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Gli americani alla guerra: una conversazione

[Nello scorso mese Giacomo Raccis e Andrea Pitozzi si sono scambiati intense mail nelle quali hanno affrontato alcuni dei temi legati alla recente produzione narrativa americana dedicata alle ultime guerre in cui gli Stati Uniti si sono impegnati: Afghanistan e Iraq sono al centro di una nuova letteratura di guerra, alla quale si affianca pure lo sguardo dei registi, tra autobiografismo, celebrazione e finzione verosimile.]

Giacomo Raccis

Caro Andrea,
ti scrivo sull’onda della lettura di una raccolta di racconti recentemente pubblicata da Einaudi; s’intitola Fine missione e l’autore è Phil Klay, che è un reduce, uno che ha fatto la guerra in Iraq come ufficiale di marina. Ha servito il paese nella provincia di Anbar per 13 mesi, tra il 2007 e il 2008, e poi, per uno di quegli assurdi percorsi che solo negli Stati Uniti sembrano possibili, si è iscritto al college, ha frequentato un corso di scrittura creativa e qualche anno dopo ha vinto il National Book Award con Redeployment, appunto.
Cosa mi ha colpito di questo libro? Era il primo che leggevo di quella che ormai è diventata la letteratura americana sulla guerra, e sulle ultime guerre in particolare. Ho poca dimestichezza con la fortuna letteraria e narrativa del Vietnam, che è stato oggetto di riflessioni e studi importanti; ne ho un poco di più su questioni che non riguardano gli Stati Uniti, come ad esempio l’Algeria e la guerra di liberazione dalla Francia, e so che spesso il trauma della guerra e il trauma dei reduci vengono assorbiti da una società in due maniere complementari e opposte: da un lato il silenzio, un’ingiunzione a tacere che corrisponde in realtà a un divieto di sporcare la coscienza della parte buona della società – quella che non ha dovuto rispondere alla leva militare, che è rimasta a casa a sentire i notiziari e a cambiare stazione quando non ne aveva più voglia; dall’altro la fanfare dello storytelling nazionale, le retoriche collettive, utili a semplificare gli eventi, a ridurre i conflitti a contrapposizioni manichee che permettono a tutta la comunità di schierarsi dalla parte giusta e di non porsi più domande.
Ecco, rispetto a queste poche e vaghe nozioni che avevo mi ha colpito come il libro di Klay ponga al centro, più ancora che la narrazione dei fatti di guerra – le operazioni militari, gli scontri a fuoco, i pattugliamenti o la vita nei campi-base – , la trattazione discorsiva dell’esperienza della guerra. Lo dico meglio: il cuore della sua raccolta di short stories è il processo di rielaborazione e anche di reinvenzione che gli episodi della guerra subiscono nel momento in cui i soldati diventano reduci e costruiscono una propria personale narrazione con quei ricordi. In certi casi l’esperienza di guerra diventa un valore aggiunto nelle conversazioni da bar con le ragazze, quasi un attributo raro che permette al reduce di andare sempre a segno: è un modo strano di raccontare cosa sia la guerra per un americano, ma rende l’idea, perché prova già a farci entrare nel processo di elaborazione del trauma. Si tratta forse di un modo di rimuovere o di prendere comunque qualche scorciatoia per venire a patti con la propria coscienza; d’altra parte, come dice a un certo punto un personaggio: «i ricordi mentono». La menzogna che i reduci costruiscono sulla propria stessa esperienza è un dato acquisito, non deve essere dimostrato, e anzi, spesso è anche un elemento esplicito della loro ricostruzione. Ciononostante è un elemento “vero”, che ci dice molto dei bisogni di compensazione e di rieducazione della coscienza dopo il trauma della guerra. E sono momenti di vero struggimento, come quello che coglie ad esempio un sottufficiale mentre ragiona sulla morte di un suo soldato scelto, ucciso dalla propria avventatezza: la morte azzera certi ragionamenti strategici e gerarchici, la morte, vista come sublimazione tragica dell’esperienza di guerra, pone un filtro al ricordo, annacqua le criticità e valorizza al contrario fittizi elementi di onore e valore. E quando il sottufficiale ripenserà al soldato scelto, si dice: «Ricorderò PFC come se gli avessi voluto bene. E così non mi ricorderò davvero di lui, del perché gli avevo dato un basso PRO/CON [sistema di valutazione di un soldato], del perché gli avevo detto che non sarebbe mai diventato E4».

