Tanto era urgente il recupero e l’approfondimento dell’opera di Cosimo Ortesta (1939-2019) dopo la sua scomparsa, quanto la sua parabola di scrittore è stata condotta, in vita, con discrezione. Di questa davvero meritevole opera si sono incaricati Jacopo Galavotti e Giacomo Morbiato che prima hanno dato alle stampe una fondamentale monografia (Una sola digressione ininterrotta. Cosimo Ortesta poeta e traduttore, 2021) e poi hanno licenziato il volume Tutte le poesie, curato insieme a Vito M. Bonito per i tipi di Argolibri (2022).

Le sei raccolte del poeta (da Il bagno degli occhi a La passione della biografia) non sempre reperibili con facilità, sono così confluite in unico volume, corredate da alcune appendici (Poesie disperseTraduzioni dispersePoesie ritrovate) che ampliano ulteriormente l’intelligenza critica dell’opera ortestiana. Completano l’opera una prefazione di Bonito, una nota filologica di Galavotti e una nota critica di Morbiato, in cui sono messi in rilievo i principali meccanismi di funzionamento della complessa architettura poetica del tarantino.

​Uno dei motivi principali dell’urgenza a cui si è fatto riferimento riguarda la necessità di rileggere un’opera che ha bisogno di una lunga sedimentazione. Benché sia stata riconosciuta e celebrata con importanti premi (Viareggio Opera Prima, Pozzale Luigi Russo, Lorenzo Montano), l’esperienza di questo autore appare quasi vergine nel potenziale influsso che può apportare alla scena poetica (ma vorrei dire alla concezione estetica della poesia) contemporanea.

Esordiente in volume nel 1980, con una prima prova edita a metà del decennio precedente, l’autore è distante sia dal «gesto lirico» che da ogni «vacua sperimentazione», come Bonito afferma nelle prime righe della sua prefazione. Alla feconda idea di portare nuovo pubblico alla poesia di Ortesta si affianca l’importanza di una autore che – nel solco di un’esperienza quanto mai personale, segnata dalla vicinanza ad autori di generazioni precedenti (Bertolucci, Sereni, Giudici, Raboni, Rosselli, fino al fondamentale rapporto con Jacqueline Risset) e dall’influenza di modelli otto-novecenteschi – può essere considerato come uno dei testimoni più complessi e completi, ancorché sui generis, di un frammento di storia letteraria italiana. 

​Ortesta trova nella poesia la misura di un’espressione difficile (definita «ostinato ermetismo» in un testo dedicato a Giudici, p. 167) ostacolata dall’inibizione psichica di un soverchio dolore, come chiarisce l’autore stesso, spiegando il senso profondo della formula su cui si apre e chiuda la propria traiettoria: «[…] per me […] scrivere versi è sempre stato questo: osservare l’abisso sotteso alla scrittura e dare spazio alla biografia – la mia e quella altrui? – nel patirla prima di scriverla, patirla nel lungo momento della decisione precedente la scrittura. La passione della biografia è questo: lasciarsi attraversare dalla scrittura che nasce dalle proprie viscere e dal proprio cervello» (p. 218). 

Patire la vita per scriverla, scrivere per dare forma a una sofferenza originaria. Potrebbe essere così delineato lo schema di massima che informa l’opera ortestiana, che muove dal bisogno di risalire alla natura prima di un trauma, evento che non può essere nominato perché estraneo alla percezione sensibile. Ecco allora un altro dei punti centrali dello stile di questo poeta, secondo la formulazione che ne dà Morbiato: «Ciò che più conta […] è evitare ad ogni costo la nominazione diretta dei referenti, mentre al contempo si mantengono allo stato fluido i significati alterando o cancellando i nessi sintattici (preposizioni, connettivi, verbi) e testuali (anafore, deittici, segni interpuntivi)» (p. 341).  

​Ne deriva un dettato non privo di evoluzioni interne, a cominciare dalla caduta degli artifici grafici che caratterizzano il folgorante (a tratti soffocante) esordio del 1980, secondo la progressiva normalizzazione di una forma che si fa solo verbale, fino alla maturità, rappresentata dalla terza prova in volume (dopo La nera costanza del 1985) ovvero Nel progetto di un freddo perenne, apparsa nella bianca di Einaudi nel 1989. Nato e scomparso sull’orlo estremo di un decennio, esordiente a quarant’anni, Ortesta incarna bene un tipo di “retroguardia avanzata” che intravede lo spiraglio della propria crescita fra i due poli della ricerca e della comunicazione, proteggendo con un lavoro indefesso (che comprende le numerose traduzioni: Mallarmé, Baudelaire, Rimbaud, Char, ma anche Balzac, Cossé, Cheng, Bruckner, Carrière, Michel) un’idea di poesia come esemplare autoindagine, mai ripiegata sull’autobiografismo.

È questo che, a mio avviso, fa brillare nei versi di Ortesta il cristallo dell’universale, rendendone la lettura quanto mai affascinante e d’attualità. Un triplice “9” si ripresenterà all’uscita di altre due fondamentali opere del poeta, la quarta raccolta intitolata Serraglio primaverile e l’autoantologia Una piega meraviglia, entrambe del 1999 – in barba al pregiudizio editoriale che sconsiglia di far uscire libri alla fine, in questo caso, di un millennio e ad ulteriore conferma del carattere novecentesco (ma di confine) della poesia ortestiana – prima che l’ultima raccolta, La passione della biografia (2006), chiuda l’inevitabile cerchio.

​Il poeta di Taranto dà vita a una scrittura di scritture – orfica e medusea – elaborata scontando il divieto di nominare la Cosa, lavorando sul negativo di un’impressione in virtù di un’idea fossile dell’esperienza poetica. Questo ulteriore tratto costitutivo emerge ad esempio nella sezione Serraglio primaverile, dalla raccolta omonima – è anche nel riuso dei titoli, nonché nella prassi dell’auto-riscrittura che si misura tale tendenza – in cui prende forma una suite nata «per suggestione» dal contatto con La camera da letto di Attilio Bertolucci, a cui l’autore rimanda apertamente (p. 181).

Riscrittura di sé e dell’Altro, attraverso una visione che deve sempre essere mediata (secondo l’elementare geometria del Desiderio) per evitare la sanzione della scomparsa. Leggiamo da Una sola digressione ininterrotta: «[…] il testo di Mallarmé in assoluto più rilevante per Ortesta è proprio l’incompiuto Erodiade, opera che ruota attorno alla violazione di un interdetto visivo, attraverso la quale si compie per paradosso l’esaltazione della bellezza fisica sin lì sterile del personaggio regale di Erodiade. Il culmine di quest’opera si trova infatti alla convergenza di due opposti su uno stesso punto estremo.Lo sguardo di San Giovanni che vede nuda la regina adolescente nell’attimo stesso in cui viene decapitato, e realizza così l’apoteosi di quella stessa bellezza e del proprio genio, approdando ad un “gelo eterno” in cui finiscono per coincidere estasi e morte, bellezza assoluta e ingegno umano» (p. 11).        

​Scrivere è rinunciare, orientando l’inquadratura sul necessario gioco di specchi fra vita e biografia che ogni scrittura (o «vitascrittura», come recita l’insegna sotto cui si pone il primissimo esordio) rappresenta. Un più che magrelliano vedersi visti, meditando intorno alla natura della mise en abyme del supposto autentico. Questa potrebbe essere la lezione più compiuta di Cosimo Ortesta, autore che finalmente abbiamo la possibilità di (ri)rileggere e meditare con la giusta attenzione.

[Nel progetto di un freddo perenne]

Nel progetto di un freddo perenne
lenimento si sveglia inerme
a severa distanza un lamento all’orecchio.
Tra le crepe nel suo stesso odore
ancora cresce illusione non desiderata
dentro un cerchio antico di due forme una forma
che accresciuta non grida non vuole
venire fuori
lì per un accesso di dolore
inosservata chiedendo più attenzione
a eccesso di colore
(p. 141)


Cosimo Ortesta, Tutte le poesie, a cura di J. Galavotti, G. Morbiato e V. M. Bonito, Ancona, Argolibri, 2022, €18.