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Una lettura da tempo sospeso – Su “Temporali” di Cristiano Poletti

In questi giorni, come molti, trascorro buona parte del tempo leggendo. Provo a dosare quello che sta accadendo all’esterno, tentando un ritiro nei libri. Così al mattino, passo in rassegna la mia libreria, ripercorro quello che ho letto e quello che ancora attende, in sospeso. Oggi l’occhio mi è caduto su un libro recente, una raccolta di poesie con una bella copertina grigia, in cartoncino, su cui vi sono rappresentate, con una macchia nera, una nuvola e delle gocce che cadono, perfettamente allineate. Il libro è Temporali (Marcos y Marcos 2019) di Cristiano Poletti, poeta bergamasco Penso, forse retoricamente, al fatto che quei versi vengono da un luogo che ora, più di altri, può raccontare questo tempo transitorio, esattamente come uno dei sensi con cui si può interpretare il titolo di questo libro. Sebbene in questo divenire, i giorni sembrano prolungarsi in un eterno presente.
Il merito di questa raccolta è certamente quello di accompagnare il lettore in una disamina composta su diversi piani che cercherò di attraversare: l’interiorità e la materialità; il particolare e l’universale; il basso e l’alto; il passato e il presente, la tensione finale verso il futuro.

Scivola all’infinito presente
una malattia. Scriverne?
Niente carta, alle labbra, al loro confine
serve fermarsi, a un vero silenzio
negli occhi. Sì siate
gentili, capaci. […]

Religione di un giorno è la sezione in cui m’imbatto in questi versi della poesia intitolata Per una donna mite, in cui compare un primo elemento della raccolta: la necessità del silenzio, del raccoglimento. Serve fermarsi per giungere a questo vero silenzio, il quale campeggia nei numerosi luoghi del libro e che alternano il mondo esterno (le montagne, i fiumi, Berlino, Roma, Padova, il Nepal, la Svezia, l’Occidente) con quello interiore (la fede, la malattia, l’anima, la scrittura) in un’incessante accordo e disaccordo d’indagini, tentennamenti, proiezioni.
La sezione si chiude con un altro testo, Una parola, che conferma nei versi finali la frugalità, il ritorno ad un’essenzialità interiore a cui aggrapparsi e che, tuttavia, viene messa temporaneamente (e vedremo dopo perché) in crisi dalla furia esterna della Storia:

[…] Fuori infuria la storia.
Nella coda degli occhi
una parola ti tiene.

Il mondo rappresentato da Poletti appare dunque come lo spazio di questo conflitto tra interiorità ed esteriorità, tra anima e materia. Spesso vengono citate le mani come elemento tattile, di presa e certezza delle cose, rispetto alla variabilità di ciò che accade e di cui si fatica ad avere consapevolezza e conoscenza. In questo le mani sembrano confermare quell’elemento religioso, uno strumento di ricerca per una conferma tra la propria interiorità e il mondo. Non a caso queste lasciano pensare al Tommaso del Vangelo, nel celebre passo: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò».
Così la poesia Referto:

Venne su ogni figura un temporale,
così, improvvisamente,
mentre tutto era in polvere.
Cose e persone e l’ora
si stringeva scurendosi e correva
nell’arco di un azzardo
a darsi il corpo, del corpo il referto,
lo scopo delle mani, l’universo
in una stanza piena di sudore. […]

Ho parlato di silenzio, della necessità del raccoglimento nella dimensione terrena, dove «infuria la storia» con il suo fracasso perturbante e in cui il poeta procede a tastoni, indagando. Giungo ora alle poesie di In sogno, dove forse quell’esercizio di assenza e contemplazione si eleva attraverso un equilibrio musicale in un ambiente sospeso, in attesa, tutto interiore. La corporeità si dissolve, si fa statua, vengono le immagini della notte, dei ricordi, dei profumi, dei boschi, dell’acqua, l’alba, l’angelo, l’ombra. Non a caso Poletti nella raccolta cita Dante e precisamente il Paradiso della Commedia. Quelle suggestioni infatti tornano sempre: vi è una maggiore figuralità, ciò che sta nel sogno non può essere descritto alla lettera («e vidi cose che ridire | né sa né può chi di là sù discende; | perché appressando sé al suo disire, | nostro intelletto si profonda tanto, | che dietro la memoria non può ire.» Paradiso, Canto I, vv.5-9 ) perciò aumentano le omissioni, le metafore, le similitudini. La presa sulle cose scompare, solo in un testo appare una mano («L’acqua che manca, la mano che subito | si spalanca e chiede | l’acqua se è stata da vivi la fine | o l’inizio di un’edera infinita, non so.»), ma è aperta e chiede, non tocca nulla, non può verificare.
È una sezione decisiva del libro, da cui si procederà verso gli ultimi quadri, quelli più risolutivi, in cui il poeta tira le somme. In Breve:

[…] Ma è come in una foto fuori fuoco
la nostra carne. E noi siamo
non strisce di parole
ma musica, musica.

