La vegetariana di Han Kang (Adelphi, 2016) è un libro splendidamente irrisolto. Vincitore del Man Booker International Prize 2016, è allucinato e oscuro, sfuggente e costellato di pieghe nascoste che si scoprono solo per un attimo, chiudendosi prima che l’intuizione si solidifichi in un significato. Mette in scena, nella Corea del Sud dei giorni nostri, l’estatico cupio dissolvi di Yeong-hye, una donna che sceglie di seguire fino in fondo il cammino di trascendenza distruttiva dettato da un sogno sofferto e indecifrabileUna foresta buia. Non un’anima viva. Le foglie aguzze sugli alberi, i miei piedi tutti graffiati. Questo posto mi pareva di ricordarlo, ma adesso mi sono persa. Ho paura. E freddo», p. 21). Così smette di mangiare, cucinare e servire carne, per divenire un albero («Devo dare acqua al mio corpo. Non ho bisogno di cibo, sorella. Ho bisogno di acqua», p. 146).

Nel libro non c’è traccia di una spiegazione al comportamento di Yeong-hye: a seconda della lettura, si potrebbe parlare di anoressia nervosa, schizofrenia catatonica, mistica contemplativa. La distruzione di se stessa è inscritta in una visione che la trascende a partire da un piano di costrizione e soffocamento: il primo segno della deriva di questa donna mite e di poche parole è il rifiuto di portare il reggiseno. Qui si trova la premessa all’evento che scatena la tragedia: il sogno con gli «enormi quarti di carne rosso sangue, ancora gocciolanti di sangue nel granaio» (p. 21), che non scaturisce da un’eversione violenta dell’ambiente relazionale (la tradizione della cultura coreana che delinea il campo d’azione femminile), quanto piuttosto da un’insopprimibile adesione a una vocazione, quella di rovesciare il destino, e con esso la propria stessa nascita. Ed è l’arco metaforico vegetale a permeare per intero questa visione, facendosi sinistramente vitale – di una vitalità altra rispetto a quella degli animali – e perturbante («Io non lo sapevo. Pensavo che gli alberi stessero a testa in su… L’ho scoperto solo adesso. In realtà stanno con entrambe le braccia nella terra, tutti quanti. Guarda, guarda là, non sei sorpresa?», p. 146).

L’innesco della vicenda cade nel primo dei tre atti rappresentati nel libro, ciascuno dei quali porta sul proscenio una figura vicina alla protagonista: il marito, il cognato, la sorella. Ogni capitolo offre un’inquadratura laterale di Yeong-Hye, ritraendola mentre apre abissi insanabili anche nelle vite degli altri.

A dare una forza trascinante al libro contribuisce senz’altro questa architettura al tempo stesso perfetta e instabile, come quella di una costruzione antichissima minacciata dal crollo che rende l’ordito sfuggente, manchevole: la verità rimane sospesa sopra i malintesi che vincolano le relazioni. I tre distinti segmenti narrativi che costituiscono il romanzo – scritti e pubblicati indipendentemente in rivista dal 2004 al 2005, prima dell’edizione in volume del 2007 – esaltano per l’appunto i chiaroscuri di queste fratture. Alcuni passi soffrono l’esondazione del simbolismo (come la sequenza erotica della seconda parte), ma nel complesso la sovrapposizione di contestura narrativa e metaforica è suadente, proficua. Bellissimo per esempio, nell’ultimo capitolo, l’intreccio sconnesso delle vite di Yeong-hye e In-hye, che porta le esistenze più recondite a toccarsi per un momento, prima dell’ultimo allontanamento: alla fine la sorella della protagonista sembra emergere dal proprio sogno, dopo essersi quasi lasciata cadere («E prima che Yeong-hye spezzasse quelle sbarre, lei non sapeva neppure che esistessero», p. 141).

La scrittura controllata che si fa vorticosa e visionaria – specialmente per l’aggettivazione cristallina e la simbologia vegetale – lascia una sensazione disturbante, di indescrivibile instabilità: il valore più grande di un libro che misura la forza estrema della rinuncia, la corsa ansiosa verso il precipizio che chiude l’esistenza.


han-kang-la-vegetariana-adelphiHan Kang, La vegetariana, Adelphi, 2016, pp. 176, 18 €.