In È il tuo giorno, Billy Lynn, un altro romanzo che racconta bene la percezione condivisa della guerra americana scritto da Ben Fountain – che pure non è un veterano, e racconta quindi fatti studiati e inventati – i protagonisti, i soldati della compagnia Bravo, sono al centro di una trattativa con un magnate texano affinché questi finanzi un film sull’impresa di guerra che li ha resi famosi. Ci sono molte cose che si ritrovano in Redeployment – la necessità di romanzizzazione dei fatti avvenuti e il tormento interiore di chi affronta la guerra in maniera quasi infantile, solo per nascondere un sentimento di rifiuto profondo, dettato da ragioni umane e sentimentali più che ideologiche –, solo che qui la questione della “menzogna” è ben definita, perché la volontà di travisare i fatti appartiene a chi su questi deve speculare, mentre l’innocenza di chi è stato costretto a combattere è preservata da questa stessa incapacità di mentire, di essere sostanzialmente diversi da come ci si mostra agli altri.
In Fine missione invece la menzogna scoperta appartiene al discorso di chi dovrebbe essere anche testimone di verità, il reduce, la persona di cui ci fidiamo perché ha visto e vissuto. La cosa eccezionale di questa raccolta di racconti, allora, è il modo in cui l’autore riesca a far affiorare progressivamente la necessità di questa menzogna, che invece che invalidare la testimonianza, finisce al contrario per renderla più profonda e complessa, addirittura più vera.
Ecco, per me tutto questo ha avuto l’effetto di una rivelazione, la scoperta di qualcosa di prezioso, ma che forse non può avere un valore umano e letterario assoluto, e che dev’essere considerato esclusivamente in relazione a questo contesto e a questa esperienza collettiva, che è solo americana ed è solo di questo momento storico.

 

