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“La scoperta di Cosa Nostra” di Gabriele Santoro

Luca OttolenghidiLuca Ottolenghi
22 Maggio 2020
in Naufragi
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“La scoperta di Cosa Nostra” di Gabriele Santoro

Uno dei tanti misteri d’Italia riguarda la scarsa considerazione, quanto meno in ambito bibliografico, di un personaggio come Robert Francis Kennedy (1925 – 1968), detto Bob, o Bobby: fratello minore del più celebre John F. Kennedy e Ministro della Giustizia di quel governo tragicamente interrotto a Dallas il 22 novembre 1963.

Ma quella di JFK e del suo omicidio è storia arcinota. Quella meno nota, invece, riguarda la centralità del ruolo di Robert nell’epopea e nella mitologia kennedyane ben prima della sua ascesa al Senato (1964) e della scalata alla presidenza degli Stati Uniti (1968), anch’essa decapitata per mano di un folle (tale Sihran Bishara Sihran) la sera del 5 giugno nelle cucine dell’Hotel Ambassador di Los Angeles, due mesi esatti dopo l’omicidio di Martin Luther King.

Al contrario di JFK, di cui esiste una sovrabbondanza di letteratura, il fratello RFK, quanto meno in Italia, non gode della stessa popolarità storiografica: quella manciata di libri a lui dedicati si concentrano per lo più sui suoi ultimi mesi di vita e sulla cronistoria della sua ultima campagna elettorale, condotta all’insegna del pacifismo, della lotta alla povertà, della vicinanza ai giovani e al movimento dei diritti civili degli afroamericani.

Ma, come sottolineano giustamente il PM Nicola Gratteri e il giornalista Antonio Nicaso nella loro prefazione a La scoperta di Cosa Nostra – la svolta di Valachi, i Kennedy e il primo pool antimafia (Chiarelettere), RFK era «molto di più che il fratello del trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti» e, aggiungo io, molto più di un presidente mancato. E il libro in questione spiega articolatamente il perché.

Gabriele Santoro, giornalista, classe ’84, con questo importante saggio rompe finalmente l’ingiusta cappa di silenzio italiana che avvolgeva da cinquant’anni il settimo dei nove figli di Joseph Kennedy e Rose Fitzgerald, concentrando l’attenzione sulla sua lotta al crimine organizzato e, più specificatamente, a Cosa Nostra italoamericana. E sui suoi riverberi in Italia, dove molti giudici e magistrati hanno attinto agli insegnamenti e agli sforzi del giovane Procuratore Generale bostoniano e del suo pool antimafia.

Come pochi ricordano, infatti, RFK fu per un quinquennio il nemico numero uno del crimine in America. Addirittura, secondo uno scrittore non certo di fede democratica come James Ellroy (che ha dedicato ai fratelli Kennedy due romanzi come American Tabloid e Sei pezzi da mille), fu «il più grande combattente del crimine che sia mai vissuto».

Ma andiamo con ordine.

La scoperta di Cosa Nostra è un saggio ricco e trasversale, che interseca in maniera fluida la Storia contemporanea americana, italoamericana e del crimine organizzato con elementi di carattere politico, sociologico, culturale e di costume.

Articolato in tre sezioni, è caratterizzato, a livello formale, da un dialogo serrato tra l’autore e la vastità delle sue fonti documentarie, che vengono chiamate in causa quasi ad ogni pagina; alcune a dir poco preziose e, insisto, quasi mai approdate in Italia nonostante la “conterraneità” dell’argomento, come le risultanze processuali delle commissioni senatoriali d’inchiesta sul crimine organizzato, gli articoli di giornali coevi, anche italiani, e le carte della JFKennedy Presidential Library.

La prima sezione del libro, “La sfida di Robert Kennedy” è imperniata sul bestseller di Robert Kennedy del 1960, The enemy within (“Il nemico in casa”), un compendio del suo implacabile lavoro biennale (1957-1959) di primo consulente della Commissione McLellan che indagava sui rapporti tra mafia e sindacati, con particolare accanimento su quello dei trasporti, i famosi Teamster di Jimmy Hoffa, la nemesi di RFK. Uno spietato duello giuridico che ha costituito un’appassionante saga per tutti gli americani e nel contempo una ferita dell’immaginario mai rimarginata (data la sinistra scomparsa di entrambi i contendenti, soprattutto di Hoffa) tanto da essere immortalata in ben tre film hollywoodiani: Fist (1978) con Sylvester Stallone; Hoffa, santo o mafioso? (1992) con Jack Nicholson; e il più celebre The Irishman, l’ultima pellicola di Martin Scorsese.

Il nemico in casa fu più di un libro, ma un’intuizione quasi profetica di RFK, che individuò la vera origine di molti dei mali che affliggevano gli USA: non tanto i comunisti, ma un’organizzazione criminale tentacolare fino ad allora sottovalutata, che aveva contaminato tutti i gangli vitali della nazione. Un trattato di grande attualità la cui lettura gioverebbe a molti politici di oggi (il libro fu pubblicato in Italia dai tipi di Garzanti nel 1969 e poi anch’esso scomparso dagli scaffali).

