«Non c’è niente di intimo in una violenza sessuale»


Ha denunciato uno stupro di gruppo, erano in quattro. Uno è figlio di un uomo potente. Il controesame è durato dieci ore.

Le hanno chiesto perché in quel momento fosse rannicchiata, se respirasse con la bocca o col naso, se le stessero a destra o a sinistra, come le hanno spinto la testa per costringerla a un rapporto orale, se l’hanno presa per i capelli con una mano o con due, come ha piegato le ginocchia (più le gambe o più le ginocchia?), se aveva gli slip, se aveva le calze, se aveva il reggiseno, come si allacciavano (o slacciavano) i suoi pantaloni, se erano elasticizzati, se avevano una coulisse, come glieli hanno tolti, perché non ha urlato, perché non si è chiusa a chiave in una stanza, perché non ha usato i denti per chiudere (sospendere?) la fellatio cui la costringevano.

Dieci ore. Alla fine ha detto che si sentiva svuotata e che le veniva da vomitare.

Ha ventitré anni, ne aveva diciannove. Ha risposto «non lo so», a volte, e «non ricordo», a volte. Soprattutto verso la fine, delle dieci ore. Hanno usato queste risposte per mettere in dubbio la testimonianza. (Non ti ricordi se ti hanno preso con una mano o con due, non ricordi dove avevi le ginocchia mentre a turno ti stupravano? Allora, vedi, non ti crediamo).

«Un interrogatorio da Medioevo», hanno detto. «Vittimizzazione secondaria», qualcuno ha aggiunto.

Al che, un’avvocata che difende uno dei quattro ha detto che non c’è niente di intimo, in una violenza. O è intimo o è violenza. E che perché ci fosse vittimizzazione, be’, doveva esserci una vittima. Questo stavano accertando: che fosse vittima.

Per un po’ penso alla regola delle doppie negazioni, spero si elidano, venga fuori una parafrasi impensata. Poi prendo intimo, cerco ‘intimo’. «Non c’è niente di intimo in una violenza sessuale».

Intimo è il superlativo di intra, di interno: è il massimo del dentro. (La mia testa glossa: è un limite di penetrazione). Un segreto intimo, una persona intima: molto dentro, i più dentro.

Se l’avessi davanti, l’avvocata, non so se sarei precisa, se sarei lucida. Ma vorrei dirle l’etimologia – fa una lunghissima citazione di una complessa definizione di fatto, come a dirci che pesa le parole – e chiederle se, davvero, se un cazzo, o quattro cazzi, ti entrano in bocca, se, davvero, lei pensi che non sia dentro abbastanza, per riempire quel superlativo.

«O è intimo o è violenza». Ti entra dentro solo il sesso consensuale, sembra dirci l’avvocata. All’università trascrivevo gli enunciati in simboli logici, quando preparavo un esame di filosofia. Mi pare una fallacia, vorrei dire all’avvocata, ma credo le direi cose più scomposte.

«Se fosse davvero uno stupratore, dovrebbe essere in galera allora»


Non ha mai amato i riflettori, si dice, conduce una vita “normale”, come tanti ragazzi della sua età. Cosa ci può fare? Sarà l’aria disinvolta, il senso di innata importanza o le bottiglie di champagne nei privé dei club. Non gli resistono. Le ragazze gli si appiccicano addosso come una colla tossica.

Lui non è carne buona da macello. Lui è, deve essere, un ragazzo come tutti gli altri, a tutti i costi e contemporaneamente è, deve essere, il cognome importante che lo esonera dai giochi. Non può finire in questa gogna, non è previsto che accada.

In fondo, cosa è successo davvero? Niente deve cambiare perché niente è successo. Lo ha voluto lei.  Si stavano solo divertendo, è stata lei a insistere di farlo con tutti. Come se lui avesse bisogno di chiedere sesso… figuriamoci.

Un’altra giornalista lo disturba per strada, ma lui non rilascia dichiarazioni. Parla chi gli sta intorno, cerchi concentrici di dichiarazioni della famiglia, degli amici, delle amiche, “è un ragazzo come tutti gli altri”, “lei era consenziente, disinvolta”, “lei lo voleva, era evidente”, “sono ragazzi che si divertono”, “come tutti i ragazzi della nostra età”. Ripetere finché non diventa vero.

