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Le grandi dimissioni: un testo ribelle che va oltre il lavoro

Ci sono due tipi di persone: chi ammette di aver desiderato, almeno una volta nella vita, mandare tutto alle vacche e firmare quella lettera di dimissioni da un posto di lavoro usurante, e chi mente. Per convincersene non serve nemmeno sperticarsi in ricerche da segugi negli angoli bui dell’internet. Basta aguzzare vista e udito, e captare i segnali che qualcuno, nello stesso ufficio – od open space, tugurio al neon, o genericamente luogo, non cambia – in cui lavoriamo ne ha avuto abbastanza. Sospiri, occhiaie, sguardi circospetti, risate incontrollate possono essere tutti segnali rivelatori. Ancor più se siamo noi, e non i colleghi, a emetterli. Ci dicono che molto è cambiato negli ultimi anni, sul versante del lavoro. Che poi, sia chiaro: non è che timbrare il cartellino sia salto di gioia, e questo è stato vero da che il lavoro moderno è esistito. C’è qualcosa, però, ultimamente, che non ci torna più indietro. Un guadagno che va oltre il salario offerto. Che parla di sicurezza, gratificazione, possibilità di avvantaggiarsi nella società. Di fiducia reciproca tra chi assume e chi lavora. E che ci fa dire, perentoriamente: Basta.

Ne avrete letto sulla stampa, sia estera che straniera. Molti hanno parlato di Great Resignation, importato in Italia come Grandi Dimissioni. Altri hanno puntato i riflettori su una crisi del mercato del lavoro, imprigionato in molti posti di lavoro disponibili, e nessuno che se li voglia accaparrare. O, variamente, è stata descritta una certa disaffezione verso il concetto stesso di lavoro. È tutto vero. Ma, allo stesso tempo, tutto inesatto (e se lo ammette pure Paul Krugman sul New York Times, che qualche calcolo si è lasciato prendere dall’impulso del momento…).

Ma, una cosa alla volta. Per allargare la fotografia del presente, conviene sempre cominciare dal passato. Nel nostro caso, non serve nemmeno scavare molto all’indietro. I sintomi del bailàn che ha investito il lavoro contemporaneo si trovano infatti appena cinque, sei anni indietro (come sempre, nel mondo anglosassone). Tra il 2018 e il 2019 si rintracciano svariati articoli d’opinione, corredati di dati autorevoli e supportati da pubblicazioni editoriali, che suonano, più o meno, tutti così: ci dicono che il lavoro dev’essere la nostra passione, ed è un problema (un paio di esempi dal New York Times e dall’Atlantic). È la hustle culture, che si potrebbe tradurre come “cultura del fare”, sempre e di più. Persi i grandi punti di riferimento (come la fede religiosa, o politica), ci ritroviamo senza identità. Così, ne cerchiamo una nuova nell’ultima cosa che, crediamo, possa darci valore, e peso, e un ruolo: il lavoro. Bartleby, in fondo, era uno scrivano. Lo dice bene il titolo del racconto lungo di Melville.

Sembrano mondi lontani, distopici, puntata di Black Mirror. A pensarci bene, però, è tutto il contrario. Basterebbe farsi un giro per i locali di un’azienda di consulenza, o un’agenzia di comunicazione, per osservare dipartenze alle otto, nove di sera dopo essere entrati non oltre le dieci del mattino. Conversazioni che non hanno percorsi per deviare dagli argomenti di lavoro. Calendari già settati sul countdown “ferie”. Reperibilità anche durante i suddetti periodi di stacco. Appaiati, però, a un orgoglio genuino per la posizione che si ricopre nell’azienda, il cui bene è da anteporre, sempre, al proprio.

Oltre la hustle culture tipica delle professioni intellettuali c’è altra vita, però. Anche questa risucchiata dal mondo del lavoro. Questa volta, con evidenze documentate anche entro i confini italiani. È il caso di molti impiegati nella sanità pubblica nazionale, costretti a turni sfiancanti durante l’emergenza pandemica e oltre, per recuperare i ritardi accumulati in periodo di lockdown. O dei dipendenti della grande distribuzione, assunti con contratti spesso part-time per meno di mille euro e costretti a moli enormi di straordinari non pagati, pena il licenziamento. Ma vicende simili si trovano anche nella ristorazione, il cui lato sfiancante è stato reso ben evidente, ancora una volta, dal ricalcolo forzato della crisi pandemica.

