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Il riflesso di se stesso: ‘Bontà’ di Walter Siti

Parlare di un romanzo di Walter Siti significa sempre, per un verso, tornare a descriverne le direttrici, che dall’esordio di Scuola di nudo (1994) fino ad oggi registrano ben poche sostanziali variazioni; per l’altro bisogna però sempre confermarne la permanenza, l’eccezionale capacità di sintonizzarsi col contemporaneo: pochi scrittori più di Siti possono vantare il privilegio di una posizione così specifica all’interno del nostro panorama letterario. La ripetizione di se stessi in letteratura non è mai di per sé un difetto, casomai un azzardo. Walter Siti lo amiamo e negli anni abbiamo anche imparato a conoscerlo: l’eccezionalità quasi virtuosistica del suo stile sempre in osmosi con la presa diretta, col naturalismo più scrupoloso – il massimo della “letteratura” sempre giocato contro il suo minimo, e viceversa. Riconoscerne l’identità significa sempre riverificarne la presenza.

Il suo ultimo romanzo Bontà non fa eccezione, e ripresenta molti dei suoi moduli privilegiati: protagonista è Ugo, settantacinquenne direttore editoriale di un grande marchio milanese. Le sue giornate si alternano fra la casa editrice e la frequentazione di bellissimi escort. Disperato omosessuale cinico e sottilmente eversivo, decadente e coltissimo, in Ugo non si fatica a riconoscere uno dei più classici personaggi di Siti, una delle sue maschere ricorrenti. E anche la sua discesa agli inferi, parabola cruenta e tragicomica che passa per un matrimonio combinato e il tentativo di un suicidio per procura, fa parte di un picaresco copione masochistico e autosperimentale a cui Siti ci ha ben abituati: le sue controfigure sono cavie intercambiabili, capienti alter ego dell’autore su cui far reagire le inevitabili crudeltà di un teorema altrimenti troppo audace per esser preso sul serio. C’è, insomma, tutto: la mescolanza di gergo teologico ed erotico, il formidabile orecchio per il parlato frivolo, per il regesto, il lacerto, il segmento di realtà, l’uso tutto sitiano dell’indiretto libero come fosse una telecamera a mano, le conversazioni brillanti, l’arguzia come massima virtù sociale, luogo di perfomance – un wildismo alla rovescia, autogeno e spericolato. Sì, quindi: Walter Siti ha scritto un altro “romanzo di Walter Siti” – lo pubblicasse anonimo lo si attribuirebbe senza esitare a lui senza neanche dover arrivare alla famosa pagina 69 di McLuhan.

Tuttavia, per qualche ragione, Bontà si presenta, pur nella sua prevedibilità, come un luogo paradossale, dove il reperimento delle somiglianze coincide con quello delle differenze: in esse infatti si legge e si misura la distanza variabile tra il nuovo e l’antico. Una distanza in realtà inedita e nuova: lì – come in ogni manierismo – troviamo la differenza di potenziale da cui scatta la sua letteratura. Bontà è infatti un romanzo che – pasolinianamente – comunica tutta la propria forza se messo in relazione con il paradigma che lo precede e con l’opera che lo circonda. Salta, all’indietro, le sperimentazioni più canonicamente romanzesche di Bruciare tutto, di Resistere non serve a niente, del Contagio, e si riallaccia alla trilogia del Dio impossibile. A distanza di un ventennio, Bontà continua e nel contempo giudica quell’operazione, la rilegge criticamente (e ci scherza su). Le due posture, apparentemente speculari, misurano le rispettive distanze, tirano bilanci, come i due momenti di uno stesso esperimento soltanto adesso leggibile in tutta l’ampiezza del suo arco. In questa luce, Bontà ci appare come una testimonianza dello svuotamento di un paradigma, di un deflusso di senso – soprattutto, della disperante insufficienza di una posa.

