Si può riflettere, porsi domande e darsi risposte sulla genesi di un mito contemporaneo? Sul perché Bob Dylan è diventato Bob Dylan? È quello che Marco Rossari cerca di fare nel suo nuovo libro,  Il fantasma dell’elettricità, edito da add editore, nella collana Incendi, e uscito a pochi mesi dall’assegnazione del premio Nobel per la letteratura al cantautore americano. E oltre a questo lungo le pagine affiorano i frammenti di un racconto di formazione in cui l’autore, guardando agli anni dell’adolescenza e a quelli successivi, ricorda momenti e passaggi emblematici del suo rapporto con le canzoni del cantastorie di Duluth. Rossari è traduttore dall’inglese, ha scritto romanzi, racconti e libri di poesie. Il suo romanzo più recente, selezionato per il premio Strega, è Le cento vite di Nemesio (edizioni e/o, 2016). È autore poliedrico, cosa rara nel panorama italiano attuale, e dalla scrittura raffinata, ma si trova a suo agio anche sul palco, come lettore, performer e pugile letterario (ndr. nel pugilato letterario, concordata l’opera oggetto della contesa, ci si sfida a colpi di critiche e di lodi). A modo suo, è portatore sano di una sorta di bipolarità letteraria, ovvero, se così si può dire, di un’attitudine, come scrittore e interprete, sia introversa, sia estroversa, caratteristica che lui stesso a volte ama sottolineare con dissimulato compiacimento.

Questo libro non è un romanzo, anche se, con incursioni nelle forme del memoir, lo stile è narrativo, e non è un saggio, sebbene non manchi una componente saggistica. Ricordi aneddoti ed episodi della vita di Dylan, racconti, smonti, come a volerne svelare il segreto, alcune sue canzoni, ma soprattutto restituisci la tua fascinazione quasi trentennale per questo artista e per la sua opera. Perché la passione per Dylan e per la sua opera è stata così importante per te?

Sì, io lo chiamo passional essay, come un idiota. Già in Italia nessuno sa cosa sia il personal essay, se poi ci metti pure un gioco di parole, stiamo freschi. Vabbè. Ad ogni modo la risposta non ce l’ho, o forse soffia nel libro, per così dire. Me lo sono chiesto tante volte, qual è stata la scintilla, perché quest’ossessione? Ho avuto anche momenti di distacco o di disamore. Poi è successo proprio che una sera, guidando, ascoltando una certa canzone, mi sono domandato come fosse possibile restare ancora una volta incantati da una voce. Il libro è il tentativo di rispondere a una domanda ineffabile: perché amiamo ciò che amiamo, perché il suono dell’organo in quel pezzo di New Morning mi costringe sempre ad alzare la testa dall’occupazione del momento, come mai una certa successione di versi e di fonemi e di momenti vocali mi ammalia?

Nel libro lo scrittore coincide con l’appassionato, con il fan di Dylan, se è lecito prendere in prestito il termine dal gergo della musica pop, e spesso un tono sentimentale e diretto, che pure rende la lettura più coinvolgente, prevale sul distacco che si richiederebbe all’esperto, al critico. Mentre scrivevi ti sei posto il problema di un eventuale squilibrio tra emozione e ragione e dei rischi che questo poteva comportare?

Di libri critici su Dylan, seri e seriosi, ce ne sono già tanti. Uno dei più belli è stato scritto da un italiano, Alessandro Carrera, La voce di Bob Dylan (Feltrinelli, 2001; 2011), un libro che non ho nemmeno riletto per il terrore di venire influenzato. No, io volevo restituire l’immediatezza non a-critica, ma a-changin’, cioè inquieta e mutevole, sì, sentimentale ed emotiva. La collana, che si chiama Incendi, si prestava, anzi lo esigeva, e a me stava benissimo così. Si possono dire cose sensate anche senza una bibliografia in coda e un esergo in sanscrito. La passione – nella vita, nella scrittura, nell’ascolto, perfino nella cultura – è importante.

Sono d’accordo: la passione nella vita è importante, nell’arte e nella scrittura di più. Perché questo titolo, Il fantasma dell’elettricità?

Dylan è un personaggio proteiforme. Cambia, sfugge, elude. Lo fa d’istinto, da sempre, e da sempre genera rancori, mitologia, adorazioni, enigmi, proprio grazie a questi mutamenti di pelle. Ogni volta muore e ogni volta rinasce. Ecco il motivo del fantasma, che poi viene da un verso di Visions of Johanna. L’idea dello spettro, poi, si prestava a molteplici declinazioni: le canzoni omesse dai dischi e le registrazioni misteriose e gli echi della sua voce nel corso del tempo, in più volevo raccontare tre canzoni a fondo, che sono diventate un po’ come i tre fantasmi di Dickens, a infestarmi. Insomma, è un’immagine ottima per imbastire un’analisi.

rossariScrivi che Dylan “non ha studiato”, lasci intendere che le sue numerose metamorfosi artistiche sono frutto di un istinto prossimo alla chiaroveggenza. E però riconosci il legame che c’è tra Dylan e la tradizione blues, folk e rock della canzone americana. In che modo questi due aspetti coesistono?

Prima di tutto c’è la sua passione per la musica. Ore e ore ad ascoltare la radio, fino a notte fonda, fino ad addormentarsi con Muddy Waters o Buddy Holly. Poi, senza voler fare troppa agiografia, è un talento precoce. Poi c’è un breve passaggio all’università. Infine New York. In verità Dylan è una spugna, un ragazzo intelligente e sveglio. Legge (e ascolta) Brecht e lo rielabora subito. Non ha bisogno di frequentare un seminario su Thomas Stearns Eliot per capire l’uso che delle immagini classiche fa il modernismo. Lui lo imita d’istinto, mescolandolo al pop e al rock, in Desolation Row. Quindi Dylan fa questo: non studia, e ama la tradizione, una certa tradizione, ma non si chiude lì, la apre sempre verso qualcos’altro, che in parte è talento innato e in parte sintonia con quello che sta per arrivare.

