Nessuno ci crede, che i marinai di vascello guardassero sempre la linea dell’orizzonte. Sui ponti inferiori l’atmosfera è soffusa, e ci sono i fratelli Lumière a scancherare sulle loro immagini in movimento. Così almeno sfoglia il tempo. Fan finta che la vita non abbia parti morte.

Sette Balenieri si sono intrufolati nell’ultimo viaggio del Pequod, scesi poco prima del vortice bianco. Hanno fatto in tempo a riportare i gusti di visione di quelli là. Che sono, badate bene, assai raffinati.


Sick of Myself, Kristoffer Borgli, 2022 (Pier Giovanni Adamo)

Se, come si sente annunciare da più parti da almeno un decennio, il postmoderno è finito o quantomeno declinante, allora come classificare il cinema di Kristoffer Borgli, norvegese traslato in California per lavorare nella pubblicità: ultimo sussulto nordico della famigerata logica culturale del tardo capitalismo, ribaltata tuttavia in un disturbante nonsense autoironico, oppure primo tentativo veramente anticonformista e dissacrante di ideare un’antropologia e un’iconografia filmiche adeguate all’età dell’inconsistenza e della suscettibilità mediatiche, la nostra (e però proprio per questo merito inevitabilmente effimere)? Sin dai suoi cortometraggi più riusciti e weird (WhateverestA Place We Call RealityFormer Cult Member Ears Music for the First TimeEer) e dal suo primo lungo, Drib – e nonostante il recente Dream Scenario sembri già meno lucido e più addomesticato (sarà colpa dell’ormai onnipresente marchio A24?) – era chiaro che si trattasse di una filmografia in cui materiali post-internettiani e lessico del contemporaneo sarebbero stati sempre ripresentati in una versione fastidiosamente bidimensionale oppure orrorifica, cui si reagisce con risate convulse di disagio. Perché a Borgli, che conosce dall’interno gli ambienti dell’arte, della moda e della comunicazione, interessa palesemente (s)ragionare sull’ipocrita assurdità dei discorsi imperanti, suggerendo quanto servano per lo più a ignorare vecchie e ancora irrisolte paure. Ma, almeno a giudicare da Sick of Myself, il suo film migliore, l’originalità di un’opera altrimenti fin troppo debitrice del primo Cronenberg (ma di certo superiore per abrasività satirica a quella in fondo innocua di Östlund) sta nel fatto che Borgli mette al centro delle sue trame personaggi che le sabotano dall’interno perché funzionano come errori di sistema, figure rappresentative dell’attualità che mettono la propria vita “fuori servizio” per eccesso di aderenza alla ex-realtà che ci circonda, ossia il mondo deformato da Internet, inevitabilmente ridicolo e pericoloso. La protagonista Signe (Kristine Kujath Thorp), che per invidia e narcisismo diventa dipendente da un farmaco potenzialmente letale, è l’incarnazione perfetta della corrosione in corso della psiche occidentale, cui corrisponde l’ossessione fisica di essere costantemente, a qualunque condizione, al centro dell’attenzione: perché ciascuno di noi sia valorizzato e “ricondiviso” come esemplare unico (e monetizzabile, serve dirlo?) di body positivity. Speriamo adesso che Borgli, che scrive e monta i film che dirige (compresa l’intervista promozionale per questo film, durante la quale gli hanno sparato), sappia andare oltre il suo stile ormai riconoscibile, fatto di zoom lenti in avanti e corpi retroilluminati, per inventarsi, magari tornando a girare in Norvegia, qualche nuovo glitch della mente con cui deliziarci per esilarante sfinimento.