Andrea Pitozzi

Caro Giacomo,
mi sembra molto giusto portare l’attenzione su questo strano fenomeno che sembra essere la nuova war literature americana, relativa prevalentemente alle guerre in Afghanistan e Iraq. Leggendo della prima guerra del Golfo siamo stati abituati a pensare che la comunicazione, ciò che può essere detto riguardo alla guerra, sia sempre una narrazione di comodo o volutamente ideologica per trasmettere un determinato modo di sentire funzionale a logiche politiche. Anche da qui prendevano forza quei due modi di assorbire gli eventi da parte della società che hai sintetizzato in “silenzio” e “schieramenti manichei”. Parzialmente anche l’11 Settembre ha riproposto un simile schema, ma ha fatto anche di più, perché ha messo in gioco la costruzione e la ricostruzione dei fatti attraverso diversi sistemi di rappresentazione, come se la percezione del reale avesse bisogno di nuovi filtri. Fatti i dovuti distinguo tra crude immagini di propaganda e macabri abusi di potere solo per il gusto di umiliare, a partire dall’invasione dell’Afghanistan sembrava che la percezione di chi in guerra ci stava davvero fosse già alterata da una presenza altra: quella di una guerra artificiale. È il tuo giorno, Billy Lynn mi pare renda bene la stortura che sta dietro a questa situazione, e introduce un’ulteriore grado di fictionalisation (cinema) all’interno di un sistema per certi versi già intriso di finzioni. Ma come tu fai notare, questo libro è scritto “da fuori”, da una distanza di sicurezza da cui è permesso – e anzi necessario – un commento.
Guardando al di fuori dei facili dualismi però, trovo interessante la letteratura di guerra degli anni recenti (non più gli Zero ma ormai già i Dieci), in particolare quella scritta dagli ex soldati. Negli Stati Uniti escono con cadenza giornaliera libri di fiction scritti da reduci che parlano della loro esperienza di guerra, così come saggi e riflessioni di carattere socio-politico e geo-politico sulle implicazioni e le necessità di un sistema di perenne conflitto. Se il dubbio resta sul fatto che la produzione saggistica e giornalistica sia, a volte, “pilotata”, cosa farsene di romanzi, film e serie tv che invece raccontano dall’interno le giornate dei soldati e le loro paure? Tutto questo, diversamente da quel che era stata la copertura mediatica massiccia della prima Guerra del Golfo, che aveva prodotto soprattutto indifferenza e una certa dose di fascinazione oscena, sembra riportare la guerra all’interno della nostra quotidianità, fin nella nostra intimità.
I reduci ora tornano in un paese dove sono ormai stranieri, non perché sia cambiato il paese attorno a loro, ma perché il loro modo di vedere è irrimediabilmente cambiato. L’esperienza della guerra modifica radicalmente la loro percezione delle cose, e questo emerge in modo evidente in Fine Missione, il libro di cui parli. Esiste allora una relazione quasi necessaria tra l’esperienza straordinaria e il racconto di quell’esperienza, e quindi il solo modo di tornare a casa è raccontare ciò che si è vissuto. I reduci si collocano all’interno delle loro nuove vite soltanto attraverso il filtro delle storie che raccontano. Lo stesso termine Redeployment non significa tanto la fine di una missione ma piuttosto, in gergo militare, è ciò che si può definire come un “riposizionamento”, uno spostamento di truppe e di soldati. E, di fatto, i soldati di queste storie non tornano a casa, vengono soltanto spostati in un altro luogo, un luogo che non appartiene più a loro e di cui non comprendono più le logiche e le strutture, soprattutto quelle relazionali. Nulla finisce e nulla inizia, ma le storie raccontano soltanto una transizione: l’azione della memoria sul presente. All’interno di un supermercato si proiettano le immagini delle strade distrutte di Fallujia e si cerca un riparo come se si fosse costantemente sotto tiro: questa è la reazione del reduce nella prima storia.
Redeployment sfugge continuamente alla possibilità di essere inquadrato in modo preciso. Ciò che mi ha colpito maggiormente è il fatto che in questo caso, un reduce non senta il bisogno di rimettersi insieme all’interno di un’unica prospettiva ma piuttosto decida di percorre fino in fondo la moltiplicazione delle storie che si susseguono e si accavallano in guerra. Klay propone una pluralità di punti di vista, e la sua narrazione diventa di volta in volta quella di un ufficiale, quella di un paramedico, di un cappellano militare o di un impiegato dell’esercito in una base operativa. L’insieme di queste storie percorre e intercetta anche esperienze sempre diverse tra loro. Anche qui nessuno di questi personaggi torna realmente a casa, perché la loro unica casa si circoscrive ai ricordi che scelgono di raccontare, alla forma attuale che vogliono dare alla loro esperienza.

In questa scelta aleggia inevitabilmente il dubbio che quella che leggiamo sia solo un’opera di invenzione, ma l’esperienza vissuta in prima persona da chi scrive c’è, e proprio l’esperienza e l’osservazione della molteplicità dei gradi a cui la guerra viene combattuta sono il centro del discorso portato avanti da Klay. Vale però la pena sollevare la questione di che tipo di esperienza si tratti. La sua autenticità non è messa in discussione, ma ci si può invece interrogare sulla dimensione che riguarda l’immaginario della guerra in termini più generali, sia da parte di chi legge sia da parte di chi scrive. Sappiamo che molte operazioni militari sono oramai condotte “in condizioni di sicurezza”, interi villaggi distrutti non sono altro che il centro di una croce su un monitor, e il riferimento di molti soldati (anche di quelli descritti nelle storie di Klay) è prevalentemente di tipo mediatico – videogames utilizzati in fase di addestramento, film di guerra e documentari, propagandistici o di denuncia, e altri sistemi sempre più elaborati di riproduzione virtuale.
Ciò che come lettori non possiamo evitare di pensare, però – ed è questo, secondo me, il punto più significativo e non trascurabile delle storie narrate –, è che l’autore ha probabilmente conosciuto direttamente l’odore di morte e di sangue che ogni guerra porta con sé, al di là di ogni posizione sicura e ogni schermatura possibile. Ciò rimette necessariamente in discussione l’immaginario della guerra e la frettolosa archiviazione di questa letteratura come pura fiction per portarla in un terreno diverso.