Dylan, come altri musicisti pop e rock, si è giovato della forza commerciale che l’industria dello spettacolo ha avuto negli ultimi decenni. Si tratta di un mondo nato per fabbricare e vendere personaggi, facce, icone, per cavalcare e sfruttare il successo di un artista, anche quando questi cambia modi e forme o cerca di sottrarsi a ruoli e schemi e scrive canzoni di protesta e anti-sistema. Come si combinano genio e mercato?

 All’inizio Dylan soffre moltissimo il successo. Nel ’66 diventa una specie di icona, un dio, un guru e lui si spaventa. Avrebbe potuto tranquillamente cavalcare la tigre, ma per otto anni – otto anni: sono parecchi – si ritira in campagna a giocare con i figli. Molti vedono in Dylan una malizia, appunto, il genio scontroso che però sa benissimo di fare più notizia. A me andrebbe benissimo anche questo, chi se ne frega. È anche possibile (tutto è possibile con uno come lui), ma dopo lunghe analisi a me sembra che lui sia se stesso, a tal punto da sembrare strano. Ad esempio nelle interviste non accondiscende mai a quello che dovrebbe essere il suo ruolo, mette sempre in discussione la domanda e quindi l’intervistatore. Cerca di capire. Così una conferenza stampa finisce col diventare un happening.

Woody Guthrie, maestro e padre artistico dei cantanti folk statunitensi, disse che i testi di Dylan non erano granché, ma che il ragazzo aveva una bella voce. Della voce di Dylan e delle sue mutazioni, forse paragonabili a quelle della sua opera, si è detto e scritto molto. E anche tu affronti il tema. Vuoi provare a dirci qualcosa?

È una voce che non è mai in sottofondo, anche quando gracchia chiede di farsi ascoltare. Ma avrei bisogno di troppo spazio per dire qui. La mia risposta a questa domanda è in una delle pagine più difficili del libro. Il senso è tutto lì e per scriverla ho fatto ricorso alle immagini, alla poesia, e quindi tutto quello che ho ormai da dire sulla cosa è in quelle parole. Non posso articolarla meglio. Mi capita di rado di essere orgoglioso di una pagina, ancora meno di dirlo, ma in questo caso mi è successo.

Nel 1965 Bob Dylan disse a Mick Jagger e a Keith Richards che la differenza tra lui e loro è che lui avrebbe potuto scrivere Satisfaction, mentre loro non avrebbero mai potuto scrivere Mr. Tambourine Man. Si intuisce quello che intendeva, ma spiegaci meglio.

È una battutaccia, una piccola provocazione. Dylan ha più estensione intellettuale, più capacità metamorfiche, più intelligenza di Jagger. È capace in sostanza di scrivere un gran pezzo rock, ma anche di inventare una ballata lisergica e sognante come Mr. Tambourine Man. I Rolling Stones, con tutto il dovuto rispetto, sono sempre stati più monocordi. E Moonlight Mile (1971) arriva molto dopo. Ma per certi versi è stata anche la loro forza. Un accordo di Keith Richards è inconfondibile, io posso farti sentire sei registrazioni di una stessa canzone e Dylan sembra sei cantanti diversi.

Proseguiamo con i paragoni (impossibili), se ti chiedo di fare un confronto tra Bob Dylan e Leonand Cohen, che cosa ti viene da dire?

Che Cohen era perfetto, questo è il suo difetto.

E se al posto di Cohen mettiamo prima Lou Reed e poi Tom Waits, che cosa ci dici?

Lou Reed era pigro. Per usare la celebre dicotomia, è un cantante riccio, mentre Dylan è volpe. Sa una grande cosa, Dylan ne sa molte. Tom Waits è un incantatore, uno scrittore, uno sceneggiatore, un comico, è mille cose, molto più consapevole e scafato di Dylan. Forse hanno soprattutto in comune l’idea di usare la voce come uno strumento.

Nel libro dedichi molto spazio a tre canzoni di Dylan – The Lonesome Death of Hattie Carroll, Tangled Up in Blue e Mississippima in realtà ne illustri molte di più. Scegli una sua canzone e, se puoi, raccontaci perché è bella e importante.

Posso dirti Like a Rolling Stone. Perché? Come perché?

Chiudiamo sul rapporto tra canzone e letteratura. Sembri dirci che l’ascolto, fin dagli anni dell’adolescenza, delle canzoni di Dylan, la lettura dei suoi testi, il tentativo di comprenderli e poi di tradurli ha influenzato e nutrito il tuo immaginario e la tua sensibilità di scrittore. Come spieghi questa contraddizione apparente? C’è forse che la mente quando crea non conosce categorie e separazioni?

Non c’è nessuna contraddizione. La mente si nutre di vita e di arte. Film, telefilm, canzoni, giornali, persone, emozioni, poesie formano un grande serbatoio di immagini e di storie. Si può imparare a scrivere un romanzo anche intuendo il processo creativo che sta dietro a una canzone. La mente di uno scrittore è sempre aperta, per questo gli scrittori vanno evitati il più possibile.


 

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Marco Rossari, Bob Dylan. Il fantasma dell’elettricità, add editore, Torino 2017, 192 pp. 13€