Giù nella valle, il nuovo libro di Paolo Cognetti (Einaudi, 2023), come al solito è finito troppo presto e, come al solito, si è aperto e chiuso tra le mie mani come una carezza di altre mani, ruvide e gentili. La brevità del romanzo – forse più un racconto lungo, con i pregi che questa forma implica – non mi ha stupito. Prima del grande successo de Le otto montagne (Einaudi, 2016), Cognetti è stato a lungo scrittore di racconti. Ha esordito con la raccolta Manuale per ragazze di successo (minimum fax, 2004), proseguito con un’altra raccolta, Una cosa piccola che sta per esplodere (minimum fax, 2007), virato verso un ibrido romanzo di racconti con Sofia si veste sempre di nero (minimum fax, 2012), per poi dedicarsi a una sorta di trilogia di racconti lunghi sulla montagna, di cui questo è il capitolo più recente. Ancora prima, Cognetti è stato ed è lettore di narrativa breve, soprattutto di matrice anglo-americana, che anche nel suo ultimo lavoro risuona nell’orchestrazione di descrizioni opportunamente calibrate e dialoghi asciutti e diretti. La brevità è poi quella della stagione delle nevi, che fa accendere la stufa a legna e passare il tempo a leggere e pelare patate; ma anche dell’estate, che trasforma il bianco degli alpeggi in verde brillante. Brevi sono tutte le stagioni, soprattutto quelle umane, e se la montagna insegna ad apprezzarne il volgere, i libri di Cognetti restituiscono dettagli che contribuiscono a renderne memorabile la quotidianità.

Inutile dunque lamentare la frustrazione di doversi separare dal libro dopo poco. Quasi come un kōan giapponese, il pregio della storia è nel suo continuare a echeggiare nella mente, lasciando a ognuno l’opportunità di sviluppare una propria interpretazione. Adottando una lente ecocritica, si potrebbe ad esempio notare come, dopo anni passati ad abitare e scrivere di paesaggio montano, Cognetti denunci apertamente qui per la prima volta l’impatto del settore industriale sui fiumi: «Una quantità di solventi chimici da sciogliere anche i sassi avvelenava la Sesia ben prima che arrivasse a bagnare le risaie» (p. 32); «Oggi di acqua non ce n’è, quando guadiamo arriva a malapena al pianale» (p. 57). Soprattutto, la collocazione della storia nei primi anni Novanta permette di guardare alla turistificazione dell’alta quota in un momento come sospeso tra passato e presente, tra quello che si sarebbe potuto evitare e quel che invece è stato lasciato succedere: «sulla mappa dell’Istituto Geografico Militare era segnato il tracciato del nuovo impianto di risalita, che avrebbero cominciato a costruire in primavera. […] Se ne parlava da tempo, su in Regione. Piano di sviluppo turistico integrato. Ma per il momento erano solo tratti di penna tirati da un geometra» (p. 33); «Taglieranno tante piante? Mah, ho detto, tra pista e seggiovia sono dieci ettari di bosco. A cinquecento piante per ettaro, fanno sulle cinquemila» (p. 101). Il riferimento nel testo a un tatuaggio di lupo disegnato da una donna indiana sulla pelle di uno dei protagonisti contribuisce a rafforzare una visione unitaria delle periferie geografiche e sociali, che siano le Alpi italiane o le comunità indigene canadesi, come sacche di tentata resistenza alla violenza lenta e implacabile dell’ordine costituito.

Il personaggio umano che unisce Canada e Valsesia, novello Anguilla di pavesiana memoria, è prefigurato nel primo capitolo da una sorta di alter-ego animale: un cane grigio che uccide seguendo un elementare istinto di sopravvivenza, e sulle tracce della cui violenza si mobilita l’intera valle. È forse un ibrido tra un cane e un lupo, e in questo suo essere anfibio illumina tutte le contraddizioni di una società che, nel respingere il diverso, si crede pura ma imputridisce per mancanza di ossigenazione. Aiutato dall’essenzialità icastica del suo stile, Cognetti si guarda dall’esaltare o dal giustificare la violenza del cane grigio, e poi di Alfredo – due dei protagonisti di questo racconto polifonico, focalizzato su una prospettiva diversa a ogni capitolo. Eppure, nel mettere in scena la reazione scomposta degli abitanti della vallata, che ucciderebbero «qualsiasi bestia a forma di cane» (p. 10) pur di liberarsi di un essere dall’anima duplice, che coniuga «la confidenza del cane con l’uomo, e la ferocia del lupo» (p. 9), l’autore mette in luce una distinzione sottile: tra l’aggressività resa necessaria da condizioni di vita avverse, in qualche modo reattiva rispetto a un sistema che tende ad asservire, addomesticare e neutralizzare qualsiasi personalità non allineata, e la cattiveria gratuita del branco (animale o umano che sia) che attacca con risentimento e codardia. Nel discrimine sfumato tra queste due istanze si percepisce il tempo che Cognetti ha trascorso osservando e interrogandosi su diverse dinamiche esistenziali, come chi attraversi con lentezza prensile il ritmo di ogni stagione.