 

Giacomo Raccis

Caro Andrea,
quando parli di Phil Klay che “propone una pluralità di punti di vista” mi fai venire in mente una cosa: andando avanti nella lettura di Fine missione mi rendevo contro di come io continuassi a dar fiducia ai narratori che man mano si avvicendavano nella raccolta, nonostante la diversità dei loro profili e delle loro vicende. E credevo loro sulla base dell’autenticità dell’esperienza di guerra del loro autore, e nonostante fosse impossibile che lui fosse veramente tutti i personaggi, o tutti i narratori, della raccolta. Questo riconoscimento di affidabilità e fiducia va quindi oltre ciò che Klay ha vissuto in prima persona e si allarga a tutto quello che lui può aver visto con i propri occhi o sentito con le proprie orecchie, e che per questo conosce meglio di chiunque altro. Ma oltre a questa estensione tutto sommato intuitiva del terreno di affidabilità dell’autore, credo che il motivo della fiducia che io continuavo a rinnovargli risiedesse proprio nella complessità e nella varietà dell’esperienza di guerra che mi stava raccontando e che risultavano, almeno ai miei occhi, infinitamente più credibili di qualsiasi racconto esplicitamente autobiografico ma focalizzato unicamente sulla vicenda di un personaggio.
Da un lato conta senz’altro la portata conoscitiva che questa raccolta può avere per chi, come me, legge da un paese che – nonostante le tante missioni di pace – dai tempi della Resistenza non possiede più una letteratura sulla guerra: vedere all’opera nella quotidianità del campo il cappellano militare, un ingegnere civile e un soldato addetto ai cadaveri dei caduti significa ampliare l’immaginario della guerra a settori e funzioni che non avrei pensato o che non sarei riuscito a focalizzare e che danno al concetto di “guerra” un’inattesa varietà di sfaccettature. Dall’altro lato, poi, c’entra il fatto che la coralità che affiora da questi diversi racconti appare tanto più autentica quanto più l’esperienza narrata in un racconto contraddice quella riportata in un altro. La guerra emerge come un evento impossibile da riportare all’univocità e che, anzi, trova la propria verità nel continuo avvicendamento di verità diverse e in contrasto tra loro.
La cosa strana, poi, è che in realtà nessuno di questi racconti fornisce davvero una verità; al contrario, ogni narratore pone una serie di domande che non trovano risposta, ma che possono essere postulate e affrontate solo per mezzo della loro messa in narrazione. L’impressione che ho avuto, terminata la lettura di Fine missione, è stata quella di una Mille e una notte in salsa americana, con l’autore nella parte di Sheherazade, costretto a prolungare il proprio racconto perché l’esperienza vissuta non diventasse l’ennesimo tassello di una narrazione mediatica ipocrita e politicamente corretta. La nuova missione, per chi si è definitivamente congedato dall’esercito, consiste oggi nel tentativo di riportare le tante identità e di far rivivere, anche con l’ausilio dell’invenzione, i tanti traumi (compresi quelli assenti o superati) che compongono l’esperienza bellica a tutte le latitudini, affinché questa non si riduca al buon soldato corso in Medioriente per difendere i valori offesi della “più grande democrazia del mondo”.
E il rischio che questo accada c’è ed è anche evidente. Non so se ti è capitato di vedere, l’inverno scorso, American sniper, l’ultimo film di Clint Eastwood: il film è ispirato all’autobiografia di Chris Kyle, “il” cecchino dei marines, a cui si attribuiscono 250 omicidi di guerriglieri iracheni (180 dei quali ufficialmente riconosciuti dal Pentagono), sorta di idolo nazionale per quella parte della popolazione statunitense convinta che l’esercito americano sia impegnato in Medioriente per impiantare la pace e la civiltà. Il film è un biopic senza sfumature: Kyle è una specie di eletto che, per compensare i disagi della vita sentimental-famigliare, si arruola e decide, all’indomani dell’11 settembre, di poter dare realizzazione alla sua vita solo andando a combattere i responsabili di quell’attentato e uccidendone quanti più possibile. Il film si sviluppa così in una rassegna di imprese balistiche che poco spazio lasciano agli scrupoli morali (l’incertezza nello sparare a un bambino a cui è stata affidata una granata da portare nei pressi della postazione americana viene risolta nell’arco di pochi istanti, quelli sufficienti a pensare «questo bambino sta con loro») e che trovano il loro plot nella sfida individuale, a suon di uccisioni, contro il più abile cecchino delle formazioni terroristiche. La rappresentazione manichea è presto data, con Kyle a interpretare la parte del deus ex machina, unico in grado di annientare un nemico che è l’incarnazione del male e che non ha alte ragioni di combattere che “uccidere gli americani”. Nessuno spazio per i complicati intrecci geopolitici, ma nemmeno per le contraddizioni, i ripensamenti o i tormenti psicologici del soldato: il protagonista è un pasdaran dell’interventismo, portavoce di una visione – quella di Eastwood – integralista e monomaniaca, reazionaria e per questo utile a un potere che, sotto il manto dell’apertura obamiana, non fa che confermare le scelte delle passate amministrazioni.