Un problema dunque generalizzato, di radici profonde, esacerbato dalle condizioni di emergenza del 2020. Una bomba a orologeria, figlia di almeno un paio di decenni di cattivo lavoro e pessime pratiche di lavoro generalizzate. Per alcuni, il Covid è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Per altri, un’occasione per riconnettersi ai valori e ai desideri che avevano messo in un angolo per inseguire il mito di un lavoro che sapesse soddisfare, totalizzare, e regalare un senso di appartenenza.

Anche a fronte di questa evidenza, è facile pensare che tutto questo non ci riguardi. Che, no, noi sì che siamo perfettamente capaci di mantenere un work-life balance da manuale. Noi sì che non finiremo mai in quella spirale che, di nuovo gli Americani, chiamano workaholism (“dipendenza dal lavoro”), e che detta che chi più guadagna più lavora, contrariamente a quanto avveniva uno, due secoli fa, dove i ricchi se ne stavano in panciolle e delegavano, delegavano, delegavano.

Certo, anche noi non vediamo l’ora di andarcene in vacanza. Certo, anche noi abbiamo scelto il nostro lavoro per passione. D’altronde, è vero quello che dicono: ama il tuo lavoro, e non lavorerai nemmeno un giorno della tua vita. Se siete di questi ranghi, fermatevi. Mettete in pausa qualunque cosa stiate facendo. E aprite Le grandi dimissioni. Il nuovo rifiuto del lavoro e il tempo di riprendersi la vita, di Francesca Coin, pubblicato quest’anno da Einaudi. Fatelo anche solo se volete saperne di più sull’argomento. No, in realtà, fatelo e basta. Perché il lavoro di Coin (no giochi di parole), è molto più che un riassunto maneggevole di come siamo arrivati qui, e da che cosa ci siamo fatti fregare nel percorso. Vi spiegherà perché, anche se Oltreoceano ci battono sempre sul tempo, le Grandi Dimissioni non sono una specifica del mercato del lavoro statunitense, o britannico, o una conseguenza di raffinati calcoli economici da premio Nobel. Ma che colpiscono e hanno colpito dovunque si fosse instaurato un capitalismo perverso, più simile allo schiavismo. Capace di levare dall’equazione la sua stessa premessa di partenza: guadagna tanto, spendi di più, e sarai felice.

Un viaggio lungo, con un punto di partenza chiaro: «Il lavoro salariato», come scrive l’autrice rifacendosi al Capitale di Marx, «non è una condizione naturale. È una relazione sociale che dipende dall’accesso alle condizioni materiali di riproduzione. […] È per questo che, secondo alcuni commentatori, la disponibilità di lavoro salariato dipende dalla minaccia della fame». E poi cita il politologo George Kent: «Porre fine alla fame a livello globale sarebbe un disastro. Se non ci fosse la fame nel mondo, chi arerebbe i campi? Chi raccoglierebbe le verdure? Chi lavorerebbe negli impianti di trasformazione? Chi pulirebbe i nostri bagni? Dovremmo produrre cibo e pulire i servizi igienici. Non c’è da stupirsi che le persone con un reddito alto non si affrettino a risolvere il problema. Per molti la fame non è un problema: è una risorsa». Il che equivale a dire che, con le parole del politico inglese Edward Gibbon Wakefield, sempre citato da Coin: «Dove la terra è molto a buon mercato e tutti gli uomini sono liberi, dove ognuno che lo desideri può facilmente ottenere un pezzo di terra per sé, il lavoro è carissimo».

È in queste poche righe che si riassume il fumo da prestigiatore che circonda il lavoro moderno, cioè capitalista: un rapporto di schiavitù volontaria sulla base di un accordo monetario, con una scala gerarchica ben definita, che mira a mantenere la maggior parte della popolazione in una relazione di subordinazione per abbassare i costi del lavoro stesso e mantenerlo, nei fatti, possibile. Un po’ il ragionamento che, in chiave femminista, conduceva Donna Haraway nel suo Manifesto Cyborg (Feltrinelli, 2018), poi ripreso da Helen Hester in Xenofemminismo (Nero, 2018): far credere a qualcuno che “tutto quello che può fare è questo”, per esempio immettere numeri in un file Excel, conduce alla di questi subordinazione. Siamo dipendenti dal lavoro, ma anche da chi, negli effetti, quel lavoro ci concede.

