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Un manifesto contro la cultura del caos

Paolo CalonidiPaolo Caloni
14 Luglio 2017
in Naufragi, Plancton
2
Un manifesto contro la cultura del caos

Nel 1936 con il saggio La Crisi delle scienze europee, Edmund Husserl metteva in guardia l’Europa dal rischio di perdere la propria identità di fronte all’inarrestabile avanzata della reificazione del pensiero, divenuto incapace di riflettere su sé stesso e sulla propria provenienza storica e spirituale. A tale pericolo, Husserl rispondeva ripercorrendo e rivitalizzando i fili che legano i compiti infiniti della filosofia con la sua fondazione originaria: lo slancio razionalista nato durante la grecità classica e appartenente in modo essenziale alla stesso concetto di Europa.
Il saggio di Renato Cristin I padroni del caos (Liberilibri, Macerata 2017) si propone un compito analogo a quello husserliano, affrontando tramite lo strumento della descrizione fenomenologica il grande smarrimento spirituale che sembra attanagliare l’Europa. Per la rinascita spirituale dell’Europa, Husserl si appellava all’eroismo della ragione: negli anni Trenta – periodo più volte ricordato nel dibattito culturale odierno – la scelta era fra la capacità di radicarsi e fondarsi nella propria identità razionale o ricadere nella barbarie. Cristin ribadisce tale opzione concentrandosi sul concetto di identità.
Ma l’analisi fenomenologica è un valido strumento di analisi della realtà psico-socio-politica contemporanea?
Da un punto di vista metodologico il saggio di Cristin non si discosta dall’impostazione husserliana. Come ampiamente argomentato nel saggio, l’approccio della descrizione fenomenologica è l’unico modo per poter dipanare la complessità della realtà, per giungere a quell’essenza, resa invisibile da mille stratificazioni, che sta alla base di ciò che si è: l’identità.
Cristin spinge il proprio sguardo indagatore nelle pieghe della filosofia, della politica, della religione e della società, moltiplicando i livelli di approfondimento, ma anche tentando di correggerne la comprensione. Si svolge quindi un’analisi fenomenologica della contemporaneità, mantenendosi sul piano rigoroso della critica filosofica e culturale.
Accanto a quello dell’identità, come un’ombra, è sotteso il tema del limite, anzi del rapporto fra limite e illimitato. Intorno ad esso si coagulano le differenze fra la filosofia dell’identità, sostenuta da Cristin, e quella dell’altro: l’ego, la storia, l’identità si costituiscono intorno alla presenza di un limite che diventa condizione per il riconoscimento e la distinzione dell’appartenenza, del sé e del senso. Inoltre, il ricorrere di termini desueti come fondamento, destino e origine è il segno di una “verticalità del pensiero” in grado di porre e di porsi con autorevolezza e disciplina, conformandosi alla tradizione storica di provenienza: è infatti necessario tracciare confini, stabilire principi, individuare soglie (politiche, morali, ma anche filosofiche) che siano condizioni per rinnovare il senso della cultura europea. Richiamandosi fin dal titolo al classico I padroni del pensiero del polemista e filosofo francese André Glucksmann, Cristin affronta la strada più difficile: criticare l’europeismo in nome di una vera identità europea. La possibilità di un percorso critico di questa natura, che rischia di compromettersi continuamente con facili slogan e condanne senza appello, passa attraverso un confronto aspro e senza mediazioni con la cultura nata negli anni Sessanta che, a parere dell’autore, ha preso il sopravvento sul pensiero europeo.

L’identità europea è minacciata da una ideologia, quella dell’altro, che si manifesta in molteplici modi: dal punto di vista filosofico con il proliferare dello strutturalismo, del post-strutturalismo, del post-modernismo e del decostruzionismo, correnti che hanno condotto all’abbattimento dell’identità filosofica europea, formatasi in almeno due millenni di riflessione. Tutte varianti nichiliste nate dalla fonte della filosofia francese, responsabile, secondo Cristin, di un’esaltazione acritica dell’altro, del diverso, del non-umano e della (in)differenza, che ha condotto alla costruzione e alla imposizione di una società europea multiculturale e, quindi, ridotta ad uno stato di caos. Il multiculturalismo è interpretato come l’indifferenza nei confronti dei limiti invalicabili fra le culture. Ad esso viene contrapposto il pluralismo culturale, cioè la convivenza di più culture capaci di confrontarsi e scontrarsi nel dialogo, a partire però dalle proprie specifiche identità.
Ridotto ad una frase, il caos europeo ripete: “L’uno o l’altro: fa lo stesso” – identità indifferente, senza distinzioni e senza posizione di limiti, dove tutto è ugualmente privo di valore.

