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“Mio padre la rivoluzione” di Davide Orecchio

Marco MongellidiMarco Mongelli
8 Marzo 2018
in Letterature
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“Mio padre la rivoluzione” di Davide Orecchio

Proseguono gli incontri di presentazione dei finalisti del Premio Narrativa Bergamo 2018, alla Biblioteca Tiraboschi. Oggi, 8 marzo 2018, alle ore 18, Adriana Lorenzi parlerà con Davide Orecchio del suo Mio padre la rivoluzione (minimum fax). Qui il calendario degli altri incontri in programma.


 

Mio padre la rivoluzione, opera terza di Davide Orecchio appena uscita per minimum fax, è un libro strabiliante, che conferma il talento dello scrittore e lo colloca definitivamente tra i migliori scrittori contemporanei, non solo italiani.

 Continuando un percorso sulla narrazione storico-biografica cominciato con Città distrutte. Sei biografie infedeli (Gaffi, 2012) e proseguito con Stati di grazia (Il Saggiatore, 2014), Mio padre la rivoluzione allarga i confini del narrabile e radicalizza l’intento – poetico ed estetico – originario: l’esplorazione della Storia e dei suoi protagonisti attraverso i materiali dello storico e gli strumenti dello scrittore, ovvero l’archivio e l’immaginazione.

Sperimentatore coraggioso di forme e soluzioni narrative, Orecchio scrive libri che sono sempre un passo avanti rispetto a una possibile definizione d’insieme. Se Città distrutte possiamo oggi definirlo un libro di “biofictions”, per Stati di grazia e per quest’ultimo i sottotitoli in copertina “Romanzo” e “Storie” di certo non bastano a dar conto della ricchezza e dell’originalità dei testi e della macrostruttura che li tiene insieme.

Mio padre la rivoluzione è infatti composto da dodici testi che variano in lunghezza e in tipologia, dodici storie autonome ma legate da un filo tematico (la Rivoluzione russa e i suoi protagonisti), da uno formale (l’intrecciarsi continuo di storia, biografia e autobiografia) e da un’esplicita ossessione per il passato e la sua restituzione. Pur nella loro eterogeneità, dunque, questi testi svelano una coerenza e una coesione molto forti: i numerosi rimandi interni (il ritorno di personaggi e di situazioni così come di espressioni e di immagini) contribuiscono infatti a creare un universo alternativo credibile e consistente, in cui il «secolo vecchissimo» del Novecento può prendere anche altre pieghe e altre direzioni.

Al pari delle opere precedenti, questo libro mostra massimo rigore e scrupolo rispetto agli eventi della Storia e ai loro documenti: solo in questo modo è infatti possibile per Orecchio camuffarli, manipolarli o inventarne di nuovi. Le citazioni da diari, lettere, memorie, saggi storici, etc. costituiscono il discorso della Storia sul quale si innesta quello del racconto ibrido del narratore-autore – e in un caso, Cast, rappresentano addirittura l’unico discorso del racconto. Rispetto ai libri precedenti, però, questo discorso prende più apertamente la via di una controfattualità complessa, che non si limita cioè a negare ma coesiste con gli eventi realmente accaduti: è il caso ad esempio di Trockij, di Bob Dylan o della demonica fusione di Hitler con Stalin in Iosif Adolf Vissarionovič; inoltre, Mio padre la rivoluzione esplora anche i registri del fantastico onirico e della fantascienza politica (ad esempio con Koba, il «robot positronico» che trasgredisce la prima legge della robotica di Asimov). Queste soluzioni collidono e si mischiano con un registro epico (o ancor meglio teogonico e cosmogonico), in cui gli araldi-dèi della Rivoluzione (Lenin, Trockij, Stalin) sono, come i Titani e i Giganti contro Crono, creature che lottano contro il vecchio tempo per far nascere una nuova umanità.