Perché la strategia funzioni, deve essere bene, e costantemente, oscurata. A tal fine ci sono due strade principali, e collimanti: la creazione di una mitologia del lavoro, attraverso l’employee engagement, o «il processo capace di “imbrigliare l’identità delle persone nel proprio ruolo produttivo, con la speranza che questa si appaghi attraverso il lavoro”»; ne risultano devozione, sacrificio, e un transfer pericoloso sull’azienda dei valori di fedeltà e abnegazione tipicamente legati alla famiglia e alle relazioni affettive. E l’elezione a eroe degli individui lavoranti che aderiscono perfettamente a questo programma di “uomo nuovo”. Ve lo ricorderete: la celebrazione di fuochi fatui come la “meravigliosa storia della bidella che pur di lavorare fa A/R in Frecciarossa tra Napoli e Milano, tutti i giorni”, ha fatto scalpore, nelle news e tra i meme, per un po’. O lo straordinario caso del rider che «fa circa cento chilometri al giorno in bicicletta, con un borsone sulle spalle e consegna pizze e pranzi e spesa. Guadagna duemila euro netti al mese e, certi mesi, anche quattromila. Uno stipendio da manager. Ed è felice». Entrambi i casi, guarda un po’, prontamente smentiti.

La domanda centrale al volume di Coin, insomma, è ben posta: come e quando il lavoro è diventato l’attività centrale della nostra vita? Come e quando la domanda più comune, e importante, da fare a un bambino è diventata che cosa vuoi fare da grande? Come e quando i sogni sono diventati del singolo, non della comunità, e dunque molto più abbindolabili dalla retorica del lavoro come chiave per aprire tutte le porte? E, più nello specifico: da quand’è che il lavoratore deve dimostrare devozione totale verso il datore di lavoro, mentre il datore di lavoro è libero di trattarlo come più gli torna comodo?

La risposta arriverà, dopo una meticolosa presa in esame delle peculiarità produttive della contemporaneità e, come da titolo, un’immersione ragionata nel fenomeno ampio, variegato, passato sotto il nome di Grandi Dimissioni, sia in Italia che all’estero. Dopo aver ascoltato, e raccolto, le testimonianze di molti lavoratori che hanno detto basta e che si sono trovati a dover scegliere tra la propria salute o la salute dell’azienda malata per cui si stavano sacrificando.

La risposta arriverà. E verrà fuori che, come spesso accade, le parole sono strumenti di comodo per ridurre la realtà ai suoi minimi termini. O che, detto altrimenti, “Grandi Dimissioni” è un sintagma conveniente, ma fa pensare a tutte le cose sbagliate. Non è vero, per esempio, che il reddito di cittadinanza ha a che fare con l’addio di molti lavoratori. Non è vero che il concetto di lavoro sia passato di moda, nonostante quanto paventato dalle sfere di cristallo dell’Intelligenza Artificiale e dai Doomsday prepper. Non è vero che non è mai successo prima – in effetti, il primo uso della frase “nessuno vuole lavorare più” risale non al 2021, ma al 1860. Non è vero che chi lascia, lascia per dire adios, vivendo cioè di rendita sulle spalle di qualcuno o dello Stato. Vien fuori, anzi, che la Great Resignation si potrebbe inquadrare meglio come Great Reshuffling, cose che vengono spostate da una parte e dell’altra (per esempio, dal lavoro dipendente al lavoro indipendente, o dall’Italia all’estero).

Vien fuori, soprattutto, che Le grandi dimissioni di Francesca Coin è un testo prezioso, ben centrato, che si va ad aggiungere a importanti omologhi internazionali come Bullshit Jobs di David Graeber, in cui il titolo dice un po’ tutto. E che quanto si legge non è solamente un saggio composto con cura, contezza e maestria. Ma anche un piccolo decalogo di sovversione per tempi fiacchi e conformisti. Raro trovarne, come sapete.


Francesca Coin, Le grandi dimissioni. Il nuovo rifiuto del lavoro e il tempo di riprenderci la vita, Einaudi, 17,50€, 288 pp.