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Immaginazione e dialogo: la poesia di Luigi Socci

Martina DaraiodiMartina Daraio
27 Ottobre 2013
in Poesia
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Immaginazione e dialogo: la poesia di Luigi Socci

Discorso di presentazione del 31/08/2013 per il Festival Adriatico-Mediterraneo

Luigi Socci è nato ad Ancona, dove vive, nel 1966. È un piacere per me presentarlo in questa occasione di incontro tra le culture del Mediterraneo perché è un poeta marchigiano tra i più interessanti del panorama contemporaneo, e dunque uno dei tesori che la nostra terra può offrire.

Sebbene si tratti di un autore già molto apprezzato, tradotto in russo, spagnolo, inglese e serbocroato, la sua opera fino ad oggi ha vissuto in una certa clandestinità che ne è insieme causa di debolezza e di forza. Causa di debolezza perché in questa società caotica e plurale in cui viviamo il poeta che non si autopromuove, che non cerca contatti e recensioni ovviamente rischia una certa marginalità. Causa di forza, altresì, perché in anni in cui la poesia italiana soffre la mancanza di lettori e di riconoscimento sociale, un poeta come Luigi Socci è una rarità sia nell’atteggiamento, che è l’unico capace di riscattare la dignità e l’onestà intellettuale della letteratura, sia nel tipo di poesia che riesce a produrre.

Dopo anni di pubblicazioni a grappolo tra riviste, antologie e siti internet, Il rovescio del dolore è allora la sua prima vera raccolta, costruita in circa un ventennio di lavoro. Si tratta di un libro in cui si utilizzano un linguaggio e delle situazioni estremamente accessibili, immediatamente comunicative, un libro che osserva con uno sguardo ironico, ma allo stesso tempo si tratta di un libro che va letto con molta attenzione perché mette in campo due elementi fondamentali della letteratura, e cioè il potere dell’immaginazione e la necessità di dialogo.

Il primo aspetto ha a che fare proprio con la familiarità e la quotidianità delle immagini descritte a cui accennavo prima. Il soggetto della poesia di Socci è una realtà tutto sommato banale: si trovano i resti di un pollo attaccati al piatto, o “finte cincingomme”, o “marlboro fasulle”, o il ronzio delle mosche e “maglie col davanti nel dietro”. Tutti questi elementi vengono però osservati con una lente molto particolare: lo spioncino della porta! L’immagine, tratta da una poesia della raccolta, aiuta molto bene a comprendere il tipo di sguardo che Socci rivolge alla realtà, che è uno sguardo defilato ma critico e attento, proprio come quello di chi guarda dallo spioncino della porta. Grazie a questo particolare modo di osservare, la poesia riesce allora a mostrare gli aspetti intrinsechi delle cose, smascherandone le convenzioni e bucandone l’autoreferenzialità.

Allo sguardo critico subentra poi l’immaginazione che, per restare nella metafora, trasforma la lente dello spioncino in un caleidoscopio di possibilità, capace di deformare ogni singolo dettaglio producendo zoom o astrazioni, moltiplicando i punti di vista e trovando nell’infinitamente piccolo l’occasione per parlare di condizioni esistenziali universali. Osservare la polvere sul pavimento, ad esempio, diventa occasione di riflessione sul “nostro quotidiano sbriciolarci”, sul deperimento e sulla consunzione a cui ognuno va incontro. In questa comunanza elementare dell’esistenza risiede un tratto che potremmo dire leopardiano della scrittura di Socci, che nella consapevolezza della condizione tragica dell’uomo messa in luce dalla scrittura trova motivo di incontro solidale.

Avendo nominato Leopardi entriamo allora nella questione del rapporto con la tradizione, che Socci gestisce ancora una volta in termini parodici, la cui scuola è quella del poeta anconetano Franco Scataglini. Si tratta però di una parodia amorosa, come ha spiegato l’autore, una parodia che nasce cioè dall’ammirazione, dall’osservazione lenta e contemplativa e che poi ha bisogno di sdrammatizzare, di riportare il sublime al bello, ad una dimensione più umana e meno spaventosa. Questo vale ad esempio sia per le influenze dell’oralità di Pagliarani che per la gaddiana consapevolezza del dolore che permea queste pagine o, dal punto di vista formale, per le epigrammatiche quartine di stampo caproniano mediate attraverso questo approccio insieme edotto e modesto. Come spiega infatti Massimo Raffaeli nella postfazione alla raccolta il comico per Socci diventa strumento di confronto con l’alterità o con l’estraneità, e pertanto un comico baudelairianamente assoluto, salvifico, difensivo.

È interessante, arrivando alla nota conclusiva della raccolta, notare come Socci faccia autoironia anche sulla sua fiducia nella parola, autoironicamente paragonata a quella di un pompeiano che fronteggi l’eruzione del Vesuvio recitando uno scioglilingua. Può sembrare follia, ma non è così: la poesia non cambia la realtà, questo Socci lo sa bene e ne fa motivo di scherno, ma sa anche però che la poesia è fondamentale per affrontarla meglio e, per questo, è uno strumento prezioso da curare e condividere.

Arriviamo così, concludendo, alla seconda parola chiave che proponevo all’inizio: la letteratura come occasione di incontro e dialogo. Credere nel ruolo e nell’importanza della poesia significa cercarle sempre nuovi interlocutori, nuovi spazi e nuove forme. Questa è una delle priorità di questo poeta che molti probabilmente già conoscono come direttore artistico del festival La punta della lingua, e che come lui stesso ha spiegato in varie occasioni è la continuazione della sua poetica con altri mezzi.

Da questa intenzione dialogica nasce anche l’attitudine performativa di Socci, che generalmente accompagna la sua raccolta con letture pubbliche. Senza fingere di indossare auree o di abitare in torri d’avorio, nel palco così come nella pagina, Socci mescola alto e basso, dotto e popolare, comico e tragico, tradizione e rinnovamento, e non teme la medietà. Piuttosto ne deriva una poesia su più piani, apprezzabile sia nell’immediatezza dello spettacolo e della risata che suscita, sia nella lettura (e rilettura) solitaria e approfondita dei testi sulla pagina. Nell’apparente spontaneità da “comune buon buffo italiano” si cela, infatti, un profondo studio e una raffinata attività di ricerca, tanto che come ha affermato Aldo Nove le poesie di Luigi Socci andrebbero lette almeno due volte per coglierne tutti i livelli.

Ora lascio la parola al poeta così che possiate godere della possibilità che i festival danno, e cioè di fruire dell’ascolto di questi testi direttamente dalla voce, col ritmo e col tono, di chi li ha composti. Mi raccomando però di passare poi ai livelli successivi e godere anche di una lettura più accurata e personale di queste poesie, come solo davanti ad una pagina scritta è possibile fare.

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Tags: Aldo NoveFestival Adriatico-MediterraneoFranco ScatagliniIl rovescio del doloreLa punta della linguaLuigi SocciMartina DaraioMassimo Raffaelipoesia contemporaneapoesia marchigiana
Martina Daraio

Martina Daraio

Martina Daraio è nata ad Ancona nel 1987. Ha studiato Lettere Moderne a Bologna, Filologia moderna (Teoria e critica della letteratura) a Padova, e attualmente svolge un Dottorato di ricerca studiando il rapporto tra poesia e spazialità attraverso il caso poetico marchigiano contemporaneo. Nel corso degli anni ha avuto occasione di partecipare a progetti di ricerca negli Stati Uniti interessandosi sempre alla relazione tra letteratura e contesto sociale. Fermamente convinta dell'importanza della critica militante, spesso e volentieri collabora con blog, riviste e festival letterari.

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