L’autore dedica un lungo capitolo del libro alla dimostrazione di come la filosofia del dopoguerra, nella sua manifestazione sessantottina, sia uno dei pilastri responsabili del disordine spirituale europeo. Il capitolo Il pensiero dell’altro: neosadismo e imposizione del caos è un durissimo atto di accusa nei confronti degli effetti politico-filosofici velenosi prodotti da alcuni filosofi, in particolare francesi, inchiodati alle loro acrobazie mentali. Foucault, Lacan, Deleuze, Sartre, Derrida sono i principali destinatari della critica implacabile di Cristin. Tramite loro, infatti, si è fatto strada un pensiero “nomade” e “disseminato”, e per questo “sradicato” e “dissipatore”. L’argomento è molto interessante e sarebbe da approfondire nel dettaglio. Cristin fonda la propria critica richiamandosi alla figura del Marchese de Sade, oggetto dell’interesse di Foucault, che diventa il punto di riferimento per la sistematica esaltazione della figura dell’altro e del diverso, accompagnata dalla flagellazione e dall’annullamento dell’ego, paradigma dell’identità.
Come suggerisce l’opera di de Sade, la liberazione del desiderio è liberazione dall’oppressione. In questa piega del pensiero si nasconde la sofisticheria sostenuta da Foucault: dall’esigenza legittima di fare luce su un pezzo emarginato di umanità – i folli, i detenuti, ecc. – si deduce l’identificazione fra ragione e “sragione”, fra libertà e sadismo, fra io e altro. Un passaggio che per l’autore è inaccettabile, poiché trasferisce una perversione psico-sessuale su un più ampio piano politico e culturale, mostrando come il Foucault storico sia sconfitto dal Foucault filosofo.
L’imposizione del caos cui si allude nel titolo corrisponde al momento in cui l’ego si consegna alla liberazione del desiderio di sadiana memoria, annullandosi nel godimento polverizzante dell’immediato. In questo apice teoretico si impone il discorso del caos che trova seguito in tutti i campi della vita civile, giuridica, politica, economica e culturale dell’Europa.
Dunque la figura dell’altro si impone come nuovo mito che nasconde, mediante sottilissime trame ideologiche ricostruite nel dettaglio, la pulsione totalitaria che intendeva a sua volta svelare. Ma ai padroni del pensiero degli anni Sessanta, Cristin contrappone altri filosofi e intellettuali, in larga misura francesi: André Glucksmann, Bernard-Henry Levy, Luc Ferry e Alain Renaut, ma anche il britannico Roger Scruton, che smascherarono molto presto, seppur inascoltati, il potere della nuova ideologia.
Fra i tanti autori contemporanei richiamati stupisce la presenza di Ayn Rand. La sorpresa è dovuta ad almeno due motivi: il primo e più evidente è che non credo che Ayn Rand sia mai stata citata in un saggio di filosofia, in Italia; il secondo, riguarda la fondazione per suo tramite di un’etica egoistica, priva di connotazioni negative, fondata su un razionalismo radicale, corrispondente alle esigenze identitarie del saggio.

L’indifferenza fra identità ed estraneità si afferma in tante questioni minuziosamente articolate nel corso del libro, molte delle quali di bruciante attualità. Alla questione dell’Islam sono dedicate tante pagine (L’Islam: «l’altro» più inquietante) che vertono sulla sua incompatibilità di fondo con la cultura europea, troppo permissiva e cedevole nei suoi confronti, a causa del sottofondo di violenza fisica e spirituale sottesa a tale religione. Ma anche il papato è sottoposto ad una critica severa (Pauperismo e comunismo: la teologia della sovversione e della rinuncia), in particolare riferendosi alla teologia della liberazione che, secondo Cristin, funge da punto di riferimento per l’operato del Pontefice.
Essa sostiene la liberazione non dalla povertà, bensì della povertà: un pauperismo predicato come nuova forma di ricchezza interiore, in un mondo povero (materialmente e spiritualmente) ma finalmente eguale. Per questo in piena sintonia con la retorica del caos.