«Nel 1961 Hoover qualificava ancora i comunisti, nonostante l’evidente debolezza non solo numerica del partito in America, come il principale pericolo per gli Stati Uniti. Al suo arrivo nel ministero, Kennedy cambiò perentoriamente la priorità dell’agenda, che divenne la lotta al crimine organizzato»

Il ruolo del fratello John diede al giovane Attorney General «un potere effettivo e margini d’azione fino a quel momento sconosciuti per la carica» che, coniugati al suo inesorabile zelo inquisitorio, gli permise di costituire un pool antimafia interno al dipartimento e attivare una solida strategia di contrasto al crimine organizzato. Un contrasto, però, non privo di ingenuità e incoerenze nel metodo anche gravi, a mio avviso un po’ troppo trascurate da Santoro, proprio perché in contraddizione con gli eclatanti obiettivi prefissati da RFK.

Ma il vero protagonista del libro emerge nella seconda sezione, intitolata “La rottura del silenzio”, e si chiama Joe Valachi, un affiliato di Cosa Nostra, un soldato semplice ma con una militanza criminale trentennale alle spalle. Valachi fu il primo pentito della storia della mafia: decise di aprire il suo scrigno di aneddoti e segreti nel settembre-ottobre del 1963 confessando alla commissione McLellan, in diretta televisiva nazionale, tutto ciò che sapeva sull’organizzazione italoamericana e rivelando al mondo per la prima volta il suo nome: “Cosa Nostra”; tanto da diventare una celebrità internazionale, pubblicare un libro (The Valachi papers, 1972) e diventare protagonista di un film (invero un po’ scadente) con Charles Bronson nelle sue vesti, intitolato Joe Valachi, i segreti di Cosa Nostra (1972). Una preziosissima scatola nera del crimine, Valachi, di cui Santoro riporta anche alcuni dialoghi degli interrogatori, e la cui importanza venne riconosciuta da RFK, tanto da voler varare, tra le altre, «misure che poi diventeranno legge per la protezione dei testimoni. Il Procuratore Generale intendeva incentivare la quantità e la qualità dei collaboratori di giustizia attraverso un sistema premiale e di protezione per chi contribuiva a scardinare il muro del silenzio»

La lungimiranza del Procuratore Generale e del suo staff si proietta sull’ultima sezione del libro “La lotta alla mafia nei due mondi”, dove non mancano anche alcune importanti considerazioni di carattere sociologico da parte di Santoro, come lo scardinamento di antichi luoghi comuni che vedono nell’origine etnica ed “esogena” dei celeberrimi gangster l’unica spiegazione possibile del fenomeno (Robert Kennedy fu anche tacciato di sentimenti antitaliani).

«Al crimine organizzato la frontiera fu in realtà aperta dal proibizionismo […] che dal 1920 divenne la principale fonte di arricchimento illecito, consentendo alle associazioni criminali un sostanziale salto di qualità. […] La mafia non era un’associazione assimilabile alla mera importazione negli Stati Uniti di una struttura criminale già compiuta. La forza, la longevità e l’affermazione di Cosa Nostra furono il risultato di uno scambio costante e di un’ibridazione dei modelli organizzativi tra le due sponde dell’Atlantico»

L’effetto farfalla delle dichiarazioni di Valachi e del lavoro di RFK non tardò a far vibrare le antenne delle principali testate italiane, a cui spettò il compito di divulgare a una nazione inconsapevole il concetto inedito di collaboratore di giustizia. Ma soprattutto, ricorda Santoro con dovizia di particolari biografici, fecero vibrare anche le orecchie di acuti «giudici d’avanguardia» nostrani che si avvalsero dei metodi e scoperte di RFK per stanare Cosa Nostra e colpirla attraverso una legislazione idonea, come Aldo Vigneri e Cesare Terranova, fino ad arrivare a nomi ben più familiari come Rocco Chinnici, Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Grazie alle dichiarazioni del pentito Tommaso Buscetta, chiamato dai giornali “il Valachi italiano”, sferrarono anche loro il più grande attacco a Cosa Nostra in Italia. Che purtroppo li condusse allo stesso destino cruento di Robert Francis Kennedy. Detto Bob, o Bobby.


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Gabriele Santoro, La scoperta di Cosa nostra. La svolta di Valachi, i Kennedy e il primo pool antimafia, Chiarelettere, Milano 2020, 258 pp. 18.00 €

 

 

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Tags: Cosa NostraRobert Francis Kennedy
Luca Ottolenghi

Luca Ottolenghi

Luca Ottolenghi è nato a Novara nel 1983. Ha iniziato a diciott’anni a scrivere su fanzines e giornali studenteschi per poi approdare a testate locali e nazionali, ma dovendo nel contempo anche svolgere una miriade di lavori precari. Contemporaneamente ha sempre portato avanti la sua attività autoriale pubblicando racconti su diverse riviste. Nel 2017 è uscito per Iemme edizioni il suo romanzo Questa terra (con cui ha vinto il bando “Sillumina” di Siae e Mibact), primo volume di una trilogia di (de)formazione che interseca le vicende di un ragazzo irrequieto con la grande Storia del Novecento. Nel 2018 idea e cura il progetto editoriale NO – dieci racconti per un nuovo immaginario novarese, di cui sono usciti i primi due volumi per l’editore Effedì.

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