A confermare che per liberare la narrazione bellica dalle gabbie della retorica sia necessario moltiplicare i punti di vista si potrebbe citare un altro film, di qualche anno precedente: The hurt locker, di Kathryn Bigelow, racconto delle operazioni in cui sono impegnati i membri di una squadra di artificieri in Iraq. La narrazione in questo caso è collettiva e le dinamiche del gruppo prestano il fianco all’osservazione dei risvolti psicologici – le frustrazioni e le inquietudini, le necessarie rimozioni della morte e della sofferenza, con conseguenti e inattesi contraccolpi – dei singoli individui, che compongono così un quadro sfaccettato e per nulla semplice da interpretare. A completare la rappresentazione efficace, inoltre, ci sono le scelte di regia di Bigelow, che mostra la guerra “ad altezza uomo” e che costruisce le scene più importanti attraverso un’alternanza dinamica dei punti di vista, trasformando la narrazione in una coralità di prospettive differenti. Non sappiamo quali fossero le convinzioni di questi soldati prima del loro arrivo sul campo, poco sappiamo della loro vita trascorsa in patria: tutto quel che conta è in Iraq e sta nel loro modo di affrontare l’esperienza della guerra, nelle loro reazioni psicologiche, nel modo in cui l’essere in missione scava nella loro coscienza, nel modo in cui la distanza trasforma le loro relazioni con chi è a casa ad aspettarli. Questo, dopotutto, più che un’operazione portata a compimento eroicamente o conclusasi con una ritirata, condiziona maggiormente la coscienza collettiva di una società; il modo in cui i reduci vedranno, ex post, i mesi trascorsi in missione e gli occhi “nuovi” con cui torneranno a guardare la quotidianità influenzeranno di più, al netto dei risvolti geopolitici, la società americana di quanto non possa fare una guerra vinta o persa. Inoltre, se i premi Oscar avessero un significato politico e sociale, oltreché cinematografico e mediatico, i sei premi dati a The hurt locker contro la sola statuetta – per il miglior montaggio sonoro – assegnata ad American Sniper ci dovrebbe far pensare a un’inaspettata maturità della cultura americana nell’affrontare in maniera più critica e meno ideologica una sfera sempre più importante della loro vita sociale.