Questo complicato impianto è retto efficacemente dall’uso strumentale di alcuni personaggi storici, più o meno aderenti alla loro versione nel mondo reale, che fungono da testimoni diretti della Storia che vivono, o che subiscono. Così il Lev Trockij che riesce a scampare al piccone di Stalin serve a darci un punto di vista diverso sui trentanove anni che separano la Rivoluzione d’Ottobre dal XX Congresso del PCUS del 1956 (Una possibilità per Lev Trockij), il sindacalista ebreo Abraham Plotkin può raccontare i mesi che precedono l’ascesa di Hitler al potere (in cui altri fatti «altrettanto verosimili, se non  probabili» potevano verificarsi; Plotkin) e lo scrittore e diplomatico Sergio Pitol è capace di restituire le illusioni e le angosce nella Mosca della Perestrojka nel 1986 (Il viaggio). Secondo lo stesso principio, il poeta Gianni Rodari può descrivere le celebrazioni per il centenario della nascita di Lenin (Un poeta sul Volga) e lo scrittore e giornalista Alfredo Orecchio la transizione, in Sicilia e a Roma, tra fascismo e democrazia. In questo bellissimo racconto, Il mondo è un’arancia coi vermi dentro, l’autore continua la scrittura della biografia del padre cominciata in Città distrutte attraverso il parziale alter-ego di Pietro Migliorisi. E ancora, il Kim partigiano del Sentiero dei nidi di ragno ritornato medico descrive l’Italia post-bellica in cui lavoro e salute entrano in conflitto (Partigiano Kim), mentre il cantautore tardivo Robert Allen Zimmerman racconta l’America profonda degli anni cinquanta e sessanta (Zimmer Ma”). In queste riscritture riconosciamo le sterminate possibilità dell’accadere storico, in cui aristotelicamente il verosimile è più potente del vero.

La caratteristica più significativa della scrittura di Davide Orecchio – densa e ricca nella sua paratassi, difficile ma mai oscura – è l’uso di un linguaggio altamente figurato eppure esattissimo, che lavora per immagini immediate e dal grande impatto visivo. Uno stile particolare e unico che permette al testo di sorreggere entrambi i poli del suo vasto spettro retorico: il saggismo e la letterarietà. Come tutte le scritture ibride più riuscite, infatti, Mio padre la rivoluzione riesce a essere allo stesso tempo un testo specificamente letterario – in cui il tempo è un attore sulla scena della Storia e ogni suo anno un fiore diverso – e un saggio storico (e filosofico) non banalmente divulgativo, ma che anzi entra nello specifico delle tesi e delle argomentazioni che propone. Con un’operazione letteralmente avanguardista, Orecchio amalgama con sapienza elementi provenienti da scritture molto diverse: il risultato è una tela composita di cui si possono riconoscere le trame, che ci sorprende e ci stordisce ma di cui è possibile vedere l’intero.

Il senso profondo dell’operazione di Mio padre è la rivoluzione sta nella riflessione sull’utilità e sugli usi della memoria storica, e – siccome la Storia è la scienza degli uomini nel tempo – anche nella ricerca dell’identità biografica di uomini particolari, nel tentativo, ambiguo e contraddittorio, di raccontare la Storia senza farne un uso dottrinario né mummificandola nella celebrazione perenne. La domanda precisa è: come si racconta il sogno tradito della Rivoluzione? Il comunismo avrebbe avuto una fortuna diversa se Trockij fosse stato ascoltato, oppure sarebbe stato possibile realizzare il paradiso in terra del socialismo solo eludendo la violenza e il terrore (come spiega la Rosa Luxemburg della Lettera ai cittadini sovietici nell’anniversario della Rivoluzione)?

Il racconto finale (Il viaggio) verbalizza e mette in scena il dilemma che sta all’origine del libro: la difficoltà dolorosa di dar conto della «relazione emotiva» con un passato che non abbiamo vissuto ma che ci può commuovere nonostante la retorica, e che fatichiamo a raccontare perché «prigionieri dello sprawl del tempo presente». Il libro sembra darci degli indizi per una possibile risposta: bisogna provare a riconoscere nel presente sia lo «pneuma del popolo», quello spirito rivoluzionario che resiste e continua a soffiare in un luogo e un tempo preciso (per esempio nel Messico del 2006 dove il narratore-autore vede le contestazioni al risultato delle elezioni), sia lo «spirito odierno del mondo fatto di muri e fili spinati», quello che impedisce all’umanità di viaggiare e quindi all’uomo vecchio di diventare un uomo nuovo.

Mio padre la rivoluzione è in definitiva un libro che attraverso la manipolazione del passato lo interroga a partire dal presente sperando che arrivi al futuro, «perché la storia dobbiamo riscriverla, sennò la dimentichiamo».


orecchioDavide Orecchio, Mio padre la rivoluzione, minimum fax, Roma 2017, 313 pp. 18€

 

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Tags: biofictionCampiello2018memoriaOrecchioPremio CampielloraccontirivoluzioneStoria
Marco Mongelli

Marco Mongelli

Marco Mongelli (1989) è insegnante nelle scuole superiori e dottore di ricerca in letterature comparate. È stato tra i fondatori e redattori di 404: file not found.

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Comments 1

  1. Laura Naldi says:
    8 anni ago

    Francamente di strabiliante (o, più sobriamente, di molto bello) ho trovato solo il primo racconto, poi si sfilaccia tutto, il gioco diventa esplicito e prevedibile, e anche la scrittura tiene meno.

    Rispondi

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