso name dropping, il punto non sarà mica che non c’è il punto? La domanda non è illegittima, e mentre si avvicinava la conclusione me la sono posta anche io; ma devo dire che, a libro chiuso, perde leggermente di senso, perché in nessuna zona del testo Santoni millanta di stare rivelando qualche verità metastorica o definitiva, e dunque, non creando aspettative, non può disattenderle. I fratelli Michelangelo non dice l’ultima parola su niente, e in questo senso fa onore al soggetto che ha scelto: dato un romanzo su un padre ipertrofico e fantasmatico e sull’ossessione, anche inconscia, dei figli per lui, chiudere su una riconciliazione o un’epifania sarebbe stato insopportabilmente posticcio – verrebbe da dire, romanzesco.

Al contrario, I fratelli Michelangelo esibisce la propria distanza dall’impostazione seriosa e melodrammatica del Grande Romanzo Italiano, o aspirante tale, parodiando esplicitamente i tentativi di costruire epiche collettive intorno a fatti di cronaca nera o politica, quando Enrico fantastica di scrivere una sorta di L.A. Confidential all’italiana in cui il Mostro di Firenze si riveli essere proprio Antonio Michelangelo, e «sullo sfondo, l’Italia slavata dei primi anni Ottanta, il Totocalcio, le cabine telefoniche gialle, una narrazione attenta a non infilarci la P2, a tenersi lontana da Alfredino e dagli spari al papa, men che meno Canale 5, meglio la crisi degli ostaggi, lo squartatore dello Yorkshire […], il tentato golpe di Spagna, benissimo Bobby Sands, la morte di Albert Speer…» (p. 83). Insomma, a differenza di certi romanzi recenti in cui si cerca di fare coincidere posticciamente beghe private e traumi collettivi, come succede ne La fine dell’altro mondo di Filippo D’Angelo, in cui il protagonista prova a sbrogliare i suoi dilemmi professionali e sessuali e si ritrova in mezzo al G8, ne I fratelli Michelangelo Enrico va, più sanamente, «a Lucca a trombare invece che a Genova a farsele dare» (p. 97).

In altre parole, I fratelli Michelangelo è senz’altro un libro che osa molto più di quanto non faccia buona parte del romanzo italiano, in termini di estensione cronologica, geografica e soprattutto tematica. Ancora, è un libro che non subisce le pastoie e i provincialismi della letteratura italiana, che riesce a raccontare la vita in un altro Paese o in un altro continente senza sembrare un numero del National Geographic, e che soprattutto si svincola da quella curiosa e diffusa superstizione novecentesca per cui letteratura = stile e non, invece, affabulazione, intreccio, invenzione, capacità di raccontare e di costruire personaggi convincenti – tutte qualità che Santoni ha, oltre, naturalmente, a uno stile solido e riconoscibile. Se a tratti, nella lettura, la fatidica domanda “qual è il punto?” rischia di tornare a ripresentarsi, va notato anche che il lavoro di Santoni è prima di tutto teso alla rappresentazione di processi, e non all’argomentazione di una tesi; e anche questa non può che arrivare come una sana ventata di aria fresca tra le stanche allegorie e i frusti schematismi delle nostre patrie lettere.


fratelli michelangelo vanni santoni Vanni Santoni, I fratelli Michelangelo, Mondadori, Milano 2019, pp. 612, €20.