 

Andrea Pitozzi

Caro Giacomo,
la pluralità delle narrazioni possibili di fronte alla guerra è senza dubbio un elemento centrale. Ne è una prova il fatto che si parli di storie di guerra e raramente di storia al singolare. Questo apre alla dimensione più ampia delle contronarrazioni che si confrontano sempre con la Storia – questa volta con la maiuscola. Ma in termini molto più spicci la pluralità deriva anche dal fatto che ogni volta in cui si guarda una guerra con un po’ di onestà intellettuale si devono riconoscere almeno due punti di vista. Il fatto che Klay componga la sua struttura narrativa nella frammentazione di quello che in termini generali può essere considerato il suo (nostro?) punto di vista è un valore aggiunto ad una narrazione che per sua stessa natura è pensata come raccolta di short-stories, e quindi multipla. Per quanto riguarda la fiducia da accordare o meno all’autore mi viene in mente una frase di un altro libro uscito un paio di anni prima di Redeployment e che si può ascrivere a questa nuova war literature, Yellow Birds (2012) dell’ex mitragliere dei Marines di stanza in Iraq Kevin Powers. Qui c’è una scena in cui il sergente dice al protagonista: «c’è un solo modo per tornare a casa, Bartle [nome del protagonista, n.d.r], ed è rimanere degli psicopatici finché si è in questa merda». Ecco, questo è il segreto rivelato dai “vertici”; in guerra si chiede di applicare un certo distacco da sé, dalla propria vita e dalla propria morale. Si aprono quindi due strade che corrispondono a tempi diversi: da una parte questo distacco è necessario per compiere le azioni di guerra “senza riflettere” troppo sulle loro implicazioni, dall’altro questo stesso distacco, nel post, si allarga anche al punto di vista della narrazione e del racconto, per diventare una sorta di estensione dell’elaborazione del trauma. Nel caso di Klay l’uscita da un’unica prospettiva permette al filtro del distacco di agire al fine di scandagliare l’esperienza bellica dando all’autore e a noi lettori la possibilità di approfondire le diverse sfaccettature e i piani su cui si combatte la guerra. Da qui una maggiore credibilità verso un racconto che restituisce umanità alle situazioni. Ciò suggerisce l’importanza di una riflessione più ampia e articolata rispetto alla piattezza di alcuni servizi giornalistici e dei comunicati stampa ufficiali, ma soprattutto porta alla comprensione della guerra come evento composito, come dici giustamente, e non come semplice fatto.
Per tornare a Yellow Birds, in quel caso la dimensione della pluralità è diversa e viene tracciata direttamente all’interno del protagonista narratore con la netta spaccatura temporale tra il prima e il dopo. Il romanzo è scandito da un’alternanza di date – 2003 (partenza per l’Iraq e addestramento), 2004 (azioni di guerra), 2005 (ritorno a casa), 2009 (nuova vita del protagonista) – che si susseguono creando il movimento del libro. La narrazione funziona per immagini e rievocazioni continue di episodi vissuti. Powers descrive delle sovrapposizioni di situazioni e si concentra sugli automatismi sensoriali, le reazioni immediate che la guerra provoca e lascia impresse nei nervi dei soldati anche quando questi sono ormai lontani dalle aree del conflitto. Inoltre, in più occasioni, il libro diventa un’aperta critica a chi la guerra la guarda da postazioni sicure – un monitor, una mappa che non riesce a essere aggiornata – ribadendo ancora l’infinita varietà dell’evento. Ciò che mi ha sempre colpito del libro, però, è il fatto che questa molteplicità sia tenuta insieme dalla costruzione narrativa attraverso l’idea di affidare un ruolo di protagonista centrale proprio alla Guerra. Provo a spiegarmi, i personaggi del libro sono relativamente pochi, e tra questi c’è la guerra, che si comporta, che agisce, trasforma, e ha un ruolo realmente attivo. Yellow Birds comincia in modo potente con una frase che sembra incisa da qualche parte: «La guerra provò a ucciderci in primavera». Per tutto il libro è proprio la guerra ad agire, fa e disfa, intesse relazioni e subito le sfila lasciando ognuno dei personaggi con il proprio carico di esperienze da raccontare, da portare o semplicemente a cui arrendersi e soccombere. Come nel caso di Murphy, amico che Bartle si era ingenuamente offerto di proteggere a costo della vita e che invece da quella guerra non torna perché ha creduto di potervi trovare la “compassione”, un barlume di speranza, un momento di umanità subito cancellato con violenza. La crudeltà di ciò che la guerra fa, ha fatto e farà lo trasforma prima in un morto vivente e poi in un cadavere abbandonato.
Anche in questo caso la guerra è un evento, anzi, forse è l’Evento per eccellenza, quello che fa accadere tutto, che fa cadere tutto e tutti. E anche da queste pagine scompare la certezza di fondo della necessità dell’azione americana in Iraq e la sua pretesa santità. La narrazione lascia spazio a tanti dubbi, a tanti ripensamenti che si estendono a un livello politico più generale, su una guerra combattuta da chi in quella guerra non crede più, o forse non ci ha mai creduto. In questo senso, tra Yellow Birds e il film The Hurt Locker, che tu citi, mi pare che esistano alcune significative risonanze, in particolare nella necessità che i personaggi hanno di dare un volto umano, un nome e un corpo alla loro esperienza di guerra.