«Sono innamorato degli altri», diceva Walter in Scuola di nudo; «Solo gli altri possono darti la morte, e anche l’amore: per questo Ugo li odia» si dice ora in Bontà: e basterebbe questo a tracciare lo spazio di cambiamento che segna, dall’interno, la parabola dell’Inetto sitiano. Non è più un meschino terrorista, un topo del sottosuolo infiltrato clandestinamente nel “mondo dei grandi”. Ugo è invece un uomo nel pieno delle sue funzioni lavorative e all’apice di una carriera tanto fulgida quanto infelice, lo scampolo di un’epoca passata, in cui la bellezza è il massimo e il più perseguibile fra i valori, affacciato in un’era spaventosamente ottimistica e funzionale, in cui non riesce più a riconoscersi – non solo come integrato, ma neanche come ribelle. La sua eversione edonistica è diventata disperato individualismo generazionale, che a un’altra generazione addirittura si contrappone: «I nati dopo il 1980 non notano più la differenza, non si straniscono per la letteratura che suona a vuoto, per le parole trascinate al guinzaglio, forzate a perfomance contronatura» (p. 24); o ancora:

Usano la letteratura come un mezzo, non la traguardano come un fine; la considerano uno strumento per confermare, non un acido per corrodere. Se i pozzi sono vuoti, i rabdomanti del represso dovranno pure testare nuovi terreni; recuperare in ampiezza quel che si sta perdendo in profondità. (…) Da chi e da cosa i giovani si sentono traditi? Forse il tradimento è una richiesta d’aiuto e lui, l’intellettuale sofistico, ha deciso di ignorarlo perché non vuole responsabilità. (p. 87)

La cultura, esattamente come il denaro, da momento di perfomance, teatro di un desiderio di cui si è unici spettatori paganti, si è tramutata nell’oggetto di una nostalgia storica, di cui il recente pamphlet uscito per Nottetempo Pagare o non pagare ci aveva già offerto una traccia:

Sì, pagavo gli uomini perché venissero a letto con me; alcuni rari uomini portatori di un corpo enfaticamente non comune, sintesi di umano ed extraumano; incontrarli e possederli era così sconvolgente che ho mobilitato eserciti di metafore e sporcato per descriverli (e venerarli) centinaia di pagine. Di fronte a un beneficio tanto immenso e immeritato, letteralmente impagabile, dar loro del denaro non era più soltanto un piacere ma l’obolo necessario deposto ai piedi di un altare sconosciuto; pagare era una sottospecie del pregare (…) La manciata di soldi era la garanzia che il rapporto tra me e i Corpi Pneumatici sarebbe rimasto per sempre asimmetrico: un rapporto ossessivo ed estatico da fedele a idolo, mai da persona a persona. In realtà di loro compravo pochissimo, quasi niente, al massimo li noleggiavo per un’ora o due; ne affittavo l’involucro e poi (semmai) rubavo qualche solecismo linguistico, qualche lampo di disperazione e d’affetto – mai me ne assicuravo un possesso vero, cioè una corresponsione duratura (…) Interiorizzavo l’idea marxiana della merce come feticcio e l’illusione consumistica per cui, acquistando un singolo prodotto, l’intera rappresentazione di vita simboleggiata da quel prodotto sarebbe stata a mia disposizione (…) Uno scambio di me con me stesso, del figlio di operai che si trasvalutava comprando quel che lui credeva fosse desiderato dalle classi superiori (o addirittura dallo spirito del Cosmo) (pp. 14-15).

La funzione del denaro – e chi conosce Siti sa che non è cosa da poco – passa qui in secondo piano. Ciò che viene descritto è, viceversa, “l’al di qua del denaro”: non la povertà, ma l’assenza del bisogno. La sazietà economica ha tolto più di quanto non potesse dare; la povertà rifuggita risale a galla come insospettabile valore:

La sicurezza economica non guadagnata col proprio sudore, e ricevuta in dono, crea un’intercapedine tra se stessi e la realtà. L’orgoglio di classe e la buona salute l’hanno defraudato della giusta dose di sofferenza, cioè dell’equilibrio etico e civile (p. 9).

