Un’immagine resiste, precisa, nella memoria di molti di noi: Elvira Banotti, storica militante separatista vicina a Rivolta Femminile, pone alcune domande precise a Indro Montanelli durante un programma televisivo del 1969. Banotti chiede al giornalista di chiarire quale sia il suo rapporto con le donne, alla luce del matrimonio di madamato con una bambina di dodici anni, Destà, durante la campagna d’Abissinia; matrimonio rivendicato dallo stesso Montanelli, giacché “in Africa è un’altra cosa”, come dichiara, sogghignando con finto imbarazzo, quasi a raccontare un’avventura giovanile.

L’intervento pubblico di Banotti non è che una scheggia, tenue lama di luce su una vicenda che per decenni è rimasta sommersa: le violenze esercitate dagli italiani nel corso degli oltre cinquant’anni in cui si è dispiegata l’impresa coloniale. I fascicoli processuali e le sentenze emesse dal tribunale di Addis Abeba, così come le memorie di italiani residenti nelle colonie, raccontano di violenze quotidiane, commesse da soldati che solevano abusare di “fanciulli e fanciulle […]. Fra i tanti dolorosi casi osservati da me, eccone uno. Una volta vidi in pieno giorno un sottufficiale trombettiere curvo, come una bestia in calore, sopra un bimbo di circa otto anni, malaticcio, che non aveva altro che la pelle e ossa, che lo stuprava.” (dalle memorie di Tertulliano Gandolfi, 1910).

Pochi anni dopo il duro intervento di Banotti, la pubblicazione delle ricerche di Angelo Del Boca (in particolare i quattro tomi de Gli italiani in Africa Orientale) determina un punto di svolta per la conoscenza dell’impresa coloniale italiana in Africa e innesca una presa di coscienza anche per molte persone cresciute in Eritrea e in Etiopia nel Dopoguerra. Fra loro vi è Erminia Dell’Oro: le ricerche di Del Boca non sono solamente uno strumento di lavoro per preparare la scrittura – in questo caso la stesura del suo primo romanzo, Asmara, addio – ma anche il punto di partenza di una riflessione che unisce l’intimo al politico, muovendosi dalla propria esperienza di soggettività alla costruzione di un racconto corale, capace di raccogliere e far brillare le voci dei subalterni, o di rappresentare episodi erasi dalla “storia ufficiale”. In questo caso, quello della battaglia del lago Ascianghi dove le forze aeree italiane avvelenano le truppe etiopi con l’iprite e del quale l’autrice è venuta a conoscenza solamente dopo aver letto i libri di Del Boca. Dell’Oro, nel ricostruire questo avvenimento, sembra seguire e poi deformare un modello antico, indubbiamente quello di Tacito e di altri storiografi latini:

Per due giorni gli uomini appostati intorno al lago per combattere contro gli uomini bianchi avevano atteso inutilmente i rinforzi, i viveri e l’acqua che nessuno mandava; era giunta invece un’altra aggressione del nemico, dagli aeroplani erano stati lanciati i gas venefici e molti di loro erano morti fra terribili sofferenze. Ora, alla luce del tramonto che mandava ombre rosse sul lago tranquillo, nella bellezza di una natura che ignorava l’inferno che l’abitava, i feriti gemevano e urlavano e uccelli rapaci roteavano scendendo dall’alto e gridavano anch’essi rispondendo ai lamenti. (p. 139)

Ma se Asmara, addio è appunto un racconto corale in parte autobiografico, nel quale si intrecciano la storia di una famiglia italiana e la storia dell’Eritrea fra le due guerre, l’ultimo romanzo di Erminia Dell’Oro, Nel segno della falena, pubblicato presso La Tartaruga (che dopo la scomparsa di Laura Lepetit è oggi diretta da Claudia Durastanti), va in un’altra direzione e racconta di alcuni omicidi che avvengono in cronotopi differenti: Milano, nel 2003 e Asmara, nel 1970. La costruzione diegetica è dunque tesa a ricostruire progressivamente il nesso fra l’omicidio di un giornalista in pensione, Massimo Arcani, e alcuni omicidi avvenuti ad Asmara tre decenni prima. Questo tentativo non sempre appare riuscito: il problema principale del romanzo sembra proprio essere rappresentato dall’eccesso di fili narrativi presenti e nella difficoltà – patente in alcuni casi – di addomesticarli in una costruzione organica e compiuta. Una prova di questa debolezza è rappresentata dalla presenza proliferante di personaggi e situazioni che difficilmente riescono a rientrare in uno schema organizzato, apparendo ora come eccessivamente superficiali o idealizzati (ad esempio i poliziotti italiani titolari delle indagini, sempre animati da sinceri sentimenti di fratellanza e umanesimo), ora come poco utili ai fini dell’economia generale del racconto.