L’innamorato, l’arabo e la passeggiatrice (Viens, je t’emmène), Alain Guiraudie, 2022 (Giulia Sarli)

Alain Guiraudie sceglie la città “decentrata” di Clermont-Ferrand come ambientazione per il suo ultimo film, Viens, je t’emmène, uscito in Francia nel 2022 e distribuito in Italia da Satine Film. Decentrata è la trama, che si snoda secondo un ritmo e una struttura che richiamano la commedia degli equivoci. Médéric (Jean-Charles Clichet), un trentacinquenne rampante con la passione per il jogging, si innamora di una prostituta di cinquant’anni felicemente sposata. Una sera, di ritorno dalla camera d’albergo in cui si è incontrato con la donna, andando in bianco a causa della notizia di un attentato terroristico verificatosi in città, Médéric accoglie nel proprio palazzo un ragazzo arabo bello e indifeso, Selim (Ilies Kadri), che vive in strada, nonostante sospetti che possa essere implicato nell’attacco. Méderic, inseguito da una collega che vorrebbe portarselo a letto, insegue Isadora (Noémie Lvovsky) che è inseguita dal marito geloso. Selim, inseguito da una banda del quartiere, insegue Méderic perché capisce che può aiutarlo e perché dal primo sguardo nasce tra loro affetto. Decentrati sono i personaggi, che sfuggono ai ruoli e ai tratti con cui vengono presentati perché costantemente mossi dal desiderio. Un desiderio decentrato, o forse sarebbe meglio dire queer, che attraversa tutto il film. Guiraudie gira un lungometraggio allo stesso tempo realistico e deviante, attuale e provocatorio (solletica la blasfemia una scena spinta in chiesa), che trova nell’amore (libero) l’ancora di salvezza a cui restare aggrappati contro la durezza degli eventi a cui siamo (in quanto siamo) destinati.


Il Cielo Brucia, Christian Petzold, 2023 (Giacomo Tinti)

Sguardi fugaci, passioni, crisi ed egoismi. Quattro ingredienti che non farebbero certo pensare a una spensierata vacanza estiva al mare, eppure sono gli elementi fondamentali attorno cui ruota l’ultima opera di Christian Petzold, Il Cielo Brucia.  Due giovani amici berlinesi, Felix (Langston Uibel) e Leon (Thomas Schubert), decidono di recarsi per le vacanze nella casa del primo sulle coste del Mar Baltico: l’idea è di dedicarsi al lavoro, un progetto fotografico per Felix e gli ultimi ritocchi a un romanzo per Leon. Appena arrivati, i due scoprono che in casa ci sono già degli inquilini: Nadja (Paula Beer), una presenza sfuggente percepita attraverso gli incontri amorosi e notturni, il cibo sulla tavola e la silhouette in bicicletta, e Devid (Enno Trebs), atletico bagnino amante della ragazza, del quale anche Felix si invaghisce. Ma un grande incendio boschivo si avvicina lentamente alla costa, facendo affiorare i sentimenti più inconsci, distruttivi e passionali. 

Il Cielo Brucia è un’opera che si dedica totalmente all’affascinante complessità dell’essenza umana, esaltandone delicatamente ogni minima sfumatura. Petzold non si avvale di una struttura narrativa complessa, che gli risulterebbe controproducente, ma punta la sua attenzione sulle relazioni che intercorrono tra i quattro personaggi, cercando di indagare e fare emergere un’umanità esistenziale. La sua è un’elegante narrazione di sguardi fugaci e sorrisi rapiti, di corpi scrutati e desideri nascosti, di sentimenti repressi e di parole mal dette. La spensieratezza è l’elemento che in principio accoglie e abbraccia i protagonisti: si ha la sensazione di essere immersi in quell’immaginario idilliaco di un’estate “rhomeriana”, che viene subito incrinato dal narcisismo di Leon, incapace di guardare oltre se stesso.

Petzold ama i suoi personaggi e li costruisce con maestria, cesellandoli in ogni loro piccola sfaccettatura. Meravigliosa la coppia Nadja e Leon: lei, interpretata da una sontuosa Paula Beer, è una donna affascinante, coltaed estemporanea, sempre organizzatissima; lavora tantissimo, cucina come una chef ma trova anche il tempo per uscire e far sesso. Lui, interpretato da un lucidissimo Thomas Schubert, è uno scrittore narcisista e misogino che non riesce a esprimere ciò che prova, precludendosi ogni desiderio e felicità. Nonostante Leon rappresenti tutto il contrario dei sentimenti e delle atmosfere della stagione estiva, Christian Petzold, con grande abilità, lo eleva allo sguardo del desiderio, e gli dona un’intrigante complessità umana.