Altre questioni culturali sottoposte allo stravolgimento dei limiti sono, ad esempio, il tema del post-umano e la progressiva distruzione del linguaggio.
Non conservandosi più la fondamentale distinzione fra parola e cosa, da una parte, il linguaggio è identificato con la mera presenza delle cose da esso nominate, portando così alla dematerializzazione del mondo e all’indifferenza nei confronti del primato della percezione; dall’altra parte, sono le cose ad essere identificate con le parole, un orientamento che conduce ad una forma di oggettivismo ingenuo, incapace di comprendere l’essenziale libertà del linguaggio e la sua capacità di essere espressione di un mondo e non mero specchio.
Anche il post-umano, argomento filosofico in voga da anni, è giudicato da Cristin come manifestazione del caos, come abolizione del limite. Infatti esso aspira ad un uomo nuovo in grado di rispettare il mondo naturale di cui è espressione, ma di cui è anche il principale distruttore. Una posizione che comporta importanti conseguenze antropologico-politiche e, ancora una volta, un superamento ingiustificato del limite. L’io si disperde nel “genere neutro” della terza persona, un passaggio che non solo abolisce l’individualità, ma anche qualsivoglia responsabilità nei confronti di altro (in questo caso, del mondo).

Il caos, lo smarrimento, la dispersione, la molteplicità irrelata, l’esaltazione dell’altro e del diverso sono le malattie che affliggono la cultura europea, che nega la propria storia, composta senza dubbio da orrori brutali da respingere, ma anche da conquiste universali da conservare. Il neoreazionarismo propugnato dall’Autore non sembra pensare l’identità europea con intenti autoassolutori o autocelebrativi, bensì, proprio concentrandosi su questo concetto, include tutta la sua storia in un movimento di “riappropiazione ontologica e conservazione dinamica”. Su questa duplice e complementare visione si incardina la necessità di valorizzare, secondo l’Autore, le identità nazionali e regionali, nel reciproco confronto ma anche nella consapevolezza del nucleo profondo di unità essenziale. Tuttavia, l’idea di ridurre l’Europa solo alle molteplicità delle nazioni che la costituiscono è insostenibile: si deve perseguire un’Europa vitale contro quella formale che, a detta di Cristin, soffoca la vera eredità europea sotto la coltre spessa della burocrazia, dell’amministrazione e dell’ipertrofia legislativa: armi di controllo, ma anche, e soprattutto, di disordine.
Il neoreazionarismo propugnato dall’autore, il cui libro è un manifesto programmatico, è dunque inteso come rigenerazione da quanto di meglio la vera identità europea possa trasmettere: “aspetti del liberalismo e del conservatorismo classico, del cattolicesimo liberale e del laicismo repubblicano”. Ricordando sempre che l’identità è un processo, una storia, una genealogia individuale e collettiva. L’identità culturale fa parte della sfera di proprietà più intima della soggettività, come una radice inestirpabile. È l’individuo ad essere generativo di cultura, poiché è la particella ultima di identità.

Il saggio sostiene diverse posizioni estremamente controverse, le cui conseguenze ultime spesso è difficile (se non impossibile) accettare, ma che hanno il merito di essere supportate dalla forza di ragionamenti solidi e approfonditi. È arduo immaginare che l’Europa sia vittima del programma, intenzionalmente sostenuto dall’ONU e dalla euroburocrazia, di sostituzione della popolazione autoctona in favore dei migranti e della cultura islamica; nonostante ciò, gli argomenti portati non cedono agli slogan o all’inquietante rozzezza che spesso accompagna tali prese di posizione.
Nella parziale disamina proposta di alcuni dei tanti temi affrontati, I padroni del caos si dimostra essere un saggio pungente, ricchissimo di argomentazioni rigorose e polemiche, di critiche severe, ma anche di spiragli di rinnovamento. Una lettura coinvolgente che richiede nervi saldi e la disposizione a rimettere in discussione posizioni acquisite e che, grazie alla scrittura tesa ma scorrevole e alla vivacità della vis polemica, appassiona.


opere_img249Renato Cristin, I padroni del caos, Liberilibri, Macerata 2017, 447 pp. 20 €

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Tags: caosEuropaFilosofiaidentità
Paolo Caloni

Paolo Caloni

Paolo Caloni ha studiato filosofia e, credendo nell'infinita vanità del tutto, ha conseguito un dottorato di ricerca su Hans Blumenberg. Ora vive nel suo eremo milanese alternando l'ascolto dei gospel di Johnny Cash alle liturgie siderali degli Ufomammut. Eurocentrico, ossessionato dall'acquisto compulsivo di libri, libertariamente scettico, germanofilo, culturalmente radicale, appassionato di Roma e della sua disillusa bellezza, rimpiange le disputationes scolastiche e i sistemi tolemaici di epicicli e deferenti. Non ha particolari capacità se non quella di criticare - in genere se stesso.

