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Vite abolite: la provincia di Sara Nissoli

Paolo BonaridiPaolo Bonari
15 Gennaio 2018
in Letterature
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Vite abolite: la provincia di Sara Nissoli

Pubblicata da bookabook, ecco Mentre volavo via. Quattordici racconti tristi che vi faranno stare meglio, la prima raccolta di Sara Nissoli, trentatreenne bergamasca: insincera nel titolo, ma non nelle pagine che ne seguono, perché c’è da dubitare che questa letteratura possa esprimere una valenza taumaturgica, ma è indubbio lo sforzo autentico dell’autrice, nella rappresentazione dei piccoli mondi che le sue figure sembrerebbero abitare e dai quali, invece, esse tendono ad allontanarsi, a venire respinte. Attratti e numerosi, invece, sono stati coloro che, come nell’uso dell’editore e grazie a una campagna di crowdfunding, hanno pre-ordinato il prodotto, dopo averne potuto saggiare un’anteprima, i lettori che abbiano probabilmente avvertito, al pari di chi scrive, una solidarietà quasi ideologica: quella di chi volentieri assecondi l’invito di Nissoli, si faccia ideale osservatore delle esistenze in oggetto, rimpicciolendosi e replicando il pudore di chi le ha narrate, dai propri nascondigli uscendo quando, nel momento esatto, ci si senta di troppo.

Eppure, succede che l’occhio tergiversi, sveli un sovrappiù di curiosità, e che quest’eccesso pregiudichi il successo dell’impresa: da ciò, la conseguenza che i racconti più lunghi, su tutti Il Principe, funzionino meno bene dei brevi, dei barbagli di A morire ci vuole una vita, La rocambolesca vicenda di Carla la pigiamaia e La Gatta, assistendo ai quali si stabilisce l’espressione più corretta sul volto del lettore, la smorfia di un sorriso, perché Nissoli sa cogliere i movimenti grazie ai quali ogni disgrazia, scuotendosi di dosso la propria pesantezza, svela l’inconsistenza che è connaturata alle realtà comuni, in comune. La provincia è in grado di ospitare destini grandiosi o, di per sé stessa e a causa della ristrettezza dei propri palcoscenici, condanna all’irrilevanza e alla miseria delle prese in giro conviviali anche i fallimenti più dolorosi?

«Scrivere cose che toccano i sentimenti degli uomini senza essere sentimentali»: questo era l’obiettivo di Goffredo Parise, che sembra condiviso da Nissoli, la quale riesce ad alludere al riscatto e al disastro dei propri personaggi senza vezzeggiarli, privilegiando le sfumature sentimentali, le transizioni dall’uno all’altro stato, e proteggendo queste vicende dalla tendenza ipertrofica alla magniloquenza e all’accumulazione che affligge la letteratura più sbandierata e di cui sembra un obbligo sociale occuparsi. Qui, non c’è nulla che richiami quell’estetica da alta definizione, quella grammatica e finanche quell’etica da videogame che vanno per la maggiore, nelle risorgenze locali del postmoderno al quale ci stiamo abituando: al contrario, e sia che li si voglia superare, sia che ci si disinteressi gagliardamente del panorama circostante e dei gusti legittimati, entrambe le possibilità depongono a favore di questi racconti, che riescono, quando riescono, a condensare l’iterazione esasperante dei giorni nello spazio breve. Un problema narrativo, infatti, è quello di dare adeguata rappresentazione alla ripetitività dei gesti, delle mosse della vita e del vuoto apparente che esse nascondono: da risolvere, perciò, è il transito stanco e per niente emozionante di un pedone in Piazza della Loggia a Brescia, e non l’eccezione che questi si trovi ad attraversarla il 28 maggio del ’74, perché anche le storie che non incrocino la Storia sono rilevanti, lasciano una traccia flebile che andrebbe ripassata a inchiostro, se si ambisse a farne risaltare e risultare lo schizzo antropologico.

Certo, c’è da azzittire qualche cannibalismo di troppo, qualche indugio un po’ compiaciuto nei dintorni di ciò che, a distanza di più di vent’anni, resta di una stagione letteraria che non sapremmo definire altrimenti che significativa e trascurabile, vale a dire determinante nello stimolare la produzione di opere sommamente gratuite e gregarie: attardarsi a fare il verso a chi non faceva altro, cioè a coloro che tentavano di edificare un’intera carriera imitando ed estremizzando i facili estremismi altrui, sembra anacronistico, e la rabbia, qualora non sia al servizio di una trasfigurazione artistica, è una moneta retorica piuttosto usurata, al giorno d’oggi, così come l’ossessione merceologica, da inquinamento dell’immaginario, che non può non far pensare ad Aldo Nove. Rimane da sciogliere l’enigma: perché questi «racconti tristi» dovrebbero farci stare meglio e in che cosa consisterebbe quella favorevole condizione di salute? Vedere meglio, vedere di più ciò che c’è e soltanto ciò che c’è, non vedere più di ciò che c’è, sincerarsi di avere ancora un buon apparato che non si sia lasciato deteriorare dalle troppe luci e che permetta di misurare le distanze, di riconoscere ciò che diverge: forse, rendersi conto di ciò che ci mancava equivale a prestare una residua attenzione ai profili di questi sconfitti che Nissoli ha sbozzato e che avrebbero meritato altro, ben altri sforzi, da parte nostra, durante il flash della loro presenza, se soltanto la vita e la letteratura fossero state meno impassibili.


 

nissoliSara Nissoli, Mentre volavo via. Quattordici racconti tristi che vi faranno stare meglio, bookabook, Milano 2017, 150 pp. 10€

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Tags: bookabookesordigenerazioneNIssoliracconti
Paolo Bonari

Paolo Bonari

Nato nella provincia senese, vicino al confine umbro, ha studiato a Montepulciano, a Bologna, a Firenze, dove ha ottenuto un Dottorato di ricerca in Filosofia. Si è occupato di teoria mimetica e di epistemologia politica; poi, ha deciso di dedicarsi a qualcosa di più impegnativo, e ha ripreso in mano i libri di Emilio Salgari, perché sembra che il mar della Malesia sia il più profondo di tutti.

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