Eppure, malgrado alcuni elementi poco convincenti, il romanzo non può far altro che interrogare il lettore su una questione fondamentale nella poetica di Dell’Oro: la scoperta che il “passato coloniale” (e la memoria autocritica che dovrebbe attivarsi) è in realtà un eterno presente, rifluisce in noi, nelle nostre storie familiari e nei nostri legami, resiste alle forclusioni della storia ufficiale e ai nostri interessati oblii. Si esprime attraverso alcuni personaggi in particolare, come il nebbioso personaggio al centro dell’intrigo, ma pure come Mariangela, che trascina in sé i segni della violenza coloniale, facendosi memoria vivente e materiale, “figlia di una donna eritrea e di un uomo italiano che come tanti altri era scomparso dopo avere avuto una relazione con una ragazzina rimasta poi incinta” (medesimo topos percorso da Dell’Oro ne L’abbandono. Una storia eritrea del 1991). Del resto, la vita di una meticcia in Eritrea poteva essere complicata: “non si era ancora spenta l’eco delle leggi fasciste e dei vergognosi pregiudizi sui figli di sangue misto” (p. 26). O anche attraverso altre polarità, come quella di Saro Scianna, che giunge in Eritrea negli anni Sessanta, su indicazione di un amico “stabilitosi da anni ad Asmara, era entusiasta di quell’angolo dell’Africa orientale e gli scriveva: Si sta benissimo, come ai tempi in cui era una colonia.” (p. 25). Il suo atteggiamento nei confronti di Mariangela, con cui ha una relazione adultera, è sempre quello del colonizzatore, che nelle parole del comandante della polizia eritrea resta “un italiano, un fottuto bianco che si credeva, anche lui, padrone di quella terra africana” (p. 30).

La raffigurazione della società italiana e bianca della capitale è, in quest’ottica, coerente con quella che si ritrova in Asmara, addio: una piccola società lontanissima dalla vita degli eritrei, polarizzata intorno a pochi circoli e istituzioni, raccolta nel liceo italiano (dove studiano le élite locali), ancora legata al passato di colonia dell’A.O.I.; una “città dei bianchi”- come la definisce la stessa autrice – incastrata in una città più grande e complessa, irrimediabilmente altra, eppure la vera, unica città possibile:

Altre tragedie incombevano nelle estreme e povere periferie disertate dagli europei, altri drammi, ma non ne giungeva voce nella città dei bianchi, e anche se fosse giunta sarebbe morta nell’indifferenza. I neri erano un nulla, ombre che sfioravano le strade del centro e subito si dissolvevano, oppure servitù senza diritti, operai nelle note aziende degli italiani, piccoli lustrascarpe in cerca di clienti, poliziotti consunti da un’infanzia di miseria (p. 31).

È esattamente su questo crinale che agisce un altro dei punti fondamentali della poetica di Dell’Oro: la scelta di riprodurre il conflitto, anzi, di fare del conflitto fra la “città dei bianchi” e la “città degli altri” (tenendo per buone queste due formule) un elemento costitutivo della sua rappresentazione di Asmara e dei rapporti fra italiani ed eritrei, in un’epoca – il 1970 della diegesi, ma potrebbe pure essere il nostro 2021– in cui ancora resistono le medesime pratiche di oppressione dell’epoca coloniale. In quest’ottica, l’autrice prende una posizione netta: posizione politica e non semplicemente moralistica, attraverso cui sceglie di definire una linea di continuità fra il periodo dell’impero fascista, in cui l’Eritrea è la “quarta sponda” italiana, e il Dopoguerra, dove si sta benissimo, come ai tempi in cui era una colonia. Questa testimonianza dell’autrice, raccolta in un’intervista pubblicata sulla rivista Iperstoria, mi pare lo mostri nitidamente:

Ricordo che al Circolo Universitario, dove noi ragazzi andavamo a ballare il fine settimana, non era permesso l’accesso agli eritrei e ai meticci. E Le parlo degli anni Sessanta. Gli italiani hanno sempre considerato gli eritrei come servitori: c’era chi li trattava bene […] e chi poteva permettersi di prenderli a calci perché nessuno avrebbe detto niente.