Vincitore alla 73a edizione del Festival di Berlino dell’Orso d’Argento Gran Premio della Giuria, Il Cielo Brucia rappresenta il secondo capitolo della trilogia iniziata da Petzold con Undine – Un amore per sempre, basata sugli elementi naturali: dopo l’acqua, è il fuoco questa volta l’elemento chiave della storia, perché a bruciare è la voglia reciproca di Nadja e Leon che, proprio come un incendio, viene repressa da gelosia, risentimento e profonde tensioni dell’animo umano.

Il Cielo Brucia di Christian Petzold è uno specchio raffinato in cui ritrovare ciò che più appassiona della natura umana. È una bellissima e anticonvenzionale storia d’amore, un’educazione sentimentale, una rappresentazione dolce e intima delle relazioni umane; è un delicato racconto di crescita e formazione sulla condizione giovanile nella società contemporanea e del passaggio dall’adolescenza all’età adulta. È un film che riflette sul significato dell’arte, sul concetto di crisi e sul giudizio del pubblico. È un film esistenziale, psicologico e introspettivo. Il Cielo Brucia, ma brilla di vita.


Past Lives, Celine Song, 2023 (Marco Aldrighi)

Come ci ha insegnato Charles Dickens, non è veramente Natale senza una buona storia di fantasmi. Allora non c’è film più adatto di Past Lives per trascorrere questo periodo dell’anno. Celine Song, alla sua opera prima, e A24 danno vita a un racconto di connessioni perdute, ricordi e memorie, attraverso gli occhi di Nora (Greta Lee), una ragazza coreana immigrata negli Stati Uniti, che ritrova Hae Sung (Teo Yoo), l’amico d’infanzia abbandonato anni prima a Seul. La regista sembra voler portare avanti il discorso aperto da Charlotte Wells in Aftersun, giocando con la nostra percezione dei ricordi e dando vita a una nuova geografia del filone “case infestate”. Hae Sung, in Past Lives, è un fantasma imprigionato in un «eterno ritorno» fatto di nostalgia, passeggiate per New York e chiamate su Skype. Echi del passato a cui Nora si aggrappa disperatamente per tentare di ricollegarsi alle proprie origini e, quindi, al paese che si è lasciata alle spalle: la Corea. Non è più il fantasma a cercare noi, ma noi a cercare lui. Perché il fantasma rappresenta un’interferenza con il normale scorrere del tempo e, se possibile, una via di fuga. Ma c’è spazio nel presente per un fantasma?


Rapito, Marco Bellocchio, 2023 (Niccolò Gualandris)

Dopo Il traditore (2019) ed Esterno notte (2021), Marco Bellocchio, 84 anni compiuti da poco, si riconferma uno dei registi più capaci nel raccontare episodi cruciali della Storia italiana, cogliendone l’essenza politica e avendo la lucidità per rielaborarla personalmente in una messinscena immacolata. Con Rapito, il soggetto della sceneggiatura, di cui il regista è co-autore, è il battesimo segreto di un bambino ebreo che, nella Bologna pontificia di metà Ottocento, verrà strappato alla famiglia e confinato in Vaticano per ricevere un’educazione cattolica e diventare sacerdote. Il film è un’esplorazione della violenza arbitraria del potere verso le minoranze, della spietatezza dell’assolutismo pontificio ma anche una rappresentazione di grande forza morale e tenacia sullo sfondo di un’Italia alle prese con la transizione che porterà all’unità del Regno, culminata con l’annessione di Roma nel 1870. Il rapimento del giovane Edgardo Mortara (Enea Sala/Leonardo Maltese) fece scalpore all’epoca e rese palese agli occhi del mondo la follia del papato di Pio IX (interpretato da un clamoroso Paolo Pierobon). Il dramma privato e storico, con un inaspettato intermezzo di trial movie, è amplificato dalla cinematografia di Francesco Di Giacomo (Martin Eden, Esterno notte), attraverso inquadrature memorabili che culminano in fotogrammi dal raffinato gusto pittorico. La qualità dei dialoghi e il cast perfetto rendono questo lungometraggio una delle migliori uscite italiane dell’anno. Da consigliare a occhi chiusi.