Il nesso tra dolore e denaro, su cui si fondava la nozione di scambio sociale in Siti, viene qui giocato nell’antifrasi: il denaro non è una forma del dolore, né il luogo di una lotta, ma al massimo una disarmante panacea. La celebre maschera del personaggio Walter Siti, quella del Professore di Autopsia dell’ossessione e del Contagio (e che qui intravediamo fuggevolmente, fantasma romano e distante che si muove nel passato) nasceva da una programmatica strategia di masochismo agonico. Qui Ugo invece non trova alcuna salvezza, il suo dolore metafisico non diventa mai «normale» (di quella normalità da conquistarsi come una salvezza). Il dolore di Ugo è casomai quello di non avere abbastanza vita in sé da ottenerne uno, di non covare in sé il fuoco dello scandalo e del desiderio. Assomiglia così tanto all’antico Walter Siti da risultarne invece una fallita deformazione:

Il rancore vero, quello insanabile (…) è non avergli consentito di covarsi, tra un agio e l’altro, abbastanza fame. Fame di gloria, di fatica, di competizione. Voleva diventare scrittore, il più grande di tutti, a vent’anni, anche lui: ma che meraviglia nel lasciarsi cadere, nel rinunciare alle aspirazioni più intime ed eccelse, nel consegnarsi intero alla mondanità sostituiva, alle pirotecnie del sesso facoltoso e sempre vincente, vincente ma non vittorioso (p. 18).

La natura di Ugo smentisce di continuo quella del personaggio-Siti: quello che afferma di aver scritto Scuola di nudo a letto, sdraiato sulla pancia, in preda al furore, all’abbandono, a uno smisurato desiderio di vendetta, al desiderio divino di oltrepassare la forma della vita, di travalicare, con un puro atto estetico, la gerarchia del mondo.

Questa posizione, in Bontà, è irrisa fino ai limiti del comico, nonché apertamente testimoniata nei termini di una sconfitta. Il sogno dell’amore, della dualità su cui si chiudeva Troppi paradisi, è abbandonato («Aveva ragione Giordano Bruno: beata solitudo, sola beatitudo. Per essere felici, in due si è già in troppi», p. 79). Il tema erotico non è più forma di teatro, ma una nostalgia dell’impossibile (si veda il rapporto «coniugale» fra i due Salvatori a p. 15), una metafora rivolta all’indietro: al passato come (propria) letteratura e alla letteratura come (proprio) passato. Letteratura e desiderio come metafora l’uno dell’altro, due volti dello stesso fallimento: «Chissà perché quel che si può fare coi maschi a pagamento non si può osare con le parole» (p. 24). L’eroismo terroristico dell’Inetto non si riconcilia più col mondo, né ha alcuna intenzione di farlo: piuttosto ne riceve la parodia:

Ugo vuole morire sulla scena, come i grandi attori. Desiderare come un disperato la bellezza è stato il solo eroismo della sua vita: nel nòcciolo dello stereotipo che l’ha definito per cinquant’anni (il ricco gay internazionale promiscuo e consumista, il chiagni-e-fotti fintamente trasgressivo) s’annidava il rancore tragico e radicale di Shylock l’ebreo – strappare il cuore o farselo strappare. I goyim, nel suo caso, essendo l’intera Natura che l’aveva ingannato con forme tanto attraenti quanto umilianti. Orgasmare nella bellezza, non importa con chi, purché senza limiti; innamorarsi è volgare, morire di perfezione no (p. 89).

Ma la sublimazione non funziona, la gloria questa volta non si realizzerà. Il tanto agognato matrimonio con la realtà che concludeva Scuola di nudo viene qui rovesciato in caricatura: le nozze combinate non regaleranno la pace promessa, il tentativo di una finale armonia di vita e arte concluderà in una schiacciante e definitiva sconfitta, parodica e testamentaria insieme. Bontà andrà forse registrato come il manifesto di una generazione giunta al punto critico del suo cortocircuito culturale, dentro la pericolosa imminenza dell’assurdo.


Walter Siti, Bontà, Einaudi, Torino 2018, 130 pp. 13,00 €