Se ai caratteri quasi opposti di due cani Cognetti aveva già dedicato pagine di grande sensibilità nell’autobiografico Ragazzo selvatico (Terre di Mezzo, 2013), in Giù nella valle arriva direttamente a calarsi nell’esperienza di una cagnolina, nel suo incontrare “a naso” altri esseri e attraversare vallate e boschi guidata da un fiuto tanto materico quanto emotivo. E se gli odori prevalgono nel primo capitolo, ‘Valsesia’, in cui la prospettiva è appunto quella canina di una «femmina che non aveva ancora visto il suo secondo inverno» (p. 5) e che si accompagna al cane grigio, gli odori stessi non smettono di arricchire la narrazione quando, in terza persona, ricostruisce l’incontro tra i fratelli Alfredo e Luigi. Da un lato, dunque, c’è il parallelo scoperto tra questi due uomini e due alberi (un larice e un abete) piantati dal padre alla nascita di ciascuno, che nel loro portamento e andamento stagionale sembrano prefigurare l’evoluzione dei rispettivi caratteri – idea sviluppata anche da Richard Powers in uno dei capitoli di Il sussurro del mondo (La nave di Teseo, 2019). Dall’altro, la trama olfattiva che dal capitolo primo si riversa in quelli successivi, a focalizzazione umana, crea un’indiretta sensazione di solidarietà e interrelazione tra esseri di specie diverse, tutti a loro modo alla ricerca di un percorso da seguire e guidati da una capacità variabile di decifrazione degli stimoli circostanti.

In virtù di questa consonanza animale, e considerando che Giù nella valle si apre col punto di vista di una femmina di cane, una delle riflessioni che continuano a farsi spazio giorni dopo la lettura è quella legata a una certa centralità del femminile nella storia – in questa ma anche nei precedenti libri di ambiente montano di Cognetti. Potrebbe sembrare strano: in fondo, come si diceva, il tranche de vie che l’autore descrive è più che altro incentrato sull’incontro di due fratelli a distanza di anni, e in parte sul loro diverso modo di processare la morte del padre, così come la storia decennale di un’amicizia tra due ragazzi era al centro di Le otto montagne, mentre La felicità del lupo (Einaudi, 2021) raccontava di un giovane adulto alle prese con la metabolizzazione di un matrimonio finito e un futuro da re-immaginare. Eppure non va dimenticato che Cognetti nasce come ritrattista di ragazze dalle personalità forti e in continua evoluzione. Lui stesso, a margine dell’uscita di Il ragazzo selvatico, aveva avuto modo di delineare un giro di boa a tal riguardo: «Ho sempre scritto di ragazze per un motivo puro e semplice: la paura boia di scrivere di maschi, ma prima o poi sapevo di doverla affrontare. Ora penso di aver cominciato a guardarla in faccia. Qui sono tutti maschi, perfino gli stambecchi e i cani, e si potrebbe anche leggere Il ragazzo selvatico come il libro di un uomo che fa i conti con la sua natura maschile». Ebbene, in Giù nella valle il meccanismo è ancor più sfumato e la natura si fa finalmente ibrida, maschile e femminile insieme, come del resto sono ibride tutte le identità – o le co-dividualità, per usare una formula fortunata dell’antropologo Francesco Remotti. Ripensandoci, quel che rende la voce degli ultimi tre libri di Cognetti così convincente è la capacità di conciliare prospettive reciprocamente necessarie sul mondo, persino su quel mondo tradizionalmente maschile (e talvolta machista) che è l’ambiente della montagna. E si badi bene che il femminile non è inteso come uno stereotipo zuccherino e accomodante, bensì come una forma di complessità complementare a quella maschile, composta in modo analogo, ma distinto, di cura verso l’altro, ascolto e coraggio – una complementarietà che fa spesso emergere le carenze del maschile se pensato in isolamento, non in ascolto del proprio stesso femminile. Non sarà un caso se, nel 2021, Cognetti ha curato per Ponte alle Grazie una selezione di Poesie, lettere e fotografie di Antonia Pozzi, una delle maggiori scrittrici alpiniste del Novecento italiano, che di questa mistura di sensibilità e baldanza è stata cantrice. Se ne Le otto montagne è la figura della mamma di Pietro a riempire di calda premura la vita in alpeggio e, ne La felicità del lupo, Fausto trova la sua forma di felicità nella tenacia e nell’amore di Silvia, qui è Elisabetta a infondere poesia al quotidiano:

«Come mai sono nudo?, ho pensato. Mi sono ricordato che stanotte, ieri sera o quand’era, io e la Betta avevamo fatto l’amore. In cucina mi aveva lasciato una fetta di torta su un piattino e la moka già pronta, dovevo solo accendere il fornello. Sotto il piattino c’era un biglietto che ho guardato mentre il caffè saliva: ci aveva disegnato due alberi, un larice e una betulla, con un piccolo cuore in mezzo. Il cuore stretto e magrolino che disegna lei. Io non me la merito una donna così, ho pensato. Ho osservato la cucina con tutte le sue cose, le tazze colorate, il calendario delle fioriture, le cose di lei che ingentiliscono la mia vita, ho versato il caffè e ho mangiato la torta, una crostata di mirtilli. Credo fossero i mirtilli che abbiamo raccolto in agosto e mi sono ricordato di lei con le dita e la bocca blu» (p. 96).

Per ogni larice c’è una betulla, e solo da questo connubio può nascere un bosco. Per ogni lato in ombra ce n’è uno al sole, e insieme fanno la montagna. E per ogni lato maschile ce n’è uno femminile, e solo nel loro incontro si può dare una personalità compiuta.


Paolo Cognetti, Giù nella valle, Torino, Einaudi, 2023, 16 €, 128 pp.