Dal sogno, come dicevo, si procede alla sezione Un luogo. La corporeità è di nuovo affermata, o forse pare non essersene mai andata, soltanto prende coscienza di sé, si rivela. Compaiono le piazze, i visi, la cucina e il forno, di nuovo le mani e gli occhi, una ragazza, una madre, la strada, il dialetto, la città. Si è compiuto qualcosa di temporale, che è un processo di maturazione, di uscita allo scoperto, un percorso interiore che dal basso è andato verso l’alto e che ora prosegue anche nel mondo esterno con il medesimo andamento di apertura.

[…] L’aria ha un colore, sopra i tetti
e si forma un’idea, è di lontano,
dove si pensa la felicità.

Lentamente si forma:
questi bassi e quegli altissimi piani
che non smettono di chiamarsi
e i visi, i campi
evocati, evocati
sono quello e quest’uomo, nel guardarsi:

uno che aspetta, nel grigio
tra il suo terrazzo e il cielo.
L’altro lo ha visto, ne scrive la crepa.

La scena è solo cominciata.

Non a caso, infatti, la sezione successiva a Un luogo è Altitudini. L’incorporeo si vorrebbe ripetere, ma non è più il sogno. Qui sulla terra, sulle montagne, dall’altezza di Bergamo, si deve fare i conti con la materia e la sua finitudine. È qui la vita di ogni giorno, con le proprie difficoltà e incertezze, in cui incessantemente si fa richiesta dell’altro. Il pensiero torna inevitabilmente ai nostri tempi. E infatti il libro verso la sezione finale, Storia, si apre al mondo, in cui il percorso di conflitto tra interiorità ed esteriorità sin qui tracciato si sposta sulla temporalità tra passato e presente in un confronto decisivo.

Poletti riporta in luce le divisioni, i muri, i sacrifici umani, la politica, le contraddizioni. Tutto confluisce inesorabilmente nel magma della storia, dal particolare all’universale, così il corpo di Aldo Moro che giace in Via Caetani contraddice la temporalità di un gesto breve rimasto nella memoria, oppure Peter Fechter e Helmut Kulbeik che tentano di riacquistare una vita oltrepassando ‘’la striscia della morte’’ nella Berlino del 1962, o ancora Çetin Mert che cade incidentalmente nella linea di confine, il fiume Sprea, e per questo non è salvato da nessuno.

Nel nostro quotidiano perturbato, la Storia è quasi un ente percepito. Il piano dell’emergenza ci inchioda al presente, ci impone di parteciparvi e di farne parte. Tuttavia domani, probabilmente, sarà ancora valida, in questo senso, una considerazione dall’Eliot de Il bosco sacro: «La differenza tra il presente e il passato è che un presente consapevole ha una consapevolezza del passato in un modo e con un’estensione che la consapevolezza del passato non può mostrare a se stessa». È un nodo difficile e bellissimo che evidenzia quanto sia necessaria una nostra riconduzione al passato per estendere la propria consapevolezza del presente. È questo infine ciò che mi suggeriscono le poesie di questa sezione e ripercorrere la Storia, in quest’ottica, rivela tutta la tensione di una riflessione aperta verso il futuro.

Il termine religione da re-légere significa “scegliere”, “guardare con attenzione”, “aver cura”, mentre da re-ligàre significa “unire insieme”. In tal senso la scrittura può unire oscurità e frammentazione, disorientamento e inconsapevolezza sul piano della Storia. Questa diviene un modo per maturare e circoscrivere l’ignoto in qualcosa di noto ma su un piano elevato a potenza, che riguarda tutti e su cui si deve tornare sempre a meditare per spingerci verso il futuro. Sarà montalianamente «magistra | di niente che ci riguardi», la Storia, eppure dentro (o dietro) di questa troviamo le nostre, più piccole, storie. Così la poesia:

[…] Tutto qui l’arco delle esistenze temporali: un dormire nella bocca, perché erano gesti. Vai nei terreni, corpo, voce. Ricordati di noi, esposti alla storia. Cosa vorranno dire ora una matita, ora una mano? In questo mondo che ruota e senza stelle la testa è piena di pioggia. Lì, dove finisce il canale, guarda. Dalle nostre labbra pende il nome della Storia.


Cristiano Poletti, Temporali
marcos y marcos 2019,
pp. 112, 20€