Nel film è davvero tutto ad altezza uomo, e la telecamera diventa un occhio che passa a 360° da una parte all’altra mostrando le facce della guerra – la scena in cui l’iracheno filma dal tetto l’operazione del disinnesco dell’ordigno sulla macchina parcheggiata alle Nazioni Unite è emblematica. Diametralmente opposta, invece, è la visione offerta da American Sniper dove non c’è spazio per la molteplicità e l’approfondimento ma ciò che conta realmente è soltanto costruire la propria “leggenda” schiacciando quella dell’altro (il cecchino nemico, quasi come il cattivo di un western) e degli altri. È la legge del più forte che ha portato gli Stati Uniti in Iraq, l’auto-proclamazione a paladini del bene e della democrazia. Kyle agisce forte di questa certezza, di questa incontrastata sicurezza, che ai suoi occhi è legge morale, diritto di lavare il sangue con il sangue. C’è però un punto che diventa difficile da digerire, ed è che i suoi omicidi sono l’unica cosa in grado di salvare le vite dei suoi commilitoni. In modo piuttosto retorico fin dall’inizio ci viene detto che lui non è il “lupo” ma il “cane da pastore”, e il suo compito lo porta a termine, che ci stia bene o meno. Di fatto, a vincere è ancora la Guerra stessa, che non si esaurisce nei confini segnati del paese lontano, ma continua a casa. E qui sono proprio quegli occhi “nuovi” con cui i reduci tornano a guardare la loro quotidianità a causare l’assurda morte del leggendario Kyle, che non muore per un proiettile sparato da un iracheno ma per mano di americano, bianco e ex marine, in un giorno come tanti in Texas. Mi pare che in questo caso il personaggio incarni un certo sistema di valori contradditori che sono presenti nello spirito americano più profondo mentre, per certi versi, le riflessioni suscitate dagli altri libri appartengono già a un sistema di riferimenti culturali diverso, e forse non così diffuso come siamo spinti a pensare. Sono quindi certo che gli oscar dati a The Hurt Locker si possano considerare come il segno di una maggiore consapevolezza e di un maggiore spirito critico, così come lo sono le narrazioni di cui parliamo, ma non sono certo che questo rinnovamento sia così esteso e non riguardi invece soltanto alcune minoranze intellettuali che hanno sempre mantenuto fermo il loro punto di vista sulla guerra. Ho insomma il sospetto che tra le immagini della platea esultante alla consegna degli oscar nel 2010 e le immagini del monumentale funerale di Chris Kyle – quelle che chiudono il film di Eastwood sono le registrazioni del vero corteo – ad essere meno incisive e meno reali siano proprio le prime.