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Comments 2

  1. Claudio says:
    9 anni ago

    Non ho letto il libro, quindi reagisco a quanto letto qui sopra. La tesi (che certa filosofia francese degli anni Sessanta abbia compromesso l’identità europea) mi sembra esasperata, pacatamente (in forme accademiche) rabbiosa e rancorosa, ma non del tutto sbagliata. Sicuramente sopravvaluta l’influsso di quei filosofi e di quelle idee. In generale i filosofi non incidono più di tanto sull’identità di alcuno (talvolta nemmeno sulla propria), figurarsi su quella di centinaia di milioni di europei. Sfido un europeo qualunque (non mi tiro fuori) a leggere Lacan e a capirci qualcosa; che possa poi metabolizzare identità… Fatta la tara sull’effettivo influsso, nel merito: la questione dell’altro. Probabilmente Cristin cita solo ciò che conferma la sua tesi, perché stranamente non nomina Levinas. Ora, il discorso sull’altro, checché se ne possa pensare, è uno dei pilastri dell’identità europea. Se ne parla per spiegare la nascita della filosofia (il dialogo, la politica, ecc.) ed è al cuore della tradizione biblica, ebraica e cristiana. Non è solo fuffa postmoderna. Non a caso la ripresa del pensiero ebraico del ‘900 si fonda sulla filosofia del dialogo e sulla figura dell’altro, ma ci sono filosofi molto strutturati: Hermann Cohen, Rosenzweig, Buber, e appunto Levinas, il solo francese tra questi. E poi mi convince poco la difesa dell’identità. Quale? L’identità europea è di una complessità storica impressionante. L’identtà europea è un intreccio inestricabile di identità diverse, altre. Ciò non significa che allora non ce ne sia una e che tutto sia indifferente. Ciò risulta immediatamente evidente se portiamo il confronto all’esterno, verso per esempio l’identità islamica (ma anche qui: quale islam? quali islamici?). Il richiamo generico (ribadisco, non ho letto il libro) a “L’identità”, per di più accompagnato dalla rivendicazione di un “neoreazionarismo” mi risulta quanto meno problematico. Un sano conservatorismo filosofico e culturale potrebbe forse trovare una via più interessante nella ripresa del “soggetto”. L’identità è una cosa statica, il soggetto è una realtà dinamica, in fieri, soggetta a e soggetto di. Forse, però, ho sopravvalutato la dimensione filosofica del discorso e il senso generale del libro è volto alle questioni migratorie e simili. Certo che se il Cristin pensa che l’ONU voglia sostituire la popolazione europea… ma, appunto, non ho letto il libro.

    Rispondi
  2. Matteo says:
    9 anni ago

    Mi sembra che il saggio di Cristin riproponga un modo di parlare di filosofia che funziona solo in un famoso video dei Monty Python: quello dell’argomentare costruendo e facendo scontrare “squadre” filosofiche. Nel caso di Cristin ordine e celodurismo contro irrazionalismo, french theory, pensiero debole, post-cosismo. Ne risulta una non-argomentazione perché il problema o i problemi filosofici passano in secondo piano e perché il rischio di inanellare una serie ragguardevole di luoghi comuni è piuttosto alta. Ci vuole una buona dose di superficialità (o di virtuosismo manageriale) per far giocare in una stessa squadra Sartre, Lacan, Foucault, Deleuze etc. Quale squadra poi? Quella dei distruttori della ragione? Mi pare un errore grossolano, almeno per alcuni dei nomi appena menzionati. Mostrare che alcune delle categorie che organizzano il pensiero non sono universali e sempiterne non significa automaticamente né necessariamente destituirle di significato, privarle d’oggettività o volerle abbattere e sostituire. Un piccolo esempio di fraintendimento: andando oltre la copertina si capisce che il tema del libro del 1966 di Foucault non è il rapporto che intrattengono le parole con le cose (non è Word and Object, di Quine). Al filosofo dell’ordine interesserebbe forse sapere che il libro si doveva invece intitolare “L’ordine delle cose”. E per quanto riguarda l’identità – come giustamente sottolineato nel commento precedente – di quale identità si parla? Cristin mi ricorda un pò il Godefroy Lempereur di “Sottomissione” (Houellebecq, altro francese), giovane prof della Sorbona vicino ai movimenti identitari degli “indigeni europei”, che animano la lotta al multiculturalismo e all’invasione musulmana richiamandosi a non meglio specificate radici comuni del vecchio continente. La filosofia dovrebbe essere lo spazio dove “pulire” e affinare gli strumenti del dibattito contemporaneo, non il piano dove trasporre tout court la retorica dello scontro di civiltà.

    Rispondi

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