Killers of the Flower Moon, Martin Scorsese, 2023 (Massimo Cotugno)

Il ritorno di Martin Scorsese era tra gli eventi più attesi dell’anno. Venerato maestro di un cinema in via di estinzione, il regista di Toro Scatenato si aggira nella Hollywood odierna come una Cassandra inascoltata. Più volte bersaglio di un pubblico di giovanissimi per i suoi commenti poco carini rivolti alla Marvel e alle sue saghe di uomini in calzamaglia, Scorsese rischia ormai di essere bollato come quegli zii boomer che ti ricordano che i Rolling Stones erano più ribelli dei trapper. Di sicuro il deludente The Irishman, con un De Niro ai minimi sindacali e una storia che sembra una stucchevole sequela di autocitazioni, non aveva aiutato il regista ottantenne a mettersi in buona luce.

Ma Killers of the Flower Moon rimanda tutti a scuola a studiare. Tratto dal saggio Gli assassini della terra rossa, il film racconta la storia vera degli Osage, tribù di nativi americani che negli Anni Venti si ritrova proprietaria di una terra in cui sorgono diversi giacimenti petroliferi. Questa risorsa li porta a essere la comunità più ricca del mondo e attira gli yankee che si avventano su quel tesoro come lupi. Tra questi, William “Re” Hale, interpretato da De Niro, eleva l’avidità a sistema e comincia a eliminare membri della tribù e ad accasare suoi affiliati con donne Osage. Tra questi vi è Ernest Burkhart (Leonardo Di Caprio), suo nipote, che sposa Mollie – Lily Gladstone – per amore, ma anche per il suo patrimonio. «Amo mia moglie quanto amo i soldi» affermerà infatti il personaggio di Di Caprio, evidenziando il cuore di un sistema, quello americano, che giustifica ogni meschinità per soddisfare la sete di ricchezza. Il primo western di Scorsese riapre il caso di una nazione fondata sull’eliminazione metodica di un altro popolo e lo fa con uno stile netto, brutale e senza sbavature. Da segnalare un gustoso siparietto finale da varietà che vede protagonisti lo stesso Scorsese e Jack White.


Misericordia, Emma Dante, 2023 (Elisa Teneggi)

Emma Dante è tornata alla regia (cinematografica) con un film che spiazza e che si fa presto esercizio dello sguardo, e dunque della morale. L’introduzione nel mondo fatato di una baraccopoli siciliana ai piedi di una montagna rutilante – un piccolo borgo marinaro di casupole in pietra grezza, immerso tra rifiuti e rottami – non si spiega se non nello straordinario, e come tutte le cose extra-ordinarie ha bisogno di un rituale di connessione, una preghiera per entrare, e dialogare, ottenere il permesso di sbirciare ancora un po’. In Misericordia, questo avviene attraverso uno dei marchi di fabbrica della regista, che dal teatro si porta dietro una “meditazione naturale” guidata dal movimento del corpo allo stato brado, ma anche allo stadio brado, vestito solo della propria pelle. Così Arturo (Simone Zambelli), il protagonista, giovane ma ancora più giovane per il difetto cognitivo da cui è afflitto, è un vortice di carne che danza su un mondo che, della bellezza, non sa proprio cosa farsene. Attorno a lui, a proteggerlo e ricordargli a ogni giravolta che è lui, lo strano, e non quel mondo senza dio, sono le madri, forse sorelle, adottive. Figlio delle violenza, Arturo, e del pappone della colonia, capoccia che costringe le donne della baraccopoli a prostituirsi per mandare avanti la giostra. La madre biologica, invece, è rimasta sotto la montagna, durante una delle ultime frane. Ma la voce della roccia sta per farsi sentire di nuovo. E forse, per Arturo, sarà tempo di trovare una vera casa.