L’avvocata, lei sa cosa fare. Evocare distacco ed estraneità. Spezzare i fili dell’empatia con lo spettatore. Accertare i fatti, dice in pubblico. Ma in privato, forse, avrò detto “tu non devi apparire da nessuna parte, devi stare il più nascosto possibile”. “Profilo basso”, gli avranno detto. A volte faccio l’esercizio di immaginare i discorsi degli avvocati dopo le accuse di stupro, mi faccio in testa le strategie che useranno per minimizzare, negare il racconto di chi diventa imputata.  “Ti facciamo vedere come la distruggiamo”, questo avranno pensato? Forse no, troppo volgare. Gli avranno detto, “non preoccuparti ti tireremo fuori da tutto questo”. Sì, più probabilmente è così. Lei non merita nemmeno la dignità dell’odio, lei è al limite, deve soltanto precipitare. Pensare che lo scopo degli avvocati è che lei vacilli.

Dice suo padre: «Se fosse davvero uno stupratore, dovrebbe essere in galera allora». Perché è così che si misura la verità: se finisci in galera sei colpevole, altrimenti no. La legge è uguale per tutti.

E provo a figurarmi i pensieri di lui. E se l’apparato pronto a garantire a tutti i costi che niente cambi, che il percorso assegnato a ragazzi di un certo status continui senza intoppi, cedesse anche solo per un momento?

Tutto intorno a me l’infrastruttura, la cultura, che non mi fa affondare. Pure se io non lo volessi, pure se uno di questi giorni mi balenasse per la testa che forse, forse sì, qualcosa di brutto è accaduto, forse io ne sono responsabile, cosa potrei mai fare? Non posso aprire crepe. Sono stato istruito alla perfezione. Niente deve cambiare. Distaccato, estraneo, diffidente. Lei, una vivisezione, spettacolo per un paese intero. Io devo nascondermi, e posso farlo. Io devo svanire e dissolvermi.

La normalità invocata è una fabbrica di terrori. Terrori fatti di dettagli: la madre quella notte era nella stessa villa. Non ha sentito nulla. Nemmeno la necessità di chiedere “figlio, che cosa è successo davvero?”.

Un drappo nero separa la ragazza da avvocati, assistenti e carabinieri.

Essere costretta a difendere anche gli occhi.

«Ogni violenza ha, come fine ultimo, far balbettare la vittima, spezzare la sua sintassi»


Negli ultimi anni, l’Italia è stata condannata più volte dalla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo per vittimizzazione secondaria nei processi di stupro. Ovvero, chi ha subito una violenza si ritrova a subirne di ulteriori da parte di altri soggetti, comprese le istituzioni: «… il linguaggio e gli argomenti utilizzati dalla Corte d’appello trasmettono i pregiudizi sul ruolo delle donne che esistono nella società italiana e sono suscettibili di impedire l’effettiva protezione dei diritti delle vittime di violenza di genere», recita ad esempio la sentenza del 27 maggio 2021, in riferimento al caso J.L. c. Italia, n. 5671/16.

Il documentario Processo per stupro è del 1979. Riprende, per la prima volta, un processo per stupro ai danni di una ragazza, non ricca, cui era stato promesso un lavoro e che, a quello che sarebbe dovuto essere un colloquio, è stata violentata. Quarantacinque anni dopo, possiamo ancora citare l’arringa dell’avvocata Lagostena Bassi, avvocata dell’accusa, che, dirà, si rifiuta di fare quello che di solito si fa in processi del genere, si rifiuta di occuparsi della moralità della ragazza, fare a lei un processo. Si chiede «perché ci si permett[a] di fare un processo a una ragazza?», per «solidarietà maschilista», risponde, certo, ma soprattutto: «solo così si ottiene che non si facciano denunce».

È probabilmente per questo che si ignora Strasburgo, si rischiano sanzioni e controsentenze: perché importa di più ribadire che durerà moltissimo, che sarà umiliante e che, alla fine, vorrai piangere e vomitare.

(C’è tutto, o moltissimo, di intimo in una violenza sessuale. E, anche: dobbiamo capire bene chi, cosa, come processare).


Questo articolo è parte di una campagna, #Unite, a cui hanno aderito scrittrici e giornaliste italiane per denunciare la violenza di genere e nominarla.