Ma il conflitto che emerge nel romanzo è ancora più profondo e radicato, non semplicemente legato a questioni razziali o di classe: si trasforma ben presto in un conflitto d’identità, quella dei “meticci, malvisti dai bianchi e dai neri” (p.146); in una frattura familiare-genealogica (anche il giornalista Arcani ha un figlio con una donna eritrea e lo abbandona, topos già noto); ed è anche un conflitto interno, psichico, teso a cancellare un passato che, inevitabilmente, finisce per riemergere:

Sono trascorsi molti anni, ero un ragazzino, ma ricordo tutto. Mi firmo Marco, come mi chiamavate nel lebbrosario. Per voi era più facile cambiarci il nome che sforzarvi di imparare i nostri veri nomi era una vostra abitudine, anche con i nomi più semplici. (p. 110)

Sarebbe forse riduttivo leggere questo romanzo come un noir; appare necessario, invece riconsiderare il segno politico della scrittura di Dell’Oro, che pare situarsi in una prospettiva postcoloniale. Negli ultimi anni non sono mancati gli scandagli critici sulla questione della letteratura postcoloniale italiana (faccio riferimento ai lavori di Ponzanesi, di Morosetti e di Romeo) o sulle cosiddette “scritture migranti” (categoria di certo non applicabile alla nostra autrice); si è anche registrato un crescente interesse da parte del mondo editoriale italiano nei confronti di tali esperienze di vita e di scrittura. Si possono citare autrici come Gabriella Ghermandi, Igiaba Scego (Roma negata, percorsi postcoloniali nella città rintraccia le radici coloniali attraverso l’osservazione della forma della città, Roma) o Christina Ubax Ali Farah, studiate sempre di più in ambito universitario. Anche nell’opera – meno nota – di Carla Macoggi, penso in particolare a La nemesi della rossa (Sensibili alle foglie, 2013), si possono trovare risonanze con i romanzi di Dell’Oro; figlia di una donna etiope e di un uomo italiano ben presto fuggito, Macoggi riporta la propria esperienza all’arrivo in Italia, dove è sfruttata da personaggi senza scrupoli che si approfittano di lei per trarre benefici economici: 

Quando il Colonnello morì…dopo quasi tre anni da quel giorno (Romana) prese con sé Fiorella per farla lavorare nella sua pensione. Alla madre di Fiorella Romana disse: Te la faccio crescere io (la bambina) … dovrà lavorare per me, non ho dimenticato sai che tu, appena il Colonnello ti disse che avrebbe mantenuto te e tua figlia, smettesti di sgobbare in questa pensione e te ne andasti fiera come una regina. Colonnello Giuseppe non c’è più e i debiti si pagano comunque, quel che non hai fatto tu, farà tua figlia, così è la vita. (pp. 22-23)

Di questa schiera di autrici la prima – in termini generazionali – è senz’altro Erminia Dell’Oro, postcoloniale perché tenta di decostruire, attraverso la scrittura, l’antico mitologema degli “italiani brava gente” che è ancora foriero di narrazioni autoassolutorie; perché non si limita a denunciare i crimini e gli orrori del colonialismo, ma sottolinea l’esistenza di pratiche e meccanismi coloniali anche nell’Eritrea del Dopoguerra, rilevando il razzismo sistemico che ancora agisce. E perché sceglie, attraverso la scrittura, di dare voce alle vite dei subalterni: le giovani eritree messe incinta e poi abbandonate dagli uomini italiani; i bambini meticci lasciati soli nei lebbrosari; o Aptè, il bambino eritreo protagonista de La gola del diavolo. Vittime della violenza coloniale, senz’altro, ma pure della violenza maschile e patriarcale che alla prima sono indissolubilmente connaturate e che hanno rappresentato la struttura stessa del colonialismo italiano nei paesi dell’Africa orientale.

In occasione dell’uscita di Asmara, addio, alla fine degli anni Ottanta, Dell’Oro fu bersaglio di critiche da parte di chi non si riconosceva nel suo racconto della colonizzazione in Eritrea. Qualcuno giunse a scriverle, in una lettera: “gentile signora, la storia non si fa con la fantasia, lei ha fatto un romanzo fantastico, non c’è niente di vero. Lei ha veramente offeso l’Italia”. “Offendere l’Italia” significa raccontare l’esperienza della propria soggettività in un contesto conflittuale, dove per decenni sono resistite pratiche di oppressione coloniale. Anna Maria Ortese (autrice in cui alcuni rilevano tratti “postcoloniali”), nella sua introduzione al Porto di Toledo, parla di “letteratura come reato”; nel caso di Erminia Dell’Oro, si può invece parlare di una letteratura che utilizza e rivendica il proprio potenziale di offesa. Offesa carsica, almeno ne Il segno della falena, dove essa pur riemerge sotto la coltre e gli stilemi tradizionali del noir, configurandosi come uno spazio di respiro, offesa vitale e necessaria per la comprensione e l’interpretazione di fatti e avvenimenti che la letteratura ancora può sottrarre all’amnesia collettiva.


E. Dell’Oro, Nel segno della falena, Milano, La Tartaruga, 2